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Home - Approfondimenti - La nota - I metalmeccanici? Sono dei “fuori classe”

I metalmeccanici? Sono dei “fuori classe”

26 Novembre 2015
in La nota

Chi sono, come sono, come si sentono i metalmeccanici attivi oggi in Italia? Dei “fuori classe”: Due parole che non formano solo una battuta brillante, ma costituiscono anche il titolo di una ricerca che è stata presentata, ieri, a Roma. Ricerca secondo cui le mitiche tute blu, che tutti conoscono come protagoniste dei cortei sindacali, sono indossate da lavoratori che sono ormai, in realtà, “post-ideologici”, e sono anche dei “fuoriclasse” (scritto così, tutto attaccato) nel senso che “primeggiano in professionalità, eccellenza, (auto)coinvolgimento”.

La ricerca di cui stiamo parlando è stata realizzata dall’istituto Community Media Research su incarico di Federmeccanica. L’intenzione dell’associazione delle imprese metalmeccaniche, aderenti a Confindustria, è infatti quella di affiancare all’indagine trimestrale, di tipo economico, sulla congiuntura nel settore, che viene effettuata da anni, un’altra indagine semestrale, a carattere sociologico, volta a monitorare le opinioni di operai e impiegati dipendenti dalle imprese dello stesso settore. La prima edizione di questa ricerca sociologica è stata quindi presentata in occasione della conferenza stampa organizzata per comunicare gli esiti della 136ª edizione dell’indagine trimestrale sulla congiuntura metalmeccanica. E per dare rilievo a questo esordio, Federmeccanica ha chiesto ospitalità al Senato della Repubblica. Che ha accettato concedendo, per l’occasione, una delle proprie sale.

L’iniziativa, ha dichiarato Fabio Astori, uno dei vicepresidenti di Federmeccanica presenti ieri al Senato, è un “tassello” di quell’opera di “coinvolgimento delle risorse umane” che l’associazione ha avviato a partire dall’Assemblea svoltasi a Bari nel 2014. In tale incontro, Federmeccanica rese pubblico un documento programmatico sulle relazioni industriali in cui si sosteneva la necessità, per le imprese, di stabilire un “rapporto diretto con le persone”, ovvero con i propri dipendenti. Il tutto in base all’idea che le “Relazioni Interne non si contrappongono alle Relazioni Sindacali”, ma devono avere “pari dignità” con le prime. Un’idea, questa, derivante, a sua volta, da un’altra idea: quella secondo cui “le risorse umane sono l’asset più importante delle nostre imprese”.

Al centro di questa prima edizione della ricerca – illustrata a Palazzo Madama dal curatore, Daniele Marini – le opinioni dei metalmeccanici su temi quali le condizioni di lavoro, il rapporto con il proprio lavoro e le relazioni sul posto di lavoro. Il tutto confrontato con un campione di controllo formato da lavoratori di altri settori.

Dall’indagine emerge che, pur in un periodo dominato dalla crisi, i metalmeccanici hanno un’opinione migliore dei cambiamenti intervenuti negli anni più recenti nella propria condizione lavorativa e professionale, rispetto a quella diffusa in altri comparti dell’attività economica. Tanto per fare qualche esempio, tra i metalmeccanici il saldo fra i lavoratori che pensano che le loro condizioni ambientali e di sicurezza siano migliorate rispetto a quelli che pensano che siano peggiorate è pari a un +43,1%, mentre una simile opinione è condivisa solo da un +25,4% del totale dei dipendenti di vari settori.

Allo stesso modo, le valutazioni dei metalmeccanici sono migliori di quelle del totale rispetto alla percezione del rapporto con i propri colleghi, alla propria realizzazione sul lavoro, alla propria retribuzione e perfino alla stabilità del proprio posto di lavoro (+12,5% contro -2,8%).

Anche quando le opinioni sono maggioritariamente negative – il che accade rispetto a temi quali i ritmi di lavoro, percepiti come più intensi, e lo stress psicologico, percepito come accresciuto – secondo l’indagine il vissuto dei metalmeccanici è, per così dire, meno negativo di quello del totale dei lavoratori: -19,0% contro -29,4% rispetto all’intensificazione dei ritmi e -25,8% contro -36,3% rispetto all’aggravarsi dello stress.

Dall’indagine emerge anche che “pur di mantenere la propria attuale occupazione”, l’81,0% dei metalmeccanici sarebbe disponibile a concedere alle imprese una maggiore flessibilità rispetto a orari e turni di lavoro, o a cambiare mansione all’interno dell’impresa in cui già opera (80,8%). Inoltre, il 79,0% sarebbe disponibile a concedere una “maggiore flessibilità contrattuale” su orari e turni di lavoro per “incrementare” la propria retribuzione, mentre il 65,5% sarebbe disponibile a ricevere “una retribuzione in parte flessibile e proporzionale ai risultati dell’impresa”.

Infine, l’87,2% dei metalmeccanici, qualora l’azienda glielo chiedesse, sarebbe disposto a “suggerire e realizzare innovazioni che nascono da idee e problemi emersi durante il lavoro”.

Torniamo adesso al titolo dell’indagine: “Fuori classe”. Secondo Daniele Marini, “si potrebbe affermare che siamo passati dalla ‘classe dei lavoratori’ a dei ‘lavoratori fuori classe’”. Ed è proprio rispetto agli “occupati nell’industria metalmeccanica” che questa definizione “appare particolarmente azzeccata”. Sempre secondo Marini, infatti, dalla “mitica ‘classe operaia’ transitiamo a lavoratori caratterizzati da una forte soggettività che non si riconoscono più in una classe omogenea” e il cui “livello di identificazione con il proprio lavoro e l’azienda in cui sono inseriti è ben più elevato di quanto non si potesse ritenere”.

I metalmeccanici, scrive ancora Marini, “percepiscono l’impresa in cui sono occupati un po’ come la loro seconda casa, dove sviluppano relazioni sociali, amicizie, identificazione”. Ed è per questi motivi che, sempre secondo Marini, gli stessi lavoratori “tendono a condividerne gli obiettivi, i destini” e “ne sottolineano la qualità oltre la mera dimensione economica”. “In questo senso – conclude Marini – i lavoratori si presentano ‘oltre’ la classe, sono post-ideologici. E, in qualche modo, sono dei ‘fuoriclasse’, ovvero primeggiano in professionalità, eccellenza, (auto)coinvolgimento.”

Ora l’indagine di Community Media Research è sicuramente interessante e originale, ma c’è un ma. Perché poche cose sono ideologiche come gli attestati di non-ideologicità o la qualifica di post-ideologico.

Che molti lavoratori attivi nell’industria metalmeccanica siano portatori di un proprio vivace orgoglio professionale, è cosa che, personalmente, ritengo vera. Solo che, tradizionalmente, questo orgoglio non confligge con un’altrettanto vivace consapevolezza sociale. Direi anzi che le due caratteristiche si integrano, formando le due facce di un’unica medaglia. I risultati della ricerca appaiono quindi persuasivi quando disegnano un rapporto positivo del lavoratore metalmeccanico medio con il proprio lavoro, meno quando saltano alla conclusione che da ciò deriverebbe una perdita della sua identità collettiva.

Sbaglierebbero quindi le imprese, se traessero da questa indagine l’idea che i tempi della contrattazione collettiva sono superati, e che è ormai l’ora di costruire rapporti tra la singola azienda e tutti i suoi singoli dipendenti (anzi, i suoi singoli collaboratori, o meglio le singole “persone”, come ormai si dice). D’altra parte, i sindacati farebbero cosa buona e giusta se guardassero a questa stessa ricerca senza alcuna sufficienza. Ovviamente, non è detto che ogni sondaggio di opinione possa rivelare nascosti tesori di conoscenza. Ma un sondaggio come questo può sollecitare almeno qualche domanda utile per chi voglia costruire una cultura negoziale che possa essere definita come attuale.

@Fernando_Liuzzi

redazione

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