La recente vicenda degli accordi per il Mercosur riapre una questione di fondo che va affrontata, al di là di posizioni ideologiche preconcette. Per chi, come me, crede fermamente nel ruolo fondamentale dei corpi intermedi, in una società aperta e plurale, si pone però il problema di analizzarne il comportamento quando questi (associazioni datoriali e associazioni sindacali dei lavoratori) manifestano atteggiamenti di chiusura, di difesa corporativa degli interessi da loro rappresentati. Nel caso degli accordi Mercosur la questione è emersa in modo evidente, da un lato le associazioni industriali, favorevoli all’accordo, perché questo potrebbe ampliare i mercati di sbocco della manifattura (soprattutto quella del settore automotive e il suo indotto) dall’altro le associazioni degli agricoltori, in primis Coldiretti, ferocemente schierati in difesa dello status quo e degli interessi immediati dei associati, quindi ostili ad ogni apertura di nuovi mercati competitivi.
La curvatura corporativista dei corpi intermedi è sempre minacciosamente incombente, in fondo se la politica soffre di “strabismo”, i corpi intermedi spesso, o solo qualche volta, soffrono di “miopia”. Nel caso di specie, dopo più di 20 anni di negoziato, è difficile sostenere la tesi che non si siano affrontate le conseguenze, anche negative per gli interessi consolidati, in determinati settori e magari avviato i necessari interventi correttivi. Mi pare invece che non sia questa la vera ragione dell’opposizione all’accordo, quanto il tentativo, ancora una volta, di rinviare, allontanare e se possibile scongiurare un nuovo scenario competitivo con cui dover fare i conti nella propria azione di legittima tutela degli interessi rappresentati.
Insomma, in questa occasione qualche corpo intermedio si è ritagliato il ruolo di nemico della “società aperta”, un ruolo appunto corporativo e destinato nel medio periodo a produrre più guasti che tutele. Si veda il caso del prezzo del latte. In questa vicenda l’oscillazione verso il basso del prezzo dei produttori (ma non dei consumatori!) è conseguenza di dinamiche tutte interne al mercato europeo e certamente non determinato da potenziali accordi Mercosur. Non solo, ma la “miopia” appunto non consente nemmeno di cogliere le opportunità di nuovi mercati emergenti sui quali collocare prodotti di eccellenza agroalimentari, e tra questi quelli italiani lo sono per antonomasia.
Dunque il corporativismo non è solo una “malattia infantile del sindacalismo”, è una pulsione profonda, che può attraversare anche associazioni vaste e radicate che, tuttavia, abdicano al proprio ruolo di emancipatori degli interessi rappresentati. I corpi intermedi sono fondamentali in una società aperta ma non sono immuni da contaminazioni corporative. Non ci sono ricette facili per evitare queste derive, solo un’attenta lettura dei loro comportamenti e una dialettica sociale, magari aspra, ma necessaria, che veda i diversi poteri di una società plurale, non abdicare nella difesa della società aperta, può contenerne le pericolose involuzioni.
Luigi Marelli

























