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Home - Blog - In Lombardia la Lega vieta agli immigrati di dare una mano al verde pubblico

In Lombardia la Lega vieta agli immigrati di dare una mano al verde pubblico

di Giuliano Cazzola
9 Novembre 2018
in Blog
In Lombardia la Lega vieta agli immigrati di dare una mano al verde pubblico

La Lombardia è una delle regioni più ricche dell’Europa (oserei dire del mondo). La regione produce il 20% del Pil nazionale ed è anche la più popolosa di quelle italiane, superando i 10 milioni di abitanti. La differenza tra risorse versate e quelle che ritornano sul territorio è stimata, in linea di massima, pari a circa 56 miliardi. Milano è una delle capitali europee; ha saputo cambiare il suo modello economico, pur conservando una presenza qualificata nei settori manifatturieri. Vanta una tradizione amministrativa di buon livello ed è governata da decenni da una maggioranza di centro-destra. La Lega trae da questa regione gran parte della sua classe dirigente, sperimentata nelle amministrazioni locali e nella gestione delle strutture operative nel territorio.

Una regione siffatta non merita che il Consiglio regionale, nei giorni scorsi, abbia approvato – sia pure con una maggioranza risicata – la mozione presentata dal gruppo leghista con la quale viene invitata la Giunta a premiare quei Comuni che NON si avvalgono delle prestazioni volontarie nella pulizia e nella piccola manutenzione del verde pubblico da parte degli immigrati in attesa del permesso di soggiorno. Ciò che offende di più in questa mozione è la sua disonestà, consistente nel tentativo di reperire argomenti minimamente sostenibili, ma che proprio per la loro strumentalità finiscono per apparire infondati e persino tragicamente ridicoli. Nel dibattito ha aperto le danze la prima firmataria della mozione, la consigliera Federica Epis, che ha sottolineato: “Ritengo che il settore florovivaistico del nostro territorio debba essere difeso e incentivato attraverso buone pratiche amministrative che investano sulle imprese e sulle professionalità locali, non su persone che sono arrivate qui illegalmente”. Siamo sempre lì: prima gli italiani. Ammesso e non concesso che i Comuni siano in grado di trovare nostri concittadini disposti ad infrattarsi gratis, a meno che non siano quelli che Matteo Salvini definisce ‘’ambientalisti da salotto’’ pronti a partecipare – una tantum – ad una ‘’Giornata in difesa del verde pubblico’’ promossa meritoriamente dal FAI. 

A quello dell’epica Epis (come raccontano le cronache) è seguito l’intervento dell’assessore regionale all’Agricoltura, il leghista Fabio Rolfi. Ipse dixit: “La gestione del verde pubblico deve essere fatta dai professionisti del settore, non da associazioni di volontariato o dai richiedenti asilo.  Stiamo parlando di una professione e non di un hobby, che tra l’altro ha a che fare con la qualità delle nostre città, con il decoro urbano e anche con la sicurezza delle persone”. Verrebbe da chiedere all’assessore che cosa ci racconterebbe dopo, se noi fingessimo di essere convinti della sua analisi.  Impiegare un florovivaista a raccogliere le immondizie degli spazi di verde pubblico sarebbe come abbattere un nugolo di fastidiose zanzare a colpi di cannone.

Ci siamo presi la briga di compiere una piccola ricerca scoprendo che, per esercitare questa professione, occorrono requisiti tecnici, teorici e pratici accuratamente definiti dalle legislazioni regionali.  È meglio, allora, rinunciare ai florovivaisti per lo svolgimento di tali attività di piccola manutenzione. Che dire, però, dell’altra obiezione: non ai volontari ma sì alle ditte? A parte una domanda preliminare sul perché investire delle risorse pubbliche in un lavoro che può essere fatto gratis, immaginiamo che i leghisti lombardi siano consapevoli di un dato di fatto: il personale di quelle ditte sarebbe composto prevalentemente da stranieri.

Quindi, come nel gioco dell’oca, si tornerebbe alla casella di partenza. A far lavorare i negher. Da parte della Lega a trazione salviniana c’è un particolare accanimento nel colpire quelle esperienze – poche o tante che siano – improntante ad obiettivi di integrazione. L’esempio più clamoroso ha riguardato il caso Riace e la persona del sindaco Domenico Lucano. In precedenza, era stato preso di mira un sacerdote toscano che aveva osato accompagnare degli immigrati in piscina e a postare un selfie del bagno. Più in generale, sta passando nell’opinione pubblica una linea totalmente contraria all’accoglienza. Le ONG sono state scacciate dal Mediterraneo perché accusate di essere in combutta con gli scafisti; le attività delle cooperative sono state accumunate alla speculazione, alla corruzione e alla truffa, alla ricerca del business privo di scrupoli. Ed è in questa logica che vanno banditi i casi in cui lo straniero viene utilizzato come una risorsa. Fino a trasformare in un attentato all’economia nazionale e al lavoro degli italiani, la raccolta di preservativi, di lattine, di avanzi di cibo, di bottiglie di plastica nei parchi pubblici da parte di immigrati  in attesa di permesso di soggiorno. 

Questo episodio mi ha ricondotto indietro nel tempo, a quando  il mio amico Marco Biagi divenne l’animatore e il protagonista del patto Milano lavoro, nel febbraio del 2000. Il senso di quell’intesa, mediante lo svolgimento di ‘’lavoretti’’ di pubblica utilità, era essenzialmente inclusivo dei settori emarginati del mercato del lavoro e, in quanto tale, presupponeva livelli retributivi  d’accesso, inferiori ai minimi contrattuali: il che offendeva i della sinistra. E fu da quel momento che cominciò quel clima di accuse e di minacce che, due anni dopo, armò la mano dei suoi assassini. 

Giuliano Cazzola

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Giuliano Cazzola

Giuliano Cazzola

Ex Sindacalista

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