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Home - Approfondimenti - Analisi - La crisi delle regole

La crisi delle regole

di Paolo Romano
20 Dicembre 2013
in Analisi

Con cadenza tristemente rituale è da qualche settimana ripartita l’ondata di proteste dei lavoratori contro le politiche fiscali e di rigore del Governo. Dal trasporto pubblico locale, ai servizi di igiene ambientale, fino alla cronaca di queste ore del cosiddetto movimento dei “forconi” e degli autotrasportatori, il Paese sembra sempre più ostaggio di minoranze più o meno organizzate, più o meno estemporanee. Si è trattato, assai spesso, di movimenti distanti al sindacalismo responsabile, che, bypassando di fatto il sistema delle regole che governano il conflitto collettivo e presiedono alla corretta interpretazione delle relazioni industriali in senso lato, si offrono (nei fatti) come un pericoloso fianco per frange autonome, talvolta anche di matrice anarcoide.

Si potrebbe ricostruire il fenomeno quasi si trattasse dell’impianto di un romanzo giallo: la vittima, i personaggi in campo, i moventi, l’ambiente.

Non c’è alcun dubbio che la vittima di questo rituale è, appunto, il sistema delle regole. E’ accaduto a Genova poche settimane fa, allorquando dopo cinque giorni di scioperi selvaggi dei lavoratori del trasporto pubblico locale dell’Atm (cui si sono uniti gli addetti all’igiene ambientale cittadina e altri ferrotranvieri giunti in solidarietà da altre regioni italiane), ignorate le ordinanze prefettizie di precettazione come anche i moniti della Commissione di garanzia circa le possibili sanzioni ai soggetti collettivi, si è arrivati ad un accordo con il Sindaco Doria e il Comune.

In quell’occasione, Andrea Gatto, della Faisa-Cisal, uno dei protagonisti della dura protesta, non esitò a parlare di Genova come della “scintilla” si avrebbe potuto incendiare il Paese.

Dopo pochi giorni, è stata la volta di Firenze (e, con toni leggermente diversi, di Pisa e di Livorno). Stesso scenario e stesse modalità. Prima il mancato rispetto delle fasce di garanzia, poi la prosecuzione non autorizzata della protesta, più o meno strumentalmente legata al ruolo del Sindaco Renzi, a poche ore dalle primarie del Pd. Cittadini a piedi, servizio pubblico interrotto, accordo raggiunto a notte fonda tra azienda e lavoratori.

Preannunciata da settimane, proclamata pressoché unitariamente dalle sigle più rappresentative dell’autotrasporto e da associazioni “minori” è arrivata la seconda ondata nazionale della protesta dei “forconi” (la prima, nella sua congiunzione con gli autotrasportatori, risale al gennaio del 2012). Organizzazioni tutte note tanto al Governo, quanto agli addetti alla pubblica sicurezza e pure all’opinione pubblica.

Qui, a differenza del trasporto pubblico locale, il Ministro Lupi e il Sottosegretario Girlanda si sono spesi in una (magari tardiva, forse incompleta) trattativa serrata con i promotori del fermo nazionale e sono riusciti, tutti insieme, il 28 novembre a siglare un protocollo di intesa, che ha “marginalizzato” (si fa per dire) le associazioni autonome, che a partire dal 9 dicembre hanno messo a ferro e fuoco città come Torino, hanno costretto alla chiusura dei negozi i commercianti, hanno lasciato a casa bambini e studenti e paralizzato il normale funzionamento di quasi tutti i servizi pubblici.

Merita solo velocemente di osservare che, se nel trasporto pubblico locale potrebbero venire chiamate in ballo le responsabilità sindacali nel caso in cui la protesta sia riconducibile ad un soggetto collettivo, nel caso degli autotrasportatori (i “forconi” non sono che una delle sigle proclamanti) si tratta dei cosiddetti “padroncini” ovvero piccoli imprenditori autonomi, assoggetti ad un codice di autoregolamentazione che prevede, tra l’altro, il potere-dovere di influenza nei confronti degli iscritti per non porre in essere blocchi o rallentamenti alla circolazione. 

In tutti questi casi, tuttavia, il comun denominatore è proprio quello del mancato rispetto delle regole. Ed il dubbio è proprio su quanto sia responsabile e quanto, invece, solo necessitata contingenza la sigla di accordi a seguito di proteste illegittime. Dubbio valido, in particolare, se i settori colpiti dalle paralisi improvvise sono i servizi pubblici e i cittadini utenti, per i quali – non a caso – fu approvata una delle maggiori leggi di civiltà giuridica e democratica che (per una volta) ci distinguono positivamente nel panorama europeo, la 146 del 1990.

Ma c’è un’altra potenziale vittima eccellente ed è il Sindacato responsabile. Se i leader nazionali non nascondono le preoccupazioni per la mancata tenuta della base (Susanna Camusso per prima si è pronunciata a favore di forme più largamente inclusive di protesta non limitate allo sciopero), è anche vero che – come è stato fatto osservare da più parti – le manifestazioni vanno sempre più polarizzandosi intorno a associazioni (Cobas e altri estemporanei autonomi) che non di rado ignorano qualunque cultura della regolamentazione nell’esercizio del diritto di sciopero.

A maggior ragione preoccupante se, per una fitta sequela di interessi più propri delle cronache politiche che di cose del lavoro, sono proprio alcuni leader politici a favorire un clima complessivo di instabilità, quanto all’ordine sociale e alla riconduzione delle manifestazioni in un alveo di legittimità. Appena eletto nuovo segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, ha dichiarato «Se devo scegliere se stare con chi blocca le strade o con chi blocca il lavoro scelgo chi lotta per il lavoro perché è peggio chi blocca il lavoro piuttosto di chi blocca le strade per protesta perché non ce la fa più». Su un altro versante e con ancora maggior intensità, è stato il leader dei 5 Stelle Grillo a invitare le forze dell’ordine a “non proteggere più questa classe politica” ribadendo come, quello dei forconi, “può essere l’inizio di un incendio o l’annuncio di future rivolte forse incontrollabili”. 

Il contesto in cui tutto ciò si muove non è dei più incoraggianti. I segnali di ripresa economica sono ancora lontani, nonostante gli spiragli offerti dall’arresto del segno meno del Pil dopo ben otto trimestri, notizia tuttavia arrivata insieme alla presentazione del nuovo piano industriale di Alitalia che comporta 1900 esuberi, con prevedibili conseguenze sul piano del conflitto collettivo e con le barricate già alzate dai Sindacati.

 Occorre quindi, come sottolineato anche da ambienti governativi, trovare risposte strutturali e responsabili, perché con la paralisi dei servizi pubblici e il declino delle regole, non può non destare ragionevoli e fondate preoccupazioni.

 Paolo Romano

Paolo Romano

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