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Home - Approfondimenti - La nota - La Ferrari corre in Borsa

La Ferrari corre in Borsa

8 Gennaio 2016
in La nota
La Ferrari corre in Borsa

Inizio d’anno vivace per John Elkann e Sergio Marchionne, o, per dir meglio, per le aziende capitanate da questa ormai affiatata coppia. E cioè, da un lato, per Exor, la società guidata dal primo, erede di casa Agnelli, che vive nei cieli della finanza. E, dall’altro, per Fca, la casa automobilistica guidata dal secondo, classica impresa manifatturiera che più manifatturiera non si può.

Il 4 gennaio, primo lunedì del 2016, entrambi sono stati accolti dalla Borsa di Milano, addobbata di rosso per festeggiare la quotazione della Ferrari. Una cerimonia, ma anche un evento, in cui si sono intrecciate una serie di vicende finanziarie e industriali che vanno esaminate separatamente per coglierne significati e prospettive.

Ferrari, dall’automotive al lusso. Cominciamo dunque dalla notizia in sé. Dopo essere stata quotata a Wall Street, ovvero alla Borsa di New York, la casa di Maranello è stata quotata anche a Piazza Affari. Il che non è solo un atto formale, ma un fatto che serve, innanzitutto, a ribadire l’italianità del brand Ferrari. Ma, a parte la scelta della Borsa di Milano come collocazione ideale per le azioni del Cavallino Rampante, resta l’interrogativo apertosi, nell’ottobre scorso, al momento della quotazione a Wall Street: perché far uscire Ferrari da Fca? Ebbene, dal 21 ottobre 2015 al 4 gennaio 2016 sono passati solo due mesi e mezzo, ma il quadro strategico in cui si inserisce l’operazione, come vedremo, è già parzialmente cambiato.

Ciò che però rimane relativamente inalterato, è il significato che la quotazione autonoma della Ferrari ha per Exor, la finanziaria della famiglia Agnelli. Finché la casa di Maranello è stata dentro la pancia prima di Fiat e poi di Fca, è stata percepita dal mercato come un gioiello dell’automotive. Ovvero qualcosa di certamente speciale, ma pur sempre interno al gran mondo dell’auto. Dopo la trasformazione in autonoma società per azioni, Ferrari, anche se entro certi limiti, cambia settore: non si tratta più di automotive ma di lusso.

Exor in crescita. Come notato da numerosi analisti, Exor esce rafforzata dall’operazione. E’ vero, infatti, che anche prima la holding guidata da John Elkann era indirettamente proprietaria della Ferrari, dal momento che era, ed è, l’azionista di riferimento di Fca che a sua volta, fino alla quotazione, era la prima azionista della Ferrari. Adesso però, svincolata da Fca che, come si è detto, la teneva idealmente ancorata al mondo dell’automotive, Ferrari potrebbe divenire il primo, e prestigioso, nucleo di un costituendo polo del lusso. Alcuni sperano, anzi,. di un costituendo polo italiano del lusso.

Ebbene, Exor possiede ora direttamente il 23,5% delle azioni del Cavallino, che però, in termini di diritto societario, valgono il 33,4% in caso di voto. Grazie all’alleanza con Pietro Ferrari – figlio di Enzo, il fondatore -, che possiede un’altra quota di azioni, Exor sfiora poi il 50% dei diritti di voto e può quindi disporre di un titolo dotato di grandi potenzialità. A questo titolo si aggiungono, ovviamente, oltre a Fca e Cnhi, attuali configurazioni delle evoluzioni del mondo Fiat, altre significative partecipazioni in altri settori. Tra queste, spiccano le acquisizioni realizzate nel corso del 2015: l’Economist e la società di riassicurazione Partner Re.

General Motors, addio? Ciò che è invece rapidamente cambiato, nel panorama strategico entro cui agisce Marchionne, è la tempistica della realizzazione di una nuova fusione o, quanto meno, di una nuova alleanza nel settore auto. La grande operazione cui il manager italo-canadese ha legato il suo nome è stata, indubbiamente, la fusione tra Fiat e Chrysler, che ha portato alla nascita di Fca. Un gruppo ovviamente più grande di quelli da cui trae origine, ma che è ancora solo il settimo produttore mondiale di autovetture.

Nel corso del 2015, Marchionne aveva quindi rilanciato l’idea di una ulteriore crescita di Fca, individuando nella General Motors il partner ideale con cui realizzare una nuova fusione. Ora nel caso fosse stato possibile realizzare un simile progetto, la quota proprietaria di Exor nella nuova società si sarebbe ovviamente diluita in misura significativa. Nell’autunno scorso, la separazione tra Fca e Ferrari si presentava quindi anche come un modo per porre la proprietà della stessa Ferrari al riparo dalle conseguenze di tale diluizione. Ovvero, come un modo per salvaguardare le prerogative dell’azionista Exor, rispetto alle esigenze strategiche avvertite come irrinunciabili dal manager Marchionne.

Ma ora questa prospettiva è sfumata. Infatti la Ceo di General Motors, Mary Barra, non solo ha respinto, in un primo tempo, le avances di Marchionne rispetto a una possibile fusione fra i due gruppi, ma, a quanto si comprende, ha anche respinto i successivi tentativi del Ceo di Fca di conquistare il consenso almeno di alcuni dei maggiori azionisti della stessa Gm, rispetto al suo progetto. Fatto sta che, proprio il 4 gennaio, il Consiglio di amministrazione di Gm ha dato una pubblica dimostrazione di fiducia in Mary Barra, nominandola Presidente del Consiglio stesso pur mantenendola nell’incarico di Amministratore delegato.

Fca: obiettivo 2018. La necessità di ridurre, sul piano mondiale, il numero di costruttori di autovetture è un chiodo piantato nella testa di Marchionne almeno fin dal 2008. E’ difficile dunque credere che la battuta di arresto dei suoi tentativi di fusione con General Motors possano cambiare radicalmente la sua visione di un settore industriale in cui opera da più di 10 anni. E’ tuttavia evidente che il manager col maglioncino ha colto l’occasione della quotazione di Ferrari alla Borsa di Milano per annunciare un riposizionamento strategico. “Adesso – ha detto – dobbiamo concentrarci sul rispetto degli obiettivi che ci siamo dati  per il 2018. Sono quelli che creano valore per gli azionisti. Poi potremo tornare a pensare alle alleanze.” Aggiungendo subito dopo: “La differenza è che in quel momento io non ci sarò più”.

Cosa significano queste parole? Diverse cose. Innanzitutto, bisogna ricordarsi che uno degli obiettivi del piano quinquennale esposto a Detroit nella primavera del 2014 era l’azzeramento del debito di Fca entro il 2018. Vari analisti hanno sottolineato che Marchionne ha ribadito la sua ferma intenzione di mantenere gli obiettivi finanziari del piano nella tempistica annunciata. Ora, considerando che, come si è detto, Fca, da un lato, è solo il settimo costruttore di auto al mondo, ma, dall’altro, è anche il più indebitato, risulta evidente che ridurre tale indebitamento potrà agevolare la ricerca di partner per future fusioni.

Va però anche detto che lo scenario globale dell’auto si trova di fronte a una nuova metamorfosi, costituita principalmente dal rallentamento o dalla crisi dei cosiddetti Brics. Per ciò che riguarda in particolare i piani di Marchionne, è noto che Fca aveva puntato, fra l’altro, sul Brasile, un paese ormai in aperta crisi economica, e per certi aspetti anche sulla Cina, le cui attuali tribolazioni sono evidenti e note. Paradossalmente, le cose per l’auto in genere, e in particolare per Fca, vanno meglio in Nord America e nella vecchia Europa. In particolare, nel 2015 sono andate benissimo in Italia. Qui, infatti, nell’ambito di un mercato che torna a svilupparsi, Fca ha immatricolato 446mila auto, crescendo sia in valori assoluti (+18,3%), che per quanto riguarda la quota di mercato, salita al 28,3% (+0,6%).

Secondo Andrea Malan (“Il Sole 24 Ore” del 5 gennaio), calcolando che il 2015 dovrebbe essersi chiuso per Fca, su scala globale, a 4,8 milioni di auto “o poco più”, sarà difficile che la stessa Fca possa “arrivare ai 7 milioni di auto vendute previsti dal piano” per il 2018. Tanto più che Mediobanca, citata dallo stesso Malan, prevede che l’azienda possa crescere, per quell’anno, “poco sopra” i 5 milioni di auto. Ridurre l’indebitamento in presenza di volumi produttivi che sembrano destinati a una crescita contenuta sarà quindi difficile. E tuttavia questo sembra essere il campo di azione che si apre davanti a Marchionne per il prossimo triennio: da un lato, ottenere il massimo possibile dai nuovi modelli made in Italy, come l’annunciatissima Giulia, o made in Detroit, forte anche delle recenti intese sindacali; dall’altro, migliorare il conto economico e, per questa via, ridurre l’indebitamento. Lasciando intendere, come nota Paolo Griseri (“La Repubblica”, 5 gennaio), che sarà poi John Elkann l’uomo destinato a portare avanti, attraverso una nuova fusione,  la crescita dimensionale avviata da Marchionne, nel 2009, con l’acquisto di Chrysler.

Va infine osservato che, a Milano, Marchionne è apparso irremovibile circa la sua annunciata decisione di lasciare il ruolo di amministratore delegato di Fca nel 2018. Per adesso, però, è anche Presidente di Ferrari e, in quanto tale, sembra intenzionato a dedicare parte delle sue energie allo scopo di far sì che il team di Maranello torni a vincere sulle piste della Formula Uno. Perché la Ferrari, oltre a produrre affascinanti auto di lusso, deriva gran parte del suo appeal dalla partecipazione delle sue auto da corsa alle gare più prestigiose.

 

@Fernando Liuzzi

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