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Home - Approfondimenti - Analisi - Covéa si sfila dall’acquisto di PartnerRe, ma Exor rafforza i legami con Peugeot

Covéa si sfila dall’acquisto di PartnerRe, ma Exor rafforza i legami con Peugeot

di Fernando Liuzzi
15 Maggio 2020
in Analisi
Covéa si sfila dall’acquisto di PartnerRe, ma Exor rafforza i  legami con Peugeot

Da quando è cominciata questa storia del Covid-19, tutti i commentatori di ogni ordine e grado affermano compatti la stessa cosa: “Dopo la pandemia, il mondo non sarà più quello di prima”. Bene. Ma in che senso? In un complesso intreccio di speranze, fobie e idiosincrasie varie, i succitati commentatori sono pronti a offrire risposte anche molto differenti a questa domanda. Infatti c’è chi invoca trasformazioni sociali, chi profetizza conversioni ambientali, chi ipotizza conseguenze politiche.

Per adesso, è difficile dire chi avrà ragione. Intanto, però, c’è un settore fra i meno gettonati in cui qualcosa è già successo: quello della finanza. Proprio quando il coronavirus stava cominciando a occupare in modo sempre più pervasivo la realtà stessa della nostra vita quotidiana, e cioè il 3 marzo scorso, venne diffusa la notizia che era stato firmato un Memorandum of Understanding (cioè un protocollo d’intesa) con cui la casa assicuratrice francese Covéa si impegnava ad acquistare da Exor una delle stelle più luminose della galassia finanziaria messa insieme da John Elkann: la compagnia di riassicurazione PartnerRe.

La cosa, a prima vista, aveva un suo senso. Da un lato, infatti, Covéa, il gigante transalpino delle assicurazioni, rafforzava il proprio profilo assicurativo acquisendo il controllo di PartnerRe, ovvero di una delle prime dieci società tra quelle attive, a livello mondiale, nel campo delle riassicurazioni. Dall’altro Exor, la holding di investimenti di cui sono proprietari gli eredi di casa Agnelli, metteva a segno un doppio successo.

In primo luogo, infatti, Exor realizzava una bella plusvalenza. Quando, nel 2015, aveva acquisito il controllo di PartnerRe, compagnia statunitense basata alle Bermude, aveva sborsato un po’ meno di 7 miliardi di dollari (all’epoca, si parlò di 6,9 miliardi). Adesso, riusciva a liberarsi dell’ingombrante fardello per un controvalore di 9 miliardi di dollari, realizzando, in meno di 5 anni, una plusvalenza superiore ai 2 miliardi. Insomma, un affarone.

In secondo luogo, Elkann, nel momento stesso in cui stava trattando l’accordo della sua vita, ovvero la fusione della sua Fca, derivante dalla somma di Fiat più Chrysler, con la casa automobilistica francese Psa, rafforzava la propria posizione negoziale riempiendo l’armeria di munizioni finanziarie. Come a dire: “Non sono i soldi, quelli che ci mancano”. E comunicando quindi, implicitamente, alla controparte che non avrebbe venduto la sua primogenitura per un piatto di lenticchie.

Ma ecco che la sera di martedì 12 maggio, a Borse chiuse, una comunicato stampa diffuso da Exor mette a rumore il mondo della finanza. Covéa si è ritirata dall’affare. E ciò, a quanto pare, dopo aver reiteratamente tentato di ottenere da Exor un maxi sconto rispetto al prezzo fissato col memorandum del 3 marzo. Uno sconto pari a un paio di miliardi di dollari. Ovvero, per l’appunto, all’ammontare della citata plusvalenza.

Ora bisogna ammettere che, a oggi, i retroscena di questa vicenda, e in particolare dello sfortunato tentativo compiuto da Covéa di ottenere un maxi sconto da Exor, non sono noti. E’ quindi forse ancor più degno di essere preso in attenta considerazione quel poco che abbiamo fra le mani. Ovvero il succitato comunicato di martedì scorso.

Ebbene, in questo testo c’è un elemento che balza agli occhi. Perché quando uno, di punto in bianco, nega che qualcun altro abbia mai detto una certa cosa, forse lo fa perché, in cuor suo, teme che gli altri potrebbero immaginare che quel qualcuno abbia, se non detto esplicitamente, almeno pensato quella certa cosa.

Vediamo dunque. Il comunicato esordisce così: “Exor comunica che il suo Consiglio di Amministrazione, riunito sotto la Presidenza di John Elkann, ha preso atto (has acknowledged) dell’avviso di Covéa secondo cui Covéa non onorerà il suo impegno di acquisire PartnerRe in conformità con i termini del Protocollo d’intesa (“MOU”) annunciato il 3 marzo 2020″. E fin qui, se ci perdonate la piattezza della nostra traduzione dall’originale scritto in lingua inglese, niente da segnalare.

Ma andiamo avanti: “Il Consiglio ha preso nota delle prospettive positive di PartnerRe, che gode di uno dei più alti rapporti di capitale e liquidità (one of the highest capital and liquidity ratios) nel settore delle riassicurazioni a livello globale e di cui non si prevede che sarà influenzato in modo significativo dall’epidemia di Covid-19 (is not expected to be significantly affected by the Covid-19 outbreak)”.

In sostanza, i signori di Exor ci stanno dicendo “Tutto va bene, madame la Marchesa”. PartnerRe è una società che ha, davanti a sé, delle “prospettive positive” e a noi, noi di Exor s’intende, non resta altro da fare che osservarle o, se preferite, prenderne nota. Fin qui, insomma, molto understatement.

In secondo luogo, i signori di Exor ci tengono a farci sapere che PartnerRe è una società dotata di buone dosi di liquidità. Almeno se le si compara agli standard del settore delle riassicurazioni per come è messo oggi a livello globale.

In terzo luogo, i signori di Exor negano che si possa prevedere che PartnerRe “sarà influenzato in modo significativo dall’epidemia di Covid-19”.

Ohibò. Perché questa improvvisa negazione? C’è forse qualcuno che ha fatto l’insinuazione che PartneRe potrebbe essere “influenzato”, si immagina negativamente, dall’epidemia di Covid-19? Non risulta. Fatto sta che i suddetti signori di Exor hanno ritenuto opportuno negare la validità di un’ipotesi che, fino alla sera di martedì 12 maggio, nessuno, che si sappia, aveva ufficialmente avanzato.

Ma andiamo ancora avanti. “Il Consiglio – prosegue la nota di Exor – ha quindi ribadito la sua ferma convinzione che una vendita di PartnerRe a condizioni inferiori a quelle stabilite nel protocollo d’intesa non possa rispecchiare il valore della Società”. Su queste parole, nulla da eccepire. Ma è adesso che viene il bello.

“Nel tentativo di rinegoziare i termini dell’accordo a suo tempo definito – si legge nel comunicato – Covéa non ha mai ipotizzato l’esistenza (has never suggested the existence) di un sostanziale cambiamento sfavorevole, che includesse il rischio pandemia, o di qualsiasi altra questione relativa a PartnerRe che possa spiegare il suo rifiuto di onorare i propri impegni ai sensi del MOU (Memorandum of Understanding), ed Exor ritiene che non esista nessun fondamento per ragionamenti di questo tipo (and Exor believes that no such basis exists)”.

E qui siamo di nuovo a bomba. Nel senso che, mentre nel secondo paragrafo del suo comunicato stampa Exor negava che PartnerRe possa essere “Influenzato in modo significativo dall’epidemia di Covid-19”, nel terzo paragrafo la medesima Exor viene a negare che Covéa abbia mai insinuato l’ipotesi che il suo rifiuto di onorare i termini del citato Memorandum possa in qualsivoglia modo dipendere da una qualche problematica riconducibile alle condizioni presenti e future di PartnerRe, ivi inclusi i rischi derivanti dall’esplosione dell’epidemia da Covid-19.

Come a dire: se questi signori di Covéa hanno deciso di non rispettare il pre-accordo annunciato il 3 marzo scorso, la loro decisione non dipende in alcun modo da qualcosa che ci riguardi. E che nessuno si faccia l’idea che l’esplosione dell’epidemia possa costituire un rischio significativo per un’azienda solida come PartnerRe. E ciò indipendentemente dal fatto che tale società sia attiva nel campo delle riassicurazioni. Punto.

Ora, come si diceva in latino, excusatio non petita, accusatio manifesta. Ovvero, nel momento stesso in cui Exor nega qualsiasi validità a un’ipotesi interpretativa di un fatto reale che la riguarda, e lo fa per mezzo di un comunicato ufficiale nonostante che non risulti che tale ipotesi sia stata avanzata da qualcuno, e tanto meno da Covéa, finisce, inevitabilmente, per dare più credito all’ipotesi stessa di quanto non ne avesse a prima vista.

Anche per questo, non è sorprendente che, a fine seduta di mercoledì 13, Exor abbia dovuto registrare alla Borsa di Milano una perdita del 7,21%. Semmai, può essere più interessante interrogarsi sul futuro del gruppo capitanato da John Elkann.

La prima osservazione che si può fare a questo proposito è che, almeno per un certo periodo, il grado di diversificazione di Exor resterà più significativo di quanto non prevedessero i disegni strategici dello stesso Elkann.

Dopo la vendita nel 2015 di Cushman & Wakefield, colosso statunitense del mercato immobiliare, Exor, il cui slogan è Exor builds great companies, era parsa concentrarsi su quattro filoni: automotive (Fca, Ferrari); veicoli industriali, macchine agricole e macchine movimento terra (Cnh Industrial); calcio (Juventus); editoria (Gedi, Economist). In pratica, un modo attualizzato, e globalizzato, di proiettare nel futuro l’eredità societaria di casa Agnelli.

Una famiglia, questa, che, sotto la guida dell’Avvocato, aveva saputo mettere insieme più o meno gli stessi filoni, ma su base torinocentrica: auto, con la Fiat (Fabbrica italiana automobili Torino), base di tutto, cui, nel tempo, si aggiunsero Ferrari e Alfa Romeo; componentistica auto (Magneti Marelli, Comau, Teksid); camion (Iveco) e macchine agricole (Fiat Trattori), poi confluite in CnhI; editoria, con “La Stampa”, il principale giornale di Torino, poi confluita in Gedi; e, infine, calcio, con la Juventus, una delle due squadre della stessa città.

Nel nuovo assetto, quello in cui Exor ha costituito la proiezione finanziaria globalizzata della somma di Ifi più Ifil (le antiche casse di famiglia degli Agnelli), l’Economist ha portato in dote al gruppo una testata prestigiosa, che conferiva al gruppo stesso una sua apprezzabile dimensione internazionale. Mentre la Juventus, affiancata alla Ferrari, veniva a costituire, grazie anche a calciatori come il portoghese Cristiano Ronaldo o a piloti come il tedesco Sebastian Vettel, una sorta di polo sportivo globale.

In questa costruzione, PartnerRe, attiva nel campo delle riassicurazioni, veniva a collocarsi in una posizione eccentrica. Forse, solo una dinamica riserva finanziaria utile per dare eventuale alimento a nuove avventure acquisitive. Fatto sta che, adesso, e cioè mentre è stato avviato il complesso processo di fusione di Fca con Psa, PartnerRe resta in casa Exor.

Da questo punto di vista, alcune rapide analisi, come quella di Equita riportata la sera di mercoledì 13 da affaritaliani.it, hanno implicitamente sottolineato l’importanza di un altro passo del comunicato Exor di martedì 12. Quello in cui si affermava che “una vendita di PartnerRe a condizioni inferiori a quelle stabilite nel Protocollo d’intesa” finirebbe per “non rispecchiare il valore della Società”. Secondo Equita, infatti, Exor ha mostrato di “non avere la necessità di vendere” PartnerRe a un prezzo più basso di quello fissato a inizio anno e ha quindi mandato “un messaggio forte” a quelli che ipotizzavano “una revisione dei termini della fusione con Psa”; e ciò avendo dimostrato “di non essere disposta a modificare le condizioni degli accordi firmati”.

Fatto sta che, nella tarda serata dello stesso mercoledì 13, ovvero ancora una volta a Borse chiuse, Fca e Psa hanno emesso un comunicato congiunto in cui si dichiara che, “alla luce dell’impatto dell’attuale emergenza dovuta al Covid-19”, ognuna delle due case costruttrici ha “deciso oggi di non distribuire nel 2020 un dividendo ordinario a valere sull’esercizio 2019”.

Inoltre, le due società “confermano che le attività in preparazione della fusione 50/50 (…), annunciata nel dicembre del 2019, procedono positivamente”. Le stesse società si attendono quindi che la fusione “sia completata nei tempi previsti” e cioè “prima della fine del primo trimestre  del 2021”.

Morale della favola. Primo: per adesso, PartnerRe continuerà a far parte della galassia Exor.

Secondo: la francese Covéa non ha fatto una bella figura. Ha tentato di spuntare un prezzo migliore per l’acquisto di PartnerRe, ma ha finito per alimentare sospetti sulla convenienza di investire nel settore assicurativo finché durerà la pandemia da Covid-19.

Terzo: Exor, cioè la famiglia Agnelli-Nasi, e la famiglia Peugeot, rispettivamente azioniste di riferimento di Fca e di Psa, vanno avanti per la loro strada. Nonostante le ricorrenti voci relative a ipotizzati rinvii o, addirittura, a ipotizzati ripensamenti, la fusione tra le due case automobilistiche si farà, anche in barba al coronavirus. Ovvero, nonostante che le conseguenze dei lockdown decretati per contrastare la pandemia da Covid-19 abbiano gravemente colpito tutta l’industria dell’auto, a partire dalla componentistica.

Quarto: pare anzi che la pandemia da Covid-19 abbia finito per offrire sia a Fca che a Psa l’occasione di fare una mossa, come quella della mancata distribuzione del dividendo, che da un lato è certamente sgradevole, specie per gli azionisti; ma che dall’altro lato, trattandosi in entrambi i casi di una mossa parallela a quella dell’altra casa costruttrice e con essa sincronizzata, nonché di una mossa motivata univocamente come risposta alle condizioni create dall’epidemia, potrà non solo non danneggiare, agli occhi dei mercati finanziari, le loro rispettive immagini, ma addirittura rafforzarle dal momento che la progettata fusione resta in piedi.

Quinto: last but not least, la mancata distribuzione di un dividendo nel 2020 consente, a Fca, di fare richiesta per poter accedere alle garanzie offerte dal Governo italiano in relazione a eventuali prestiti bancari volti a attenuare, nel breve periodo, le conseguenze negative del lockdown. Insomma, tutto fa brodo. E chi vivrà, vedrà.

@Fernando_Liuzzi

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Tags: AutoFinanzaFcaExorPsaPeugeot
Fernando Liuzzi

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