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La grande gelata dell’economia mondiale e il salvagente chiamato Pnrr

Maurizio Ricci
Maggio23/ 2022

Un po’ tutti i commentatori avevano indicato la fine della primavera come il momento della verità per il governo Draghi. Lo imponeva la tempistica: una tornata elettorale che viene a coincidere con i passaggi cruciali delle riforme più importanti e più attese fra gli impegni europei dell’Italia. Quello che nessuno aveva messo in conto è che, a rendere decisive le prossime settimane, sarebbe intervenuto, a sorpresa, un terzo elemento che ha completamente ribaltato lo scenario rispetto a sei mesi fa. Ci giochiamo molto di più del salto in avanti del paese, capace di metterlo in pari con i concorrenti europei. La sopravvivenza del governo Draghi e del suo programma sono la zattera su cui il paese può riuscire ad attraversare la tempesta in corso.

Anche se di estensione limitata, le amministrative di giugno sono l’ultimo grande test, prima della fine della maggioranza d’emergenza e delle elezioni politiche (forse) della prossima primavera. Dopo tanti sondaggi, un primo riscontro reale, che può rendere evidenti e incontrovertibili derive come la frana della Lega o il collasso dei 5Stelle. In ballo ci sono già le leadership di Salvini, di Conte, di Grillo. Inevitabile che su temi come le aliquote Irpef, il catasto e le tasse (o non tasse) sulla casa, ma anche su partite più marginali, ma dirimenti per l’immagine di un partito, come il termovalorizzatore di Roma o la politica degli ombrelloni, ognuno punti i piedi e cerchi di mostrarsi vincitore. E parimenti inevitabile che Draghi, alla fine delle mediazioni, accetti il braccio di ferro, per rispettare l’impegno alle riforme che l’Europa ha trovato modo di ricordargli in questi giorni e che sono l’asse portante del piano da 200 miliardi di euro, quel Pnrr, che dovrebbe far ripartire il paese.

Il problema è che il Pnrr non è più il treno in corsa su cui saltare per rilanciare il paese, ma la ciambella di salvataggio per tenerlo a galla.

Il panorama, infatti, si è drammaticamente oscurato. La guerra in Ucraina ha dimezzato le previsioni di crescita, in Italia e in tutta Europa, e anche le stime più recenti sono largamente ottimistiche. Non incorporano la possibilità di un inverno con poco metano, che evocherebbe il fantasma della recessione. Non registrano l’eventualità – per molti già una certezza – di una guerra prolungata, che paralizzi l’Europa ancora per molti mesi. Non valutano l’incubo di una ripresa autunnale della pandemia. Non hanno ancora pienamente digerito il collasso della Cina, il grande motore dell’economia globale, che il rigido lockdown in atto condannerà probabilmente ad un impensabile sviluppo solo del 2 per cento, il più basso da decenni.

Ci sono gli elementi per una grande gelata mondiale, che l’inflazione, invece di sciogliere, può cementare. Anche qui, le previsioni sono per una frenata, in particolare per i prezzi dell’energia (conseguenza diretta della minore domanda generata dalla gelata globale) che stanno devastando gli indici dei prezzi europei, ma anche se il petrolio si stabilizzasse, ne vedremmo gli effetti sull’inflazione non prima del prossimo anno. Nel frattempo, la Bce – troppo in fretta secondo alcuni – avrà già messo mano, in chiave antinflazione, ai tassi di interesse. Rispetto ad ora, nei prossimi otto-dieci mesi (gli stessi della stagflazione incombente) i tassi saranno saliti probabilmente di un punto, con gli inevitabili effetti sul costo del denaro prestato dalle banche alle imprese e sul costo del debito pubblico, che già registra uno spread tornato sopra i 200 punti.

E’ uno scenario in cui sia consumatori che imprese sono in ritirata. Difficile pensare ad un boom di consumi. Anche i tesoretti accumulati in banca nei tempi di lockdown resteranno, probabilmente, sui conti correnti a trincerare le famiglie dagli scossoni in arrivo. Disertate dai consumatori e ricattate dalle banche che rincarano i prestiti, anche le imprese tireranno i remi in barca, rinviando gli investimenti a tempi migliori.

Se questo cupo scenario si materializza, sul terreno resta una sola leva per impedire che l’economia si paralizzi: gli investimenti pubblici, la mole di progetti e iniziative che costituisce il tessuto del Pnrr. Nei prossimi mesi sarà, se non l’unica, la più importante fonte di occupazione e, più in generale, di domanda per dare un po’ di fiato all’economia. Come sappiamo, la realizzazione del Piano è un processo complesso, con scadenze ravvicinate e ultimative, che non consente battute d’arresto e non ha tempo per deviazioni. Si è spesso detto che una crisi di governo ci farebbe perdere un’occasione storica di rilancio. Adesso possiamo dire che una crisi di governo renderebbe proibitivo scavallare un inverno già difficile.

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Giornalista