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Home - Approfondimenti - La nota - L’autonomia differenziata? Una ‘’bomba a orologeria’’

L’autonomia differenziata? Una ‘’bomba a orologeria’’

13 Febbraio 2019
in La nota

“Una bomba a orologeria.” L’espressione è volutamente allarmante. Eppure, a usarla, è un uomo solitamente misurato come Adriano Giannola, il presidente della Svimez, l’Associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno. Che ricorre a questa espressione per far sapere a chi lo ascolta quale sia, in estrema sintesi, il suo pensiero sulla “autonomia differenziata”.

Già, ma che cosa è l’autonomia differenziata? E’ la mattina di mercoledì 13 febbraio, e ci troviamo a Roma, all’interno della sede nazionale Cgil, in corso d’Italia. Per essere precisi, siamo nel salone intitolato a Giuseppe Di Vittorio, uno che di Mezzogiorno se ne intendeva e che ha dedicato buona parte delle sue energie alla riunificazione delle condizioni economiche e sociali del nostro Paese.

Ma a volte, il destino è beffardo. Infatti, potrebbe essere proprio un Governo guidato da un suo conterraneo, ovverosia da quel Giuseppe Conte che, come Di Vittorio, è nativo della Provincia di Foggia, ad arrecare il più grave colpo che sia stato fino ad oggi inferto all’unità d’Italia dal Risorgimento a oggi.

Un pensiero fuori luogo? Non sembrerebbe, ad ascoltare il seminario in corso di svolgimento in Cgil e che è dedicato, appunto, al tema dell’autonomia differenziata. Un tema sufficientemente noto ai dirigenti sindacali convenuti a Roma per partecipare al seminario di cui sopra. Ma, diciamolo, ampiamente sconosciuto a larghe zone dell’opinione pubblica.

Tanto che questo è il punto da cui è partita la riflessione di Giannola. Il quale esprime, innanzitutto apprezzamento per l’iniziativa assunta dalla Cgil in un momento in cui lo steso Giannola lamenta l’assenza di sedi di discussione ad hoc e in cui, invece, il Governo Lega-Cinque Stelle usa “armi di distrazione di massa” per sviare l’attenzione dei più da questa parte del suo “contratto”.

Cosa è dunque questa cosiddetta “autonomia differenziata”? A spiegarlo, a inizio della mattinata, è stata Giordana Pallone, Responsabile del dipartimento Riforme istituzionali della Cgil, che è intervenuta in sostituzione della segretaria confederale Rossana Dettori. In pratica ci sono tre Regioni – Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna – che “hanno intrapreso il percorso, già tentato in passato da altre Regioni, per richiedere forme di autonomia ulteriori” rispetto a quelle già esistenti. Ciò, va detto, “in applicazione dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione”, ovvero di un articolo “introdotto con la riforma del 2001, nell’ambito di un processo di rideterminazione dei rapporti fra Stato, Regioni e Autonomie delineato dal Titolo V” della stessa Carta costituzionale. Titolo “allora riformato nel suo complesso”.

“Esattamente un anno fa – ha spiegato ancora Pallone – queste tre Regioni hanno siglato una pre-intesa” con il Governo allora in carica, cioè con il Governo Gentiloni. Un’intesa che, sempre secondo Pallone, sarebbe stata “di scarsa valenza giuridica, ma di grande valenza politica”. E ciò perché tale intesa “ha posto le basi per la trattativa successiva” tra il Governo e le tre Regioni; trattativa nel corso della quale “lo spettro delle competenze” che passerebbero dallo Stato centrale alle Regioni stesse si è via, via ampliato.

“Da allora – racconta Pallone – sono state approvate delibere di Giunta analoghe”, a quelle delle tre Regioni in questione, da altre cinque Regioni: “Liguria, Piemonte, Marche, Umbria e Toscana”.

Il 21 dicembre scorso, Erika Stefani, Ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, dichiarò che avrebbe presentato le intese fra il Governo e le prime tre Regioni entro il 15 febbraio. “Oggi – ha aggiunto Pallone – sappiamo che sono un po’ in ritardo, ma la strada si direbbe segnata”.

Ora il punto, ancora secondo Pallone, è che “ogni Regione ha chiesto competenze a geometria variabile, per numero e funzione. Ogni intesa sarà quindi diversa”, ma ognuna delle tre sarà “recepita dal Parlamento con un disegno di legge approvato a maggioranza assoluta delle Camere”. A ciò si aggiunge una circostanza molto particolare: “Per prassi – chiosa Pallone – nessun emendamento è possibile. L’intesa si recepisce o si respinge”.

E quindi? Pallone risponde: “Con questa procedura, come lo stesso Ministro Stefani ha più volte sottolineato, si disegna un nuovo rapporto tra Stato e Regioni. Ci troveremmo con 20 regioni, di cui5 aStatuto speciale, 3 – e in prospettiva 8 – ‘differenziate’ e le altre 7 ‘ordinarie’. Verrebbe da dire che più che disegnare un nuovo rapporto tra Stato e Regioni per dare ‘risposte ai territori’, si sta rischiando la disarticolazione dello Stato”.

Avete letto bene: “disarticolazione dello Stato”. Parole pesanti. Ma non ingiustificate, stando almeno al dibattito che si è sviluppato oggi in Cgil. E che, in qualche modo, erano state anticipate da due interventi paralleli pubblicati su “La Repubblica” di lunedì 11 febbraio. Uno dell’economista Gianfranco Viesti, significativamente intitolato Le sei ragioni per fermare il progetto spacca-Italia. E l’altro del politologo Piero Ignazi, intitolato, non meno significativamente, Se l’autonomia diventa un delitto.

Nel primo dei due interventi, Viesti esordisce affermando che “questa settimana potrebbe segnare l’inizio del processo di disgregazione dell’unità nazionale del nostro Paese”. E racconta poi che “il contenuto delle Intese”, definite fra il Governo gialloverde e le tre Regioni di cui sopra, “è ancora ufficialmente segreto”. Esse però, in pratica, ricalcherebbero appieno le richieste avanzate dalle Regioni stesse, determinando “una secessione di fatto del ricco Nord Est” e “lasciando il più povero Sud (e Centro-Sud) a un destino di inevitabile aggravamento delle sue condizioni: con meno scuola, meno sanità, meno servizi”.

Infatti, incalza Viesti, il Consiglio dei Ministri “si accinge ad approvare un articolato che sancisce la fine del Servizio Sanitario Nazionale, la regionalizzazione della scuola italiana  e dei suoi docenti, il potere di veto delle Regioni sulla realizzazione di tutte le infrastrutture, la parcellizzazione delle normative in materia ambientale, dei beni culturali, del lavoro. E tantissimo altro. E che, allo stesso tempo, stabilisce che in Italia vi saranno cittadini di serie A e cittadini di serie B”. E ciò perché, ecco il punto, “i servizi pubblici cui essi avranno diritto non saranno più uguali, ma dipenderanno dal ‘gettito fiscale’ delle Regioni in cui risiedono”.

Ma torniamo al convegno della Cgil. Dove ancora Giannola ha insistito sul fatto che i diritti del cittadino-contribuente dovrebbero essere assicurati dallo Stato indipendentemente dalla sua collocazione territoriale, ovvero dalla Regione e dal Comune in cui abita e lavora, o studia o, comunque, vive. E che i Lep, ovvero i Livelli essenziali delle prestazioni dei servizi, dovrebbero essere uguali per tutti.

Ora, sempre secondo Giannola, il paradosso della situazione che si sta creando è che, per fare un esempio,la Lombardiaaccetta e pratica questo principio – oggettivamente redistributivo, aggiungiamo noi – all’interno dei confini della Lombardia stessa, ma non all’interno dei confini della Repubblica italiana. Siamo insomma, se ben comprendiamo, in uno schema che rischia di non avere nulla non si dice di unitario, ma neppure di federale. Mentre, invece, si va verso un allarmante “regionalismo a geometria variabile” che, data la realtà storicamente specifica del nostro Paese, porta a quella che lo stesso Giannola ha definito come la “eutanasia della questione meridionale”.

Il tutto in base a una visione miope, autolesionisticamente egoistica, per cui il gettito fiscale di una Regione dovrebbe restare, in misura molto significativa, all’interno della Regione stessa. Col rischio di ridurre drasticamente, se non di azzerare, i trasferimenti dallo Stato centrale ai territori svantaggiati e, quindi, di far impoverire altre regioni dello stesso Stato, cioè della Repubblica italiana. Riducendo quindi il contributo di queste altre zone del Paese alla domanda interna e, in ultima analisi, riducendo il loro contributo al gettito fiscale nazionale. Con un inevitabile avvitamento generale vero il basso.

Di fronte a queste prospettive, che appaiono insieme sconfortanti e allarmanti, e di fronte al silenzio imbarazzato, e imbarazzante, dei principali partiti di opposizione, ovvero del Pd e di Forza Italia,la Cgilha oggi battuto un colpo. Lo ha fatto con questo seminario, in cui ha dato parola anche al Direttore delle Politiche Regionali e di Coesione Territoriale di Confindustria, Massimo Sabatini, il quale ha affermato che, così come non devono esserci disparità territoriali fra i cittadini, non devono esserci simili disparità neppure fra le imprese. E lo ha fatto, ancor più, con l’intervento conclusivo del nuovo segretario generale, Maurizio Landini.

“Consideriamo sbagliato ciò che si sta facendo in merito alla cosiddetta autonomia differenziata – ha esordito Landini – sia nel merito che nel metodo.” Al di là di quanto previsto dalla riforma del Titolo V, infatti, secondo Landini c’è ormai il rischio di trovarsi a breve di fronte a “una messa in discussione dell’idea, che è nella Costituzione, secondo cui un cittadino, in qualunque collocazione territoriale sia nato e viva, deve avere gli stessi diritti.” E ciò, ha sottolineato il leader sindacale, vale anche, e in modo particolare, per tutto ciò che riguarda il lavoro.

In altri termini, secondo Landini c’è il rischio che l’autonomia differenziata comporti anche una disarticolazione contrattuale. E ciò, se ben comprendiamo, a partire dal fatto che Regioni diverse potrebbero costruire diverse condizioni contrattuali, innanzitutto, per i lavoratori della Scuola o per quelli della Sanità. (Per non parlare, aggiungiamo noi, di programmi scolastici diversi o di scelte diverse in merito ai medicinali da offrire gratuitamente ai pazienti.)

Landini ha poi ricordato che la manifestazione sindacale nazionale del 9 febbraio è stata tenuta a Roma in base a una piattaforma che accomuna Cgil, Cisl e Uil. Piattaforma che ribadisce la volontà sindacale di avere in Italia cittadini e lavoratori dotati del diritto di avere uguale accesso ai servizi fondamentali. E ha quindi insistito sulla necessità di far vivere questa piattaforma, e dibattiti come quello odierno, nel vivo dei luoghi di lavoro e, più in generale, nella società. E ciò anche per far capire che, con il modello prospettato di autonomia differenziata, “le diseguaglianze cresceranno, mentre la coesione sociale e territoriale sarà destinata a decrescere”. E per far capire che il sindacato non dice no all’autonomia differenziata da una posizione di conservazione dello status quo, ma perché “noi siamo i veri agenti del cambiamento, noi vogliamo cambiare più di loro la situazione attuale e le disuguaglianze” di cui è intessuta.

Per Landini si prospetta poi un vulnus alla nostra democrazia, perché “il Parlamento rischia di trovarsi di fronte a intese che assumeranno la forma di contratti stipulati fra privati e quindi immodificabili”. In altre parole, alle Camere resterà una sola alternativa: “prendere o lasciare”. Il sindacato, invece, dovrà impegnarsi unitariamente per riportare al centro del dibattito pubblico la questione delle questioni, ovvero la questione fiscale.

Concludendo, Landini ha lanciato un messaggio al Governo e al Parlamento: “Una questione così rilevante come quella sull’autonomia differenziata non può essere risolta al chiuso fra un Ministro e tre Presidenti di Regione. Chiediamo a tutti, a partire dalle forze politiche, di aprire una discussione vera che si svolga con la massima chiarezza e coinvolgendo tutto il Paese. Ne va del nostro destino.”

 

@Fernando_Liuzzi

   

  

 

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