“La crisi industriale non è alle spalle, è strutturale, diffusa e sta peggiorando. Mentre il Governo continua a raccontare un Paese che cresce e un’occupazione che tiene, l’Italia reale è sospesa: nel solo 2025 sono state autorizzate quasi 560 milioni di ore di cassa integrazione, con un aumento del 10% rispetto al 2024. I settori portanti del sistema produttivo sono al collasso, i tavoli aperti al Mimit coinvolgono 103 aziende e 131.035 lavoratori e a questi numeri, per tracciare il reale perimetro della crisi, bisogna aggiungere quelli delle vertenze gestite dalle Regioni”. E’ quanto denuncia la Cgil.
La confederazione spiega che “la cassa integrazione non fotografa solo crisi conclamate, anticipa i processi di ridimensionamento produttivo e occupazionale che il Governo continua a negare”. Per la Cgil il dato più “inquietante” è la composizione della cassa: “La Cig ordinaria, che dovrebbe accompagnare difficoltà temporanee, diminuisce, mentre quella straordinaria esplode: +58% in un solo anno, oltre 275 milioni di ore autorizzate, con un incremento che nell’industria supera il +69%. Questo significa una cosa sola: le crisi non sono cicliche, sono strutturali. La Cigs non accompagna la ripresa, ma ristrutturazioni senza piani industriali, dismissioni, chiusure mascherate. Le reindustrializzazioni annunciate restano sulla carta. I lavoratori restano sospesi”.
La Cgil sottolinea poi un dato che “il Governo legge in termini riduttivi e strumentali: il divario tra ore autorizzate e ore utilizzate. Il basso tiraggio negli strumenti strutturali è un indicatore sociale, racconta la paura di scenari incerti, che però si traducono sempre in riduzioni di orario, flessibilità e perdite di salario per le lavoratrici e i lavoratori. L’alto tiraggio degli strumenti in deroga evidenzia invece la mancanza di prospettive di interi distretti e filiere. Mentre l’esecutivo continua a parlare di record occupazionali, la precarietà avanza e aumentano le fragilità: oltre 2 milioni di domande di Naspi, beneficiari in crescita, boom della Dis-Coll”.
Per quanto riguarda i settori, “quelli attraversati dalla crisi sono strategici: metalmeccanico, automotive, siderurgia, metallurgia, chimica di base, elettrodomestico, componentistica – aggiunge il sindacato – ma anche servizi industriali, logistica, appalti e call center. Dal punto di vista territoriale, il Mezzogiorno è colpito duramente, ma non è il solo a pagare, anche il Centro-Nord industriale, i distretti storici, le aree un tempo considerate solide stanno scivolando verso la desertificazione produttiva. Regioni come Molise, Abruzzo, Basilicata e Sardegna registrano aumenti vertiginosi della cassa straordinaria. Altro che ripresa omogenea: il Paese si sta spaccando”.
La Cgil afferma inoltre che “ai tavoli del Mimit emergono le vertenze più esplosive. Ma sotto la superficie c’è una crisi latente e diffusa, che non entra nei radar istituzionali e che la cassa integrazione tiene temporaneamente sotto controllo. Le crisi aperte al ministero raccontano solo una parte della realtà, vanno sommate quelle gestite a livello territoriale, che confermano l’assenza di una politica industriale nazionale capace di governare il processo”.
Di fronte a questo quadro “serve un nuovo ammortizzatore sociale universale, capace di garantire reddito e continuità occupazionale; accompagnare le transizioni industriali; impedire che la cassa integrazione diventi il corridoio verso la chiusura; essere integrato con una vera politica industriale pubblica e con politiche attive del lavoro. Senza una strategia industriale, senza investimenti pubblici, senza tutela del lavoro – conclude – la cassa integrazione rischia di diventare la gestione ordinaria del declino”.





























