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Home - Approfondimenti - La nota - Logistica, arresti: per la Procura c’è un Fronte del porto a Piacenza

Logistica, arresti: per la Procura c’è un Fronte del porto a Piacenza

di Fernando Liuzzi
20 Luglio 2022
in La nota
Logistica, arresti: per la Procura c’è un Fronte del porto a Piacenza

Martedì mattina, a partire da Piacenza, si è diffusa una notizia atipica per il nostro Paese; una notizia che sta a metà fra le cronache giudiziarie e le cronache sindacali. Sei rappresentanti sindacali, quattro dei quali appartenenti al Si Cobas e due alla Usb, sono stati posti agli arresti domiciliari. Per un settimo, è stato decretato l’obbligo di firma presso la polizia giudiziaria (tre volte alla settimana, in orari concordati). Per un ottavo, c’è il divieto di dimora nella provincia emiliana.

Di cosa stiamo parlando? Secondo quanto riportato dall’agenzia Italpress, l’indagine, che è sfociata nell’assunzione delle suddette misure cautelari, è stata condotta, per iniziativa della Procura della Repubblica di Piacenza, dalla Digos e dalla Squadra mobile della Questura piacentina, in collaborazione con la Digos di Milano, nonché con quelle di Roma e di Messina.

Nelle ordinanze di custodia cautelare emesse dal Gip del Tribunale di Piacenza si legge, infatti, che “un’articolata attività di indagine” è stata svolta “nei confronti dei principali rappresentanti di due sindacati di lavoratori corrispondenti alle sigle Si Cobas e Usb, attivi da alcuni anni nel settore della logistica nel territorio di questa provincia”.

In particolare, gli indagati sono stati considerati quali “promotori e organizzatori di due distinte associazioni a delinquere, innestatesi nella struttura delle predette compagini sindacali in un arco temporale che va dagli anni 2014/15 all’attualità”. A quanto si apprende, oltre al citato reato associativo, agli indagati, o almeno ad alcuni di essi, sarebbero stati ascritti vari reati specifici, fra cui violenza privata, resistenza e violenza a pubblico ufficiale, sabotaggio e interruzione di pubblico servizio.

Secondo gli inquirenti, sarebbe stato accertato che “fin dal 2016, dietro lo schermo delle” citate “sigle sindacali”, gli indagati avrebbero “dato vita a due distinte associazioni per delinquere finalizzate ad introitare i proventi derivanti dalle sostanziose conciliazioni lavorative e dal tesseramento dei lavoratori impiegati nel settore della logistica piacentina, a seguito dei conflitti che venivano artificiosamente creati dagli stessi”.

Infatti, sempre secondo gli inquirenti, “dietro i numerosissimi picchettaggi e azioni di protesta apparentemente rivolte alla tutela dei diritti dei lavoratori”, si sarebbero celate “azioni delittuose finalizzate ad aumentare sia il conflitto con la parte datoriale”, sia quello “tra le opposte sigle sindacali”; e tutto ciò “al fine di aumentare il peso specifico dei rappresentanti sindacali all’interno del settore della logistica per ottenere vantaggi che esulavano dai diritti sindacali apparentemente tutelati”.

A proposito di tali “vantaggi”, la citata agenzia Italpress riporta che, in relazione ai “vertici dell’organizzazione”, gli inquirenti avrebbero parlato di un “diretto guadagno personale”. In ogni caso, sempre secondo gli inquirenti, “le singole multinazionali, o i datori di lavoro di volta in volta interessati, venivano sottoposti ad una condizione di esasperazione che li costringeva ad accettare le richieste economiche che gli venivano fatte”.

E’ infine interessante notare che la Procuratrice Grazia Pradella, nel corso della conferenza stampa che ha tenuto ieri a fine mattinata – affiancata dal Questore Filippo Guglielmino -, ha sottolineato la “non sovrapponibilità tra le associazioni per delinquere formate dagli indagati e le sigle sindacali costituite in provincia di Piacenza”, evidenziando “la liceità di queste ultime organizzazioni votate alla salvaguardia dei diritti dei lavoratori”.

Fin qui i fatti. E adesso, due parole di commento. Diciamo subito che, non essendo a conoscenza della quantità e della qualità delle prove raccolte dalla Procura della Repubblica di Piacenza a sostegno delle proprie tesi accusatorie, non siamo in grado di formulare una nostra opinione sulla validità, o meno, di tali accuse.

A questo proposito, diciamo altresì che par di capire che le autorità inquirenti abbiano voluto chiarire due cose. Da un lato, il Gip, con la sua ordinanza, afferma che le ipotizzate associazioni a delinquere non sono costituite dai sindacati Si Cobas (Sindacato intercategoriale Cobas) e Usb (Unione sindacale di base) in quanto tali, ma, al contrario, da due distinte associazioni “innestatesi nella struttura” delle due suddette “compagini sindacali”. Dall’altra, si ha l’impressione che la Procuratrice Pradella abbia tenuto a sottolineare la “non sovrapponibilità” tra “le associazioni a delinquere formate dagli imputati” e “le sigle sindacali costituite in provincia di Piacenza”. In altre parole, quella condotta dalla Procura piacentina non sarebbe un’indagine volta a colpire i cosiddetti sindacati di base in quanto tali, ma un’indagine volta a far luce su delle associazioni illecite insediatesi al loro interno.

Tesi certo interessante, se dimostrata con prove credibili nel corso di un processo. E tuttavia, appare impossibile non fare subito due osservazioni.

La prima è che fra gli inquisiti posti agli arresti domiciliari c’è tal Aldo Milani che, fatte salve eventuali omonimie, non dovrebbe essere un qualsiasi attivista piacentino, ma il coordinatore, si suppone nazionale, del Si Cobas. E viene quindi da pensare che non sarà facile sostenere la tesi secondo cui il facente funzione di massimo dirigente di un’organizzazione sindacale nazionale, basata a Milano, sia anche coinvolto in un’associazione ostile alla medesima organizzazione, ma attiva al suo interno. E che, qualora ciò sia giudizialmente provato, possa essere avvenuto senza coinvolgere l’organizzazione in sé.

La seconda osservazione è che premere su un’impresa, attraverso iniziative di lotta, affinché tale impresa accolga “le richieste economiche” che gli vengono fatte non è, di per sé, un comportamento delittuoso, ma qualcosa che fa parte della normalità del conflitto industriale e, quindi, della normalità delle relazioni sindacali.

Insomma, stando alle informazioni fornite ieri dagli inquirenti, non pare che la posizione dell’accusa, rispetto all’inchiesta sui sindacati di base attivi a Piacenza nel settore della logistica, si presenti come fortissima.

Naturalmente, da questo punto di vista non resta che aspettare l’avvio di un dibattimento processuale. Solo allora, infatti, si potrà capire quale sia il peso delle carte in mano agli inquirenti.

Resta però ancora qualcosa da dire.

Da un punto di vista, diciamo così, sociologico è interessante notare che solo quattro degli inquisiti sono italiani, mentre gli altri quattro sono nord-africani (almeno due, egiziani). Cosa vogliamo dire con questa osservazione? Che l’integrazione dei lavoratori stranieri nel mondo del lavoro del nostro Paese ha seguito diversi percorsi a seconda dei diversi settori produttivi cui tali lavoratori sono approdati.

Nell’industria manifatturiera, ovvero in un insieme di settori produttivi caratterizzati da una diffusa e robusta presenza sindacale, fin dagli anni 90 del secolo scorso i lavoratori stranieri non hanno incontrato particolari difficoltà a integrarsi nel nostro mondo del lavoro. Si può anzi dire che la forza sindacale abbia costituito un veicolo di integrazione. E ciò lungo due percorsi: da un lato, i risultati della contrattazione, assieme alla presenza vigile dei delegati sindacali nei luoghi di lavoro, hanno fatto sì che anche i lavoratori stranieri – via, via che venivano assunti – venissero ad acquisire la protezione di quei diritti che erano già stati conquistati per via contrattuale dai loro colleghi italiani. Dall’altro lato, l’ingresso in ambiti lavorativi fortemente sindacalizzati ha fatto sì che i lavoratori di origine straniera si iscrivessero, in misura significativa, ai sindacati confederali e che alcuni di essi diventassero anche delegati o dirigenti sindacali.

In altri settori, ciò non è avvenuto. In particolare, non è avvenuto nella logistica, ovvero in un settore che, nelle sue attuali dimensioni, è significativamente nuovo rispetto alla storia del nostro tessuto produttivo. E’ così accaduto che i lavoratori stranieri, che sono approdati in buon numero a questo settore in espansione, si sono trovati inseriti in ambiti di lavoro privi di significative tradizioni sindacali. Ed è proprio in questi ambiti, oltre che nel mondo bracciantile, che si è sviluppato il cosiddetto caporalato etnico. Ovvero un tipo di situazione in cui i lavoratori arrivati da poco dai loro Paesi di origine e non ancora integrati nella società italiana si sono trovati a subire una duplice sottomissione. Da un lato, verso le grandi imprese del settore della distribuzione, talvolta anche multinazionali, sorte a partire da piattaforme digitali. Dall’altro lato, verso filiere di compatrioti arrivati in precedenza che, in ambiti privi di una significativa presenza del sindacalismo confederale, tendevano a trasformarsi in catene di comando che chiedevano obbedienza in cambio di un aiuto a inserirsi nel mondo del lavoro.

E’ appunto in quest’ambito che il cosiddetto sindacalismo di base, ideologicamente ostile alle tre maggiori confederazioni sindacali, ha trovato un suo spazio dando luogo a iniziative in cui l’estremismo nelle forme di lotta ha finito per fare tutt’uno con la diffusione di relazioni ambigue fra organizzazioni sindacali minoritarie sul piano nazionale, ancorché molto attive nel settore, e lavoratori stranieri non ancora sufficientemente integrati nella società italiana.

Con queste nostre considerazioni, ci siamo collocati a mezza strada fra un abbozzo di analisi sociologica e un’ipotesi di discussione politico-sindacale. La Magistratura di Piacenza, invece, è andata oltre, ipotizzando che in questa provincia, ovvero in una provincia che attualmente ospita alcune delle più importanti strutture logistiche del nostro Paese, alcune strutture del sindacalismo di base siano state usate, da individui malintenzionati, per commettere dei veri e propri reati in danno, se ben comprendiamo, sia dei lavoratori che delle imprese. Insomma, una sorta di Fronte del porto, collocato non sulle banchine di New York, ma nei capannoni delle pianure piacentine.

Come si è detto, per capire se queste ipotesi accusatorie siano fondate non resta che attendere gli sviluppi della vicenda. Intanto, per la giornata di oggi la Usb ha proclamato 24 ore di sciopero nazionale nel settore della logistica.

@Fernando_Liuzzi

Fernando Liuzzi

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