Che cos’è il Coordinamento nazionale migranti?
Il Coordinamento nazionale migranti vuole essere non solo un organismo ma uno strumento operativo e flessibile. Nasce dal basso, come momento di sintesi di quanto sta emergendo dai coordinamenti territoriali dei migrati che la Flai ha in 18 regioni, e sulla spinta della confederazione.
Qual è il suo scopo?
Attraverso il Coordinamento vogliamo ridefinire le politiche migratorie della Flai, per far sì che certi temi centrali per l’integrazione diventino oggetto stabile di rivendicazione sindacale. I migranti, riprendendo e riattualizzando la lezione di Giuseppe Di Vittorio, devono essere accolti nella loro piena umanità. Purtroppo oggi li vediamo unicamente come braccia, come degli attrezzi. Di loro ne abbiamo bisogno nei nostri campi, nelle nostre aziende ma poi non li riconosciamo nessun diritto.
Che peso ha l’immigrazione nel vostro settore?
L’immigrazione oggi è una realtà strutturata e strutturale e non più un’emergenza. Un terzo dei nostri iscritti sono stranieri, il 28% dei quali provenienti da paesi extra Ue. In agricoltura su un milione di addetti 250mila non sono italiani, e questo senza considerare la grande platea del lavoro nero. Ma anche nella pesca registriamo una presenza crescente di stranieri, con il consolidamento di certi gruppi, come indonesiani e pakistani, così come nell’industria di lavorazione e trasformazione delle carne.
E tutto questo a cosa deve portare?
A un ruolo sempre più attivo, e non passivo, nel sindacato e nella società dei lavoratori migranti.
In che modo?
Il primo incontro tra il sindacato e un lavoratore straniero avviene perché quest’ultimo si trova in una situazione di difficoltà e di sfruttamento. Ma questo, che è certamente di vitale importanza, non può essere l’unico elemento dell’azione sindacale. Dobbiamo rendere il migrante protagonista di una rivoluzione culturale e sociale, un po’ come avvenne per i lavoratori con le 150 ore per il diritto allo studio.
Che bisogna fare?
C’è, prima di tutto una barriera, linguistica e culturale da superare. Come possiamo pensare che un lavoratore capisca e rispetti le norme di sicurezza, indossi correttamente i dispositivi di protezione individuale se non conosce l’italiano? Non solo, abbiamo un numero crescente di persone che vengono da aree poverissime del sud est asiatico che sono analfabete. Qui la difficoltà è ancora maggiore. Per questo l’insegnamento dell’italiano deve entrare della nostra negoziazione.
Non è già così?
Ci sono già molte esperienze in questo senso. Nelle nostre Brigate del lavoro è presente, in molte circostanze, un mediatore culturale. Ci sono sinergie importanti sia con la Flc, il sindacato della conoscenza, sia con lo Spi, che mette a disposizione insegnanti di italiano in pensione. Ma è importante che questi strumenti diventino prassi consolidate anche nella contrattazione.
Quali altri interventi sono necessari?
C’è il tema abitativo. I ghetti sono una vergogna per un paese che si definisce civile. Il Pnrr aveva messo a disposizione 200milioni di euro per sanare questa situazione, ma solo 20 milioni, ossia il 10% dei fondi sono stati usati. Così come è importate il trasporto. A Borgo Mezzanone, quando insieme ai lavoratori abbiamo riparato la strada abbiamo dato vita a uno sciopero al contrario. Intervenire sulla logistica è anche un modo per sottrarre ai caporali una fetta del loro potere, così come una maggiore presenza delle parti sociali nell’intermediazione tra domanda e offerta. Ci sono, infine, altri interventi che possono essere fatti: riconoscere giornate libere per il rinnovo del permesso di soggiorno oppure consentire l’utilizzo delle ferie in unico blocco e per un periodo lungo per permettere a queste persone di ritornare nei loro paesi di origine.
Tommaso Nutarelli




























