Alle otto in punto di domenica sera, quando da Budapest sono rimbalzati i risultati delle elezioni ungheresi, a palazzo Chigi sono risuonate le sirene di allarme. La “chiara e dolorosa” sconfitta di Viktor Orban è una nuova batosta per Giorgia Meloni. Come in occasione del referendum, quando 15 milioni di italiani si sono precipitati alle urne per dirle di “No”, anche sulla rielezione del leader magiaro la premier aveva messo la faccia. E l’aveva messa, senza imbarazzi, insieme a una carrellata di “mostri” dell’ultradestra planetaria: da Benjamin Netanyahu, inseguito da un mandato di cattura internazionale per crimini di guerra, a Marine Le Pen condannata in Francia per svariati reati, passando per l’argentino Javier Milei, lo spagnolo Santiago Abascal, la tedesca filo nazista Alice Weidel e l’italiano Matteo Salvini.
Tutti a tifare per Orban, l’inventore della “democrazia illiberale”. La spina nel fianco, il sicario interno all’Unione europea. L’amico di Vladimir Putin: “Sono al tuo servizio” disse in ottobre Viktor in una telefonata con lo Zar. Il più sfegatato tifoso di Donald Trump, che non a caso aveva spedito il suo vice JD. Vance a Budapest alla vigilia del voto. Ma ormai, e ciò sta portando Meloni a una crisi di panico, essere amici di Trump significa essere condannati alla sconfitta. Da quando c’è il pistolero di Mar-a-lago alla Casa Bianca, la stella dell’ultra destra ha smesso di brillare. Trump si sta rivelando una sorta di antidoto, una specie di vaccino salutare. E Matteo Renzi insinua il velenoso sospetto che anche Meloni abbia lo stesso effetto: “Non sottovalutiamo il tocco magico di Giorgia, ormai Re Mida al contrario. La nostra premier ha sostenuto gli anti europeisti in Polonia, Spagna e Ungheria: per tre volte i suoi protetti hanno perso. Vince l’Europa, perdono i Maga….”.
Già, perdono i Maga e vince l’Europa, finalmente libera (dopo ben 16 anni) dai veti e dai ricatti filorussi di Orban. E se il vento non soffia a favore dei progressisti (Peter Magyar è un conservatore), certamente The Donald, l’ideologo, l’alfiere, il gladiatore del sovranismo, sta affossando il sovranismo e la destra estrema in larghi spicchi del pianeta. Era successo in Canada e Australia. Accade adesso in Ungheria. Gli elettori vincono la riluttanza verso la politica e corrono in massa ai seggi pur di alzare un argine al sovranismo da Far West. E, teme ora Giorgia, ciò potrà accadere tra un anno in Italia. Per dirla con Renzi, “più Meloni sta con Trump, più i sovranisti rischiano anche nel nostro Paese”. L’ex Rottamatore in fatto di declino è un grande esperto: aveva il 40,8% alle elezioni europee del 2014, ora vivacchia attorno al 2%.
Guai però a dare Meloni per spacciata o già sulla stessa china di Renzi. Certo, contro di lei gioca anche la pesantissima crisi economica e l’inflazione innescate dalla guerra in Iran dell’amico Trump ed è dunque concreto per la premier il rischio di imboccare la strada già percorsa da tanti leader del passato, transitati dalle stelle alle stalle (Berlusconi, Fini, Salvini, Grillo, Renzi). Ma ad aiutarla c’è l’imperante tafazzismo del campo progressista. Elly Schlein, Giuseppe Conte & Co. invece che apparire tonificati dalla vittoria al referendum di marzo, sembrano confusi, indecisi sul da farsi. Appaiono in imbarazzo. Ancora incapaci di offrire una seria alternativa di governo, con un programma condiviso e un leader riconosciuto.
Ciò detto, va da sé che d’ora in poi Giorgia cambierà radicalmente approccio in politica estera, a maggior ragione dopo aver salutato ieri sera il suo “amico Orban”, che l’ha sempre chiamata “sorella”. La premier voleva fare la pontiera tra l’Europa e gli Usa, non intendeva allontanarsi dal suo leader politico Trump, ma alla fine è rimasta a mollo in mezzo all’Atlantico. Tant’è, che già da qualche giorno, già dalla cocente batosta referendaria, ha cominciato a correggere il tiro. Ha criticato la guerra in Iran, ha (apparentemente) negato l’uso agli americani della base di Sigonella. Si è avvicinata, alla disperata ricerca di nuovi partner, al britannico Keir Starmer e al tedesco Friedrich Merz.
Meloni, insomma, probabilmente ha smesso di fare la cheerleader festosa e saltellante a ogni mossa del tycoon. Da capire se ciò basterà a evitarle il declino. Di certo la premier, dopo mesi trascorsi a fare gli interessi di Trump (è arrivata al punto di definire i dazi “un’opportunità” e di partecipare al Board of peace, il comitato di affari del tycoon per Gaza), ha bisogno di tempo. Deve ricostruirsi, affannosamente, l’immagine di paladina degli interessi italici. Una ragione in più per evitare le elezioni anticipate. Anche perché le urne, d’improvviso, sono diventate per Meloni come il pentolone di Natale per il cappone.
Alberto Gentili




























