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Home - Approfondimenti - Interviste - Panzarella: “Un negoziato difficile, ma lo chiuderemo”

Panzarella: “Un negoziato difficile, ma lo chiuderemo”

di Massimo Mascini
7 Marzo 2014
in Interviste

Panzarella, il nuovo segretario generale della Feneal, il sindacato edili della Uil, si dice “timidamente fiducioso” sulla trattativa per il rinnovo del contratto degli edili ma ci tiene a sottolineare “che il negoziato procede a piccoli passi” . Dopo gli ultimi incontri con Ance e Cooperazione “si sono ottenuti alcuni avanzamenti, almeno di metodo,  – spiega –  restano però posizioni ancora molto distanti su temi caldi che nei prossimi incontri dovranno essere affrontati con aspetti fondamentali non ancora toccati quali salario, contrattazione di secondo livello e flessibilità.”

“Il contratto va rinnovato. E’ una necessità per il settore che è allo stremo e per i lavoratori che hanno pagato un prezzo altissimo alla crisi economica che imperversa dal 2008 – afferma il segretario –  adesso sarebbe il momento di pensare al futuro e di mettere in cantiere nuove iniziative per il rilancio del settore e del paese. L’edilizia resta un volano. Contratto e infrastrutture sono una priorità.”

Panzarella, come procede il negoziato contrattuale?

La trattativa prosegue e questo è già positivo, dopo la brusca frenata dello scorso novembre causata dall’atteggiamento irresponsabile della controparte. Ma i nodi da sciogliere sono molti, così come lontane restano le posizioni. Abbiamo fatto dei passi in avanti, almeno sul metodo, lavorando su due documenti relativi ai temi più controversi del tavolo: riforma della bilateralità e APE, anzianità professionale edile, e ci auguriamo che nei prossimi incontri tecnici si possa arrivare a un accordo su entrambi i temi. 

Il settore ha sofferto molto la crisi?

Moltissimo. Il settore ha subito perdite enormi. All’inizio, nei primi due anni di crisi, non ne abbiamo risentito più di tanto. Avevamo i cantieri aperti, si lavorava. Poi, dal 2010, è stato sempre peggio. Abbiamo perso più del 40% delle ore lavorate e della massa salariale, oltre 500mila addetti. E le ore lavorate sono calate più del numero degli addetti, segno che chi ha mantenuto il posto ha lavorato di meno.

Davvero un prezzo altissimo.

Non a caso negli stessi anni è cresciuto il numero dei lavoratori autonomi e delle partite iva, perché il settore si è destrutturato e, oltre a subire perdite in termini occupazionali, ha perso tanto in termini di diritti dei lavoratori. La crisi, infatti, ha indebolito il sistema di regole e tutele che con gli anni  era stato creato per il settore con l’aumento del lavoro nero ed il ritorno del capolarato, anche nelle grandi città del nord, dove si vedono file di lavoratori all’alba che aspettano chi li assuma a giornata.

Che prospettive ha il settore?

Si deve ripartire, ma con il piede giusto. Negli ultimi anni si è costruito di tutto e di più e con una scarsa attenzione alla sostenibilità ambientale. Adesso l’edilizia deve tener conto di quanto è successo, cementificazione eccessiva e selvaggia, ma soprattutto si deve pensare a smaltire l’invenduto, cercando però, per quanto possibile, di migliorarlo puntando su ristrutturazione, green economy e nuove tecnologie. La partita più forte poi va giocata nella difesa del territorio. Finora il patrimonio naturale e culturale dell’Italia ha avuto troppa poca cura, il territorio è stato abbandonato, centri storici e periferie non possono essere lasciate al degrado . Bisogna intervenire subito con un piano pluriennale di manutenzione che non sia solo straordinaria, ma servono soldi pubblici, risorse che sembrano scarseggiare ma che vanno necessariamente trovate. Il punto è che l’Italia è dominata da una mentalità troppo industrialista. Guardi gli incentivi, tutti per auto, elettrodomestici, mentre al territorio non ci ha pensato nessuno e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

In  tutto questo state rinnovando il contratto.

E’ una priorità per i lavoratori e anche per il rilancio dell’economia del nostro paese, ma come dicevo, stiamo andando avanti a piccoli passi. Con gli artigiani e le piccole e medie imprese il contratto è stato rinnovato, adesso trattiamo con Ance e le aziende cooperative.

State discutendo del futuro degli enti bilaterali?

E’ il discorso più forte che stiamo portando avanti. La crisi ha messo in difficoltà tante casse edili, scuole edili e comitati paritetici territoriali, perché sono diminuiti gli addetti, quindi la massa salariale e di conseguenza le entrate,  risorse destinate alle assistenze, alla formazione e alla salute e sicurezza dei lavoratori. Per questo vogliamo una riforma degli enti, che è divenuta ancora più indispensabile con la crisi, per efficientare il sistema da basare su un maggiore coordinamento regionale e su una migliore sinergia dei servizi a tutti i livelli .

Come pensate di migliorare il sistema?

Sicuramente vanno fatti  degli accorpamenti. Una riorganizzazione, come dicevo, è necessaria, per ridurre i costi e garantire una migliore gestione che consenta di liberare risorse a favore dei lavoratori. Sarebbe auspicabile, ad esempio, puntare anche a una riunificazione delle casse edili per categorie di imprese, perché adesso, in alcuni casi, ci sono quelle con l’Ance, con le cooperative, con gli artigiani. Cerchiamo di trovare la migliore soluzione, che metta d’accordo tutti per tutelare al meglio i lavoratori.

State discutendo anche il discorso per gli scatti di anzianità.

In edilizia non c’è anzianità aziendale, ma solo di settore. Un lavoratore si iscrive a una cassa edile e dopo due anni, se ha lavorato nel biennio almeno 2.100 ore, ha diritto a uno scatto di anzianità. Arrivando all’ultimo scatto può arrivare a percepire una mensilità. Ma anche questo sistema sta diventando molto costoso e per questo va rivisto. Negli ultimi incontri si è convenuto di dare sostanza e funzione ad una Commissione paritetica che dovrà valutare il nuovo impianto di questo istituto anche prevedendo nuove ipotesi organizzative per la gestione affinché resti però certa e  sostenibile la sua erogazione e senza alcuna esclusione. L’Ance, invece, aveva proposto di far salire la soglia a 2.600 ore, secondo un sistema che avrebbe finito per escludere quasi 80mila lavoratori che difficilmente sarebbero riusciti in questo modo a percepirla, soprattutto al Sud dove il lavoro è più irregolare e precario.

Cosa altro chiedono le imprese?       

Vogliono più flessibilità, un discorso difficile, perché il lavoro edile è per definizione precario e i cantieri non durano in eterno.

Cosa è possibile fare in questo senso?

L’Ance vorrebbe, tra le altre cose,  far crescere la percentuale di utilizzo dei contratti a tempo determinato, che ad oggi l’attuale norma contrattuale prevede fino al 25%. Si potrebbe pensare a qualche meccanismo in stretto rapporto con la formazione, utilizzando le scuole edili. L’obiettivo in ogni caso è per noi avere flessibilità pulita e non malata.

E poi c’è il salario.

Siamo molto lontani dagli aumenti ottenuti sugli altri tavoli degli edili artigiani e PMI. L’Ance è ferma ad una proposta di 60 euro a livello più basso che per noi è ancora assolutamente insufficiente.

Tags: Edili
Massimo Mascini

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