di Fernando Liuzzi
Per una volta, i colletti bianchi si sono comportati come un tempo facevano le tute blu. E hanno potuto toccare con mano il fatto che, a volte, la lotta paga. E’ successo in Israele, o, per dir meglio, al ministero degli Esteri e nelle sedi diplomatiche dello Stato sparse per il mondo. A scendere in lotta sono stati, infatti, i diplomatici che hanno dato vita a un conflitto sindacale culminato con un assai poco diplomatico sciopero generale durato per 10 giorni filati. Giorni durante i quali il Ministero, che ha sede a Gerusalemme, è rimasto completamente bloccato, così come le sedi consolari all’estero.
La vertenza sindacale si è trascinata per circa un anno, senza che il Governo, guidato da Benyamin Netanyahu, né tanto meno il ministero degli Esteri, guidato da Avigdor Liberman, dessero mostra di voler prendere sul serio le rivendicazioni dei funzionari; e ciò nonostante il carattere particolarmente delicato dei loro compiti. Di qui la decisione sindacale di inasprire lo scontro con un’astensione totale dal lavoro.
La lotta è stata condotta con il pieno appoggio della Histadrut, la federazione sindacale israeliana. E, secondo quanto dichiarato a Radio Rai da un rappresentante degli scioperanti, con un diffuso spirito di solidarietà da parte dei dipendenti governativi.
Alla fine, nella serata di mercoledì 2 aprile, i rappresentanti della Histadrut e del Comitato dei lavoratori del ministero degli Esteri hanno siglato col ministero delle Finanze un memorandum di intesa. Ciò ha consentito ai diplomatici di porre fine allo sciopero e di tornare al lavoro nella mattinata di oggi. L’intesa prevede che, entro 30 giorni, il memorandum dovrà tradursi in un accordo vero e proprio col ministero degli Esteri.
Ma quali sono i punti principali dell’intesa? Tra le rivendicazioni più sentite dai diplomatici, ha trovato una certa soddisfazione quella relativa non solo alle pensioni dei diplomatici, ma anche a quelle dei loro compagni di vita. Alla base della vertenza c’era infatti l’idea che coniugi e/o compagne e compagni dei diplomatici, a causa degli anni passati all’estero col dipendente governativo, subiscono danni consistenti rispetto alle loro possibilità di carriera o, comunque, nella loro vita lavorativa. Tanto che, in alcuni casi, la famiglia del diplomatico ormai pensionato deve vivere in ristrettezze, poiché l’assegno ricevuto dall’ex funzionario finisce per essere l’unica fonte di reddito della coppia. Il memorandum prevede quindi un aumento degli emolumenti pensionistici.
In secondo luogo, l’intesa prevede aumenti retributivi per i diplomatici dislocati all’estero. Si tratta di aumenti connessi sia al costo della vita dei diversi paesi che, più in generale, alle condizioni di vita che, in alcuni di tali paesi, possono essere particolarmente difficili (comportando, ad esempio, l’esigenza di iscrivere i figli minorenni in scuole significativamente costose).
In terzo luogo, l’intesa migliora le retribuzioni per i neo-assunti e abbrevia i tempi necessari per una loro prima promozione a gradi superiori di carriera.
In cambio di tutto ciò, l’intesa assicura al Ministero una pace sociale pluriennale, oltre a maggior potere nel decidere le collocazioni dei diplomatici inviati all’estero.
Durante la vertenza, i portavoce dei lavoratori del ministero degli Esteri hanno sottolineato il carattere meramente sindacale e non politico/partitico della loro iniziativa. Anche se, dato il tipo di compiti da loro svolti normalmente, le conseguenze negative per il Governo Netanyahu sono state inevitabili. Nelle settimane scorse, si era persino parlato di una possibile cancellazione di parte del programma relativo al viaggio in Terra Santa programmato dal Papa per il prossimo mese di maggio, anche se poi il Vaticano ha confermato la visita di Bergoglio a Gerusalemme.
Per uno strano scherzo del destino, proprio stamattina, mentre la notizia della soluzione della vertenza israeliana si diffondeva anche in Europa, il nostro ministro degli Esteri, Federica Mogherini, ha annunciato un piano di tagli del suo dicastero che dovrà comportare anche “una revisione del trattamento economico del personale all’estero”. Un tema, questo, su cui, secondo il Ministro, vi sarebbe “una sensibilità diffusa” cui “stiamo rispondendo”. Audita dalle Commissioni Esteri di Camera e Senato, il ministro Mogherini ha dichiarato che tra il 2014 e il 2016 la Farnesina si propone di risparmiare 108 milioni, ma non ha precisato quanta parte di tale ammontare dovrebbe derivare dagli auspicati tagli retributivi.






























