E’ ormai chiaro che in Grecia si sta giocando una partita che va ben oltre la permanenza del paese nell’area euro. In gioco sono le regole della democrazia del vecchio continente e la possibilità di uscire da quel regime che Habermas ha definito di “post-democrazia”, caratterizzato da una profonda asimmetria tra partecipazione democratica e scelte pubbliche. Una condizione di afasia dei cittadini che è il riverbero del fallimento più ampio della stessa idea di Europa: “dove le elites politiche nazionali, schiacciate dalle logiche finanziarie del fiscal compact antepongono nella loro attività i benefici che i loro Governi «ricavano» per sé stessi sul remoto palcoscenico di Bruxelles”, incuranti dell’“assenza di partecipazione dei cittadini dell’ Ue rispetto alle decisioni del loro Parlamento di Strasburgo”.
James Kenneth Galbraith, figlio del grande economista premio Nobel per l’economia John Kenneth Galbraith e consulente del governo Greco e del Ministro Varoufakis, in una sua intervista al Manifesto così ha sintetizzato i drammatici risultati delle ricette fin qui “suggerite” dal FMI alla Grecia: “Cinque anni fa, il Fondo monetario internazionale aveva previsto che il Pil greco si sarebbe contratto del 5% a causa delle misure di austerità. Ad oggi si è ridotto del 25%. Questo dovrebbe bastare a decretare la necessità di un superamento radicale del programma”.
Un programma, quello contenuto nel Piano di austerity imposto dal FMI, dalla Troika e dai creditori (che battono cassa incuranti dello stato reale del paese) che non contiene riforme ma vere “contro-riforme”: “I tagli ai salari e alle pensioni, gli aumenti di tasse e le privatizzazioni selvagge non sono riforme ma, appunto, contro-riforme, che mirano a ridurre il ruolo dello Stato nell’economia e a imporre un singolo modello di politica economica in tutta Europa. Qualunque riforma che sia degna di questo nome richiede tempo, pazienza, pianificazione e denaro. La riforma del sistema pensionistico e di sicurezza sociale, l’introduzione di standard del lavoro moderni, una politica di privatizzazione oculata, la creazione di un sistema di riscossione delle imposte efficiente: queste sono vere riforme, che favorirebbero la crescita e il dinamismo dell’economia, e su cui il governo sarebbe ben felice di muoversi, se solo i creditori glielo permettessero”.
La Grecia dunque è stretta nel ricatto di piegarsi ai diktat della Troika o dover uscire dall’area Euro, sopportandone le conseguenze nell’immediato di un sicuro e drammatico peggioramento delle già compromesse condizione attuali (caos finanziario, blocco di business importanti, crisi del sistema bancario, incertezze legali sullo stato del debito). Secondo l’economista bocconiano Giacomo Vaciago, l’errore di Tsipras è stato quello di avere perso tempo nella estenuante trattativa con l’Europa senza essere riuscito a tirare dalla sua parte nessun capo di Governo, neanche tra quelli che gli avevano testimoniato grande solidarietà al momento del suo insediamento. Per la Grecia, dunque, il sogno di potere di essere come la Germania sarebbe ormai al tramonto, e la nuda verità di un paese almeno 20 anni indietro rispetto alla superpotenza guidata dalla Merkel, starebbe per imporsi sulla finzione della comune appartenenza all’Europa dei potenti.
In realtà Tsipras può contare sul sostegno di importanti economisti della scena internazionale tra cui i due premi Nobel Paul Krugman e Joe Stiglitz e Thomas Piketty, che in una lettera appello ai leader europei pubblicata sul Financial Times hanno espresso dure critiche al FMI, accusandolo di imporre politiche economiche che rispondono alle esigenze dei paesi più forti, specie gli USA, e che si rivelano inefficaci e di ostacolo al superamento della crisi e a tutto discapito dei paesi più poveri.
I possibili risvolti geo-politici della vicenda greca, con l’eventualità di un avvicinamento del paese alla Russia o alla Cina, hanno indotto il presidente Obama a prendere posizione a favore del raggiungimento di un accordo. E questo ha sicuramente contribuito a lasciare ancora aperta una possibilità di compromesso.
Rimane comunque il vulnus da parte dei leaders europei di essersi intromessi nella politica interna greca, invitando a votare per il sì nel referendum indetto sulle nuove misure di austerità, contro le posizioni espresse dallo stesso Tsipras.
E’ del tutto evidente che le cancellerie europee ritengono di ostacolo alla trattativa sia il primo ministro greco che il suo Ministro delle Finanze, il creativo Varoufakis, e che vedrebbero di buon occhio una sostituzione con una nuova compagine favorevole al compromesso. E anche questo è il segno tangibile di quel regime di post-democrazia denunciato da Habermas.
Rimane però il problema di fondo di quanto possa essere di utilità per il paese greco rimanere nella moneta unica a fronte delle politiche egemoniche della Germania, che pretende di imporre le regole agli altri non rispettando quelle che la riguardano, come quella di non superare il 3% di surplus nel rapporto tra esportazioni ed importazioni, oggi al 6%. E su questo punto Krugman è molto chiaro: “Il collasso dell’economia greca non è imputabile solo agli errori che il suo governo ha fatto fino al 2008, ma soprattutto alle misure di austerità e all’euro. Le prime avrebbero potuto essere efficaci se avessero rese competitive le esportazioni (in cui, come abbiamo detto, eccelle il gigante tedesco). Essendo questo impossibile senza avere una propria moneta, uscire dall’euro potrebbe essere l’unica soluzione”. Torna in mente il vecchio detto di Confucio “la via di uscita è la porta, perché nessuno se ne accorge?”.
Roberto Polillo





























