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Home - Approfondimenti - La nota - Responsabilità delle imprese, il Cdm vara la modifica della legge 231. Altolà dei sindacati: “uno scudo all’illegalità, il governo si confronti con noi”

Responsabilità delle imprese, il Cdm vara la modifica della legge 231. Altolà dei sindacati: “uno scudo all’illegalità, il governo si confronti con noi”

di Nunzia Penelope
4 Agosto 2026
in La nota
Da destra a sinistra, tutti a pezzi

CONSIGLIO DEI MINISTRI DEL PRIMO MAGGIO 2023, PIAZZA COLONNA, PALAZZO CHIGI

Il governo ha proceduto come da previsioni: nel Cdm del 4 luglio e’ stato approvato un disegno di legge per modificare la legge 231 del 2001, quella che regola la responsabilità delle imprese. La notizia è  uscita nei giorni scorsi, era al punto 3 dell’ordine del giorno del pre-consiglio dei ministri del 3 agosto, che riportava: “Schema di disegno di legge: revisione della disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche di cui al decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231 (Giustizia)”. Peraltro, seguito, al punto 5, da un altro schema di decreto legislativo per la “riorganizzazione e riordino delle funzioni della Corte dei Conti”, di cui già molto si è parlato e contro il quale e’ già insorta la magistratura contabile.

Ma è la revisione della 231 che arriva a sorpresa, in piena estate. In realtà’, la modifica della 231 era stata fortemente richiesta dal presidente della Confindustria, Emanuele Orsini, nel suo intervento all’Assemblea generale dell’associazione di maggio scorso. Orsini aveva accusato la legge di intervenire in modo ”punitivo” nei confronti delle imprese. E il governo, due mesi dopo, gli ha dato ascolto. In pratica, pero’, si tratta di un colpo di mano doppio, che ha suscitatola reazione di sindacati e forze politiche.  Gli interventi  sulla Corte dei Conti da un lato, osserva la Cgil, e dall’altro sulla 231, renderebbero il sistema appalti, pubblici e privati, una sorta di nuova e peggiore giungla rispetto a quanto non sia già oggi, rendendo molto più difficile contrastare illegalità, nero, infortuni sul lavoro. Lo dice chiaramente Alessandro Genovesi, responsabile degli appalti e la lotta al nero della Cgil, che chiede al governo ‘’di aprire un tavolo con le parti sociali, evitando di introdurre surrettiziamente veri e propri scudi, depotenziando la responsabilità organizzativa delle imprese committenti’’.

La Cgil, spiega il sindacalista, non è contraria a una revisione della legge, anzi: “Siamo stati tra i primi – sottolinea Genovesi – ad avanzare proposte per aggiornare la 231/01 ai nuovi contesti produttivi e tecnologici, ad individuare possibili linee guida per definire dei Modelli Organizzativi e Gestionali di filiera in grado di garantire realmente controlli lungo la catena degli appalti, qualificare al meglio le imprese fornitrici, individuare procedure di reale verifica del funzionamento organizzativo dei diversi cicli produttivi. Ma – aggiunge – sempre nell’ottica di responsabilizzare i committenti e non di rendere di fatto il tutto più opaco o peggio di rendere più difficile ad investigatori, sindacati, istituzioni combattere evasione fiscale, sfruttamento della manodopera, errata organizzazione del lavoro”.

“Numerose sono le indagini aperte da diverse procure e dalle forze dell’ordine – ricorda il dirigente sindacale – da Milano a Prato, dalla Liguria alle Marche alla Sicilia, che spesso portando le aziende stesse a cambiare i propri modelli, a regolarizzare migliaia di lavoratori e lavoratrici sfruttate, proprio in virtù del principio di omessa vigilanza e colpa di organizzazione che è in capo ai committenti”.

“Poiché una riforma della 231/2001 riguarda non solo le imprese, ma anche e soprattutto i lavoratori delle aziende committenti e degli appalti – conclude Genovesi – chiediamo al governo di sospendere l’intervento e di aprire subito un tavolo di confronto presso il Ministero della Giustizia con organizzazioni datoriali e sindacali, per individuare un equilibrio tra gli interessi in campo, anche partendo da alcune proposte condivisibili della Commissione Fidelbo”.

A sua volta, la segretaria confederale Francesca Re David afferma: “Il Governo Meloni sostiene di non voler criminalizzare le imprese, ma il provvedimento approvato  dal Consiglio dei ministri rappresenta un arretramento sul fronte della sicurezza, a tutto vantaggio di quelle aziende che scelgono di risparmiare su sicurezza e legalità”. Nel merito, per Re David la previsione di una presunzione di conformità dei modelli e dei sistemi aziendali di organizzazione in materia di salute e sicurezza “rappresenta una scelta già smentita da numerosi pronunciamenti giurisprudenziali. Ciò che deve rilevare non è la mera esistenza formale di un modello, ma la sua effettiva capacità di prevenire gli infortuni, la sua adeguatezza e la sua concreta attuazione. In altre parole, non può bastare un documento, per quanto formalmente corretto, a costituire uno schermo rispetto alle responsabilità amministrative o penali”. Inoltre è “particolarmente grave” la scelta di invertire l’onere della prova, perché rischia di deresponsabilizzare le imprese e di rendere molto più difficile accertarne le responsabilità. Si indebolisce così uno dei principali strumenti di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, aumentando il peso probatorio a carico delle vittime e dell’accusa”.

Anche la Uil esprime la propria contrarietà’. “Pur condividendo la necessità di aggiornare la disciplina sulla responsabilità amministrativa degli enti, siamo preoccupati per un provvedimento presentato senza alcun confronto preventivo con le parti sociali e che rischia di rendere più difficile l’accertamento delle responsabilità delle imprese in caso di caporalato, dumping contrattuale, sfruttamento del lavoro e gravi violazioni della salute e sicurezza lungo le filiere produttive, negli appalti e nei subappalti”, dichiarano le segretarie confederali Vera Buonomo e Ivana Veronese.

“La responsabilità organizzativa non può fermarsi ai cancelli dell’impresa, ma deve comprendere l’intera filiera produttiva. In un Paese che continua a registrare un numero inaccettabile di morti sul lavoro e dove lo sfruttamento della manodopera rappresenta ancora una grave emergenza sociale – hanno rimarcato Buonomo e Veronese – serve rafforzare gli strumenti di prevenzione, di controllo e di responsabilizzazione lungo tutta la catena degli appalti. Occorre rafforzare la legalità e la trasparenza del sistema produttivo, promuovere modelli organizzativi realmente efficaci, garantire un’effettiva vigilanza lungo tutta la filiera. Per queste ragioni –  concludono Veronese e Buonomo – chiediamo che il Governo apra un confronto con le parti sociali, affinché la riforma rafforzi realmente la tutela del lavoro e non produca, anche indirettamente, un indebolimento della responsabilità delle imprese”.

Protestano, unitariamente, anche i sindacati del settore tessile moda. Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec ricordano al governo che sono da mesi impegnati a un tavolo moda, presso il Mimit, che ha come scopo la difesa della legalità’ nel settore. “Da mesi -scrivono i sindacati in una nota – partecipiamo al tavolo ministeriale della moda dove, in plenaria, si continua a dire che serve una regolamentazione specifica del settore, serve contrastare il caporalato, serve ridare lustro e credibilità al Made in Italy, indiscutibilmente un patrimonio distrettuale e manifatturiero da preservare”.

“In più occasioni abbiamo unitariamente ribadito che non avremmo mai accettato uno scudo penale per le imprese dinanzi a reati come lo sfruttamento e il caporalato lungo la filiera, ma che eravamo disponibili a ragionare su un Modello operativo gestionale che potesse agire sulla prevenzione. A tal fine, sollecitati anche dal Governo in seguito alla discussione in merito alle modifiche del DDL PMI di fine 2025, abbiamo iniziato gli incontri con le controparti datoriali rappresentative della filiera della moda”.

Come OO.SS. di categoria, “auspicavamo un approccio del tutto differente che mirasse alla prevenzione delle ipotesi di reato, data anche la convergenza di queste tematiche con la direttiva europea sulla due diligence. Tale direttiva, che dovrà comunque essere recepita dal parlamento, va in direzione opposta all’impostazione sopra descritta. Esprimiamo pertanto la nostra preoccupazione per gli impatti che deriverebbero non solo sulla filiera della moda, ma in generale in tutti i settori. Se confermati, questi provvedimenti andrebbero nella direzione esattamente contraria rispetto alla tutela del Made in Italy cui stavamo lavorando. Chiediamo dunque che si blocchi il provvedimento e si ragioni invece in termini di modelli operativi idonei a scongiurare quanto più possibile sfruttamento e illegalità”.

Nunzia Penelope

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