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Home - Approfondimenti - Interviste - Rota, non chiamatela sanatoria

Rota, non chiamatela sanatoria

di Tommaso Nutarelli
20 Maggio 2020
in Interviste
Rota, non chiamatela sanatoria

Non una sanatoria ma una regolarizzazione. Per Onofrio Rota, segretario generale degli alimentaristi della Cisl, la questione dei lavoratori irregolari presenti nel nostro paese, e in un numero elevatissimo nel settore agricolo, deve essere letta in questo modo. Per il numero uno della Fai-Cisl si tratta di inserire queste persone nella legalità, riconoscendo loro diritti, aiutando anche tutte quelle imprese che operano nel rispetto delle regole. Non si tratta di un “liberi tutti”, ma di affrontare seriamente, senza ideologie e populismi, la gestione della manodopera straniera nel nostro territorio. Una questione che non può essere ulteriormente sottaciuta, anche alla luce dei cambiamenti demografici che stanno interessando il nostro mercato del lavoro.

Rota, c’è stato un dibattito molto animato intorno al tema della regolarizzazione o sanatoria dei lavoratori irregolari. Qual è la sua posizione?

Io non userei il termine sanatoria, ma regolarizzazione. La sanatoria è per gli evasori fiscali.

Perché?

Perché qui stiamo parlando di inserire nella legalità persone già presenti nel nostro tessuto produttivo. Credo che sia una battaglia di civiltà e un dovere costituzionale del nostro paese garantire a tutte le persone quei diritti fondamentali. Si tratta di far emergere il lavoro nero, di permettere a queste persone di contribuire alla collettività pagando le tasse. Non è un mero modo di reperire manodopera.

Crede che i benefici siano molti di più.

Certamente. Stiamo vivendo un momento estremamente particolare per la società e il mondo del lavoro. Nel settore agricolo i lavoratori irregolari sono 370mila, i due terzi del totale nazionale. Persone che vivono nei ghetti in condizioni disumane, dove non si rispettano minimamente le norme igienico-sanitarie. Ci sono inoltre molte aziende che operano legalmente e che ci chiedono di contrastare il dumping. La regolarizzazione è certamente un modo per farlo e aiutare quelle realtà che devono affrontare la spregevole concorrenza del caporalato, che opera al ribasso in termini di diritti, retribuzioni e costi dei prodotti, danneggiando imprese e lavoratori.

Ma la regolarizzazione potrebbe invogliare molti lavoratori a venire nel nostro paese, causando un eccesso di domanda e quindi un abbassamento delle condizioni occupazionali?

Naturalmente questo non è “un liberi tutti” e non vuol dire essere favorevoli a ingressi illegali e incontrollati di mano d’opera. Come detto è uno strumento rivolto a chi ha già lavorato nella nostra agricoltura. Certamente la delicata situazione economica potrebbe innescare un incremento della domanda di lavoro. Questo è possibile, come in molti altri settori.

Alcune associazioni del settore, come la Coldiretti, hanno sottolineato che i primi lavoratori interessati dalla regolarizzazione potranno effettivamente lavorare non prima di metà settembre. È uno scenrio secondo lei possibile?

Bisogna capire quali saranno le disposizioni operative del ministero degli Interni. Noi abbiamo sottolineato come la finestra dal 1° giugno al 15 luglio sia troppo breve per la presentazione delle domande di regolarizzazione. Certamente la tempistica e i passaggi della burocrazia andranno a incidere sul quando queste persone saranno effettivamente operative. Un tema sul quale dobbiamo prestare attenzione.

C’è poi tutta la platea dei percettori di ammortizzatori sociali, come il reddito di cittadinanza, per i quali si prospetta un possibile impiego nell’agricoltura. Tutto questo è fattibile?

Impiegare i percettori dei diversi ammortizzatori sociali, come il reddito di cittadinanza, può sicuramente rappresentare una risposta ulteriore, purché a queste persone venga riconosciuto un contratto di lavoro, anche a tempo determinato. Noi restiamo fermamente contrari all’uso dei voucher.

Perché?

Perché se è la flessibilità quello che si cerca, il contratto nazionale dell’agricoltura ne ha quanta si vuole. Quindi non invochiamo questo tema. Il voucher è un pezzo di carta vuoto, che riconosce solo una retribuzione, senza nessuna copertura previdenziale, la maternità o il fondo sanitario. È uno strumento che ha una sua logica se rivolto a studenti o pensionati, ma non deve essere inserito in modo strutturale nel mercato del lavoro.

Molti lavoratori italiani, in questo momento di difficolta, hanno manifestato la loro disponibilità a lavorare nell’agricoltura. Qual è la sua opinione in merito?

Non ho nulla in contrario alla presenza degli italiani nei campi, ci mancherebbe. Così come reputo molto positive le iniziative promosse da altre associazioni di raccogliere e ascoltare le richieste di lavoro che in questo momento stanno arrivando. Penso che tutto sia riconducibile alla difficile situazione che molti stanno affrontando. Tuttavia, in passato, non ho visto una presenza così massiccia degli italiani nell’agricoltura e nell’industria alimentare, preferendo altre strade lavorative e professionali. Nel settore avicolo, che conosco molto bene, almeno il 75% dei lavoratori non sono italiani.

Le è piaciuto il modo in cui la politica, e non solo, ha gestito la questione della regolarizzazione?

Bisogna abbandonare la logica da guelfi e ghibellini. In questo momento la politica deve avere un pensiero lungo, che sappia immaginare il paese che verrà fuori da questa emergenza, senza ideologie e populismi. La questione della regolarizzazione deve essere affrontata proprio in questo modo. Occorre ragionare seriamente sull’ingresso di manodopera regolare nel nostro paese, come fanno ad esempio in Germania. Così come dobbiamo essere coscienti che la presenza di lavoratori stranieri è imprescindibile anche per motivi demografici. La popolazione sta invecchiando e la parte attiva si riduce sempre di più. In che modo sosterremo la previdenza quando il numero dei pensionati avrà superato quello di chi lavora?

Tommaso Nutarelli

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Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

Giornalista de Il diario del lavoro.

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