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Home - Rubriche - Giochi di potere - Se Atene piange, Sparta non ride

Se Atene piange, Sparta non ride

di Riccardo Barenghi
3 Febbraio 2022
in Giochi di potere
Coalizioni sbandate

Se Atene piange, Sparta non ride. Dall’Aristodemo di Vincenzo Monti alla nostra situazione politica, dove Atene è il centrodestra e Sparta il centrosinistra. Le due coalizioni che si fronteggiano in Parlamento e nel Paese, quelle che dovrebbero presentarsi l’una contro l’altra alle elezioni dell’anno prossimo per vincere la posta in palio, che poi sarebbe il governo del Paese, sono uscite malconce dalla prova del Quirinale. Forse non allo stesso modo: se il centrodestra ha perso su tutta la linea, il centrosinistra non ha certamente vinto la battaglia. E adesso sono costrette a un’opera di ricostruzione che non si sa se riuscirà a concludersi positivamente per entrambi.

Grazie a Salvini e alla sua pretesa di indicare il nome del nuovo Presidente senza riuscire neanche a portarne uno in votazione (tranne Elisabetta Casellati, ma quella era una battaglia persa in partenza), la destra italiana è attualmente in pezzi, come ha onestamente dichiarato Giorgia Meloni, come ha certificato Silvio Berlusconi e come il fatto sia evidente a tutti gli italiani. E allora che succederà, sarà possibile rimettere insieme i cocci? Oppure l’unica strada sarà quella di un “ognuno per sé e Dio per tutti”? Ovviamente i leader dei tre partiti faranno di tutto per rimettersi insieme, ben sapendo però che la sconfitta pesa e soprattutto che tra loro ci sono differenze politiche e identitarie così profonde che non sarà facile rimarginarle in tempi relativamente brevi. Tuttavia, non hanno un’alternativa credibile, se non quella di andare alle elezioni ognuno per conto proprio e poi, in caso di vittoria, trovare un accordo in Parlamento per governare insieme. Ma per seguire questa strada ci vorrebbe una legge elettorale proporzionale, in modo che ogni forza politica possa contarsi e poi far pesare i suoi eletti in sede parlamentare. Ma Meloni vuole il maggioritario, Berlusconi forse pure, e Salvini – tanto per cambiare – non sa cosa vuole.

E già questo è un primo scoglio piuttosto grosso da superare, poi ci sono gli altri, come le alleanze europee e internazionali: Orban o popolari, sovranismo o no, Stati Uniti o Russia… Per non parlare dell’attuale governo e della sua maggioranza: il fatto che la Lega e Forza Italia siano ancora fedeli a Mario Draghi (la Lega fino a un certo punto, visto che i suoi ministri hanno disertato il voto dell’altro giorno sulla Dad) non va giù alla leader di Fratelli d’Italia. Se poi ci aggiungiamo le divisioni interne che stanno squassando il partito di Salvini e quello di Berlusconi, ecco che il gioco si fa durissimo. Per farla breve: dopo tutte le batoste che ha preso, Salvini riuscirà a restare leader della Lega oppure dovrà cedere il passo a quella corrente cosiddetta moderata capeggiata da Giancarlo Giorgetti e dai governatori del nord? E Berlusconi, riuscirà Berlusconi a tenere unito il suo partito o nei prossimi mesi? Oppure assisteremo a una scissione che darà vita a quel famoso centro moderato composto da Giovanni Toti, Luigi Brugnaro, magari Mara Carfagna, Maria Stella Gelmini e altri, che potrebbero unirsi a Matteo Renzi e a Carlo Calenda, che potrebbe diventare il terzo incomodo? Se questo fosse quello che avverrà, saremmo di fronte alla completa disgregazione di quel centrodestra fondato da Berlusconi quasi trent’anni fa e che – tra mille peripezie, passi indietro, scomposizioni e ricomposizioni – è stato uno dei due attori principali nel teatro politico.

Nel frattempo Sparta non ride. Il famoso campo largo inventato da Erico Letta – che pure è uscito quasi indenne dalla partita del Quirinale –  si assottiglia sempre di più e non si sa da chi sarà composto. Per ora il Partito democratico continua a marciare in quella direzione, quella cioè dell’intesa con i Cinquestelle, anche se le divisioni al suo interno non sono da sottovalutare (visto che una fetta del Pd, in particolare gli ex renziani, questa prospettiva non la digerisce), ma il problema riguarda soprattutto il Movimento ancora guidato da Giuseppe Conte. Riuscirà Conte a restare in sella oppure dovrà cedere il posto al ministro Luigi Di Maio che sta facendo di tutto per cacciarlo? O addirittura sarà Virginia Raggi il nuovo capo politico dei pentastellati? E’ evidente che se così fosse, la prospettiva di un’alleanza con la sinistra andrebbe a farsi benedire: sia Di Maio che Raggi non amano il Pd, semmai preferirebbero cercare un accordo col centro di cui sopra, o addirittura con la Lega. Ma tutti e tre – Conte, Di Maio e Raggi – fanno finta di non vedere la loro crisi politica e di consensi: come se aver preso il 33 per cento quattro anni fa e oggi viaggiare intorno al 14 per cento fosse un problema secondario.  “Ma questi sono sondaggi”, dicono. E si scannano per uno straccio di potere, aspettando la tempesta che gli arriverà addosso quando gli italiani non saranno solo sondati, ma voteranno. E non li voteranno.

E allora addio pure al campo largo, e forse addio pure a Letta che di fronte al fallimento della sua strategia non potrà che dimettersi e convocare il congresso del Partito, che magari alle elezioni avrà anche ottenuto un buon risultato, ma il 20 o anche il 25 per cento sarebbe comunque insufficiente per governare l’Italia: chi si ricorda la vocazione maggioritaria, il cavallo di battaglia di Walter Veltroni che, pur perdendo le elezioni del 2008, ottenne più del 30 per cento dei consensi?

Ovviamente è troppo presto per prevedere quale sarà l’esito delle future elezioni, tuttavia è possibile immaginare che né la destra né la sinistra usciranno vittoriose dalle urne, così che magari saranno costrette a rimettersi tutti (o quasi tutti) insieme, affidando il governo nelle sapienti mani di Draghi. A meno che, dopo le elezioni dalle quali uscirà un Parlamento molto ridotto (visto il taglio voluto dai Cinquestelle) e totalmente diverso da quello che ha appena rieletto Mattarella, il Capo dello stato non decidesse di lasciare il suo posto a qualcun altro. Cioè proprio a Mario Draghi.

Riccardo Barenghi

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