“E’ un paradosso, ma oramai la politica industriale italiana si fa a Pechino.” La battuta è piaciuta ai giornalisti che ne hanno fatto l’incipit di più di un articolo. Se la prendiamo a prestito anche noi, a qualche giorno di distanza, è perché con queste poche parole Romano Prodi ha offerto la sintesi più efficace di una settimana densa come poche di avvenimenti significativi, e di occasioni di riflessione, per ciò che riguarda il rapporto tra il nostro apparato produttivo, con particolare riferimento alle grandi imprese, e i processi di globalizzazione dell’economia.
Tutto è cominciato nel tardo pomeriggio di domenica 22 marzo, quando ha preso ufficialità e concretezza una notizia che, da qualche giorno, aleggiava sulle redazioni economiche dei giornali italiani. E cioè che era stato firmato un accordo in base al quale il colosso statale China National Chemical Corporation diventerà l’azionista di maggioranza della Pirelli. In sostanza, un altro campione della nostra industria manifatturiera diventa proprietà di un grande gruppo straniero.
Ora il caso ha voluto che proprio per il giorno dopo, lunedì 23 marzo, fosse stato messo in calendario un mega convegno su “La storia dell’Iri e la grande impresa oggi”. Un convegno organizzato a Roma, originariamente, per presentare l’uscita di una monumentale Storia dell’Iri curata da Pierluigi Ciocca, già vice direttore generale della Banca d’Italia, e pubblicata dall’editore Laterza in 6 volumi. Un convegno che peraltro, data la congiuntura temporale, si è trasformato in una prima occasione per riflettere a caldo, anche se in una prospettiva storica, sull’annunciata acquisizione cinese della Pirelli. Oltre che sul contesto in cui tale notizia si inserisce.
Quella stessa mattina, d’altra parte, il quotidiano torinese “La Stampa” pubblicava un articolo di Mario Deaglio che, oltre a essere un docente universitario, si è affermato da anni come uno dei più seri commentatori di fatti economici tra quelli ospitati sui nostri giornali. Ebbene, l’articolo di Deaglio, che prendeva spunto proprio dal “passaggio della Pirelli, una delle maggiori società industriali private di questo paese, da una proprietà italiana a una proprietà cinese”, poteva apparire – anche se non lo era – come un’anticipazione degli interventi che, nel corso della mattinata, avrebbero animato il convegno romano.
Quella della Pirelli, argomentava Deaglio, è solo “la più recente di una lunga lista di acquisizioni estere di imprese italiane di prima grandezza”. Acquisizioni che, di per sé, non sono un male e sono comunque “parzialmente controbilanciate da acquisti, peraltro solo raramente di simile importanza, di imprese estere da parte di società italiane”. “Il fatto grave – affermava però Deaglio – è che tutto questo avviene ‘per caso’”. Infatti, quasi nessuno, a livello politico, “si domanda quale significato possano avere questi cambi di controllo sul futuro dell’economia italiana”. In sostanza, “non ci si preoccupa del futuro che attende i giovani di oggi e i lavoratori di domani quando le decisioni sugli investimenti, le assunzioni, le aperture e le chiusure di nuovi centri produttivi saranno prese a Pechino oppure ad Abu Dhabi”. Personalmente, aggiungerei che le traversie che hanno ripetutamente colpito le acciaierie Ast di Terni, dopo la loro acquisizione da parte della ThyssenKrupp, cioè da parte di un grande gruppo germanico il cui solo nome pareva costituire di per sé un’ottima garanzia per il futuro, sono lì a dimostrare la validità di questo ragionamento.
Ma torniamo a Deaglio. Il cuore delle cui argomentazioni è questo: “All’Italia non manca soltanto una politica industriale, ma anche la consapevolezza della necessità di averne una”. In senso più ampio, sono “largamente carenti” sia una “riflessione sul futuro dell’economia”, sia “la trasformazione di questa riflessione in un indirizzo politico a carattere generale”.
Se questa riflessione venisse fatta, secondo Deaglio, si vedrebbe che “pur essendo la presenza economica italiana significativa in molti settori, alle imprese italiane è mancato, e tuttora largamente manca, un retroterra finanziario nazionale”. Ne segue che “le imprese italiane maggiormente dotate di progetti e di idee trovano spesso solo all’estero situazioni favorevoli alla propria crescita”. E quindi, per garantirsi il futuro, “le imprese italiane medio-grandi sono state sospinte verso alleanze internazionali in cui spesso non sono il partner forte”. E questo è il punto.
Ora queste riflessioni di Deaglio non possono non far tornare alla mente dell’osservatore di cose industriali alcune delle idee espresse l’anno scorso dal Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nelle Considerazioni finali della sua Relazione annuale. Laddove aveva posto il problema di quella che mi permetterei di definire come la sottocapitalizzazione delle imprese italiane, sottolineando che sarebbe opportuno che tali imprese si procurassero “una dotazione di capitale più elevata”, onde agevolare il proprio accesso al credito, mentre “una maggior diversificazione delle fonti di finanziamento esterno le renderebbe più robuste”. Visco aveva affermato quindi di ritenere auspicabile “un aumento del patrimonio netto” delle nostre imprese, osservando che da un lato occorrerebbe agevolare “il reperimento di capitale di rischio”, mentre, dall’altro, sarebbe opportuno che gli imprenditori si sentissero incoraggiati “a impegnare risorse proprie, mostrando per primi fiducia nelle prospettive delle loro aziende”. Insomma, per navigare nel mare aperto della competizione globale le imprese italiane devono avere patrimoni più robusti, oltre a una capacità/possibilità reale di procurarsi capitali di rischio altrui da fonte bancaria e da altre fonti.
Dal maggio 2014 al marzo 2015 sono passati 10 mesi ma siamo sempre lì, per ciò che riguarda la capacità dei nostri Governi di dare al paese quella guida economica che sarebbe necessaria. Mutato, invece, è il contesto. Lo si è capito quando, sempre nella mattina di lunedì 25 marzo – in occasione del citato convegno sull’Iri, organizzato dalla Banca d’Italia nella prestigiosa sede dell’Accademia dei Lincei – Ignazio Visco è tornato a prendere la parola, prospettando un paragone storico di grande interesse. A metà anni 90, il forte deprezzamento della lira – conseguente all’uscita dallo Sme – impresse un significativo impulso alla nostra economia. Tale impulso servì a sostenere le importazioni, ma “non fu utilizzato per ristrutturare con investimenti adeguati un apparato produttivo che già mostrava i sintomi della debolezza strutturale che lo avrebbe caratterizzato negli anni successivi”. Cioè, aggiungiamo noi, a partire dall’inizio degli anni 2000, quando – non per caso – si cominciò a parlare di declino industriale.
Vent’anni dopo, sostiene Visco, ci troviamo di nuovo in una fase potenzialmente favorevole poiché vari fattori esterni – riduzione del prezzo del petrolio, deprezzamento del cambio dell’euro, e, soprattutto, le misure di espansione monetaria assunte dalla Bce e la discesa dei tassi di interesse – “stimolano la domanda globale” e si assiste quindi a un “recupero di fiducia”. Per Visco, questo è dunque “il momento di intervenire strutturalmente sul potenziale di crescita dell’economia con strumenti che innalzino a un tempo produttività e occupazione, creando nuovo reddito e nuova domanda”. Sapendo che gli “investimenti privati” e quelli pubblici in “infrastrutture” sono il passaggio ineludibile per avviare ripresa e sviluppo.
Ma qui siamo al punto. Perché nella seconda metà del secolo scorso l’Italia si è affermata sulla scena economica mondiale, essenzialmente, come un paese industriale. Per cogliere quindi la finestra temporale potenzialmente favorevole, che ci si apre davanti in grazia dei motivi ricordati da Visco, non basta che il Governo del nostro paese sia consapevole del quadro macroeconomico e adotti le conseguenti misure di tipo economico generale. Oltre a iniziative mirate almeno ad avviare a soluzione la complessa questione della sottocapitalizzazione delle nostre imprese, serve una politica industriale volta, innanzitutto, ad affrontare la sfida della loro crescita dimensionale.
L’Iri, ovvero l’Istituto per la ricostruzione industriale, fu fondato nel 1933 allo scopo di fronteggiare le gravi conseguenze della Grande Crisi, quella scoppiata nel 1929, e fu attivo fino al 2002, l’anno della sua chiusura. Quasi un settantennio caratterizzato dal susseguirsi di fasi alterne, il giudizio sulle quali è ormai consegnato agli storici. Salvo un punto su cui c’è già grande consenso, ovvero il ruolo decisivo avuto dall’Iri negli anni del nostro grande sviluppo industriale, dal secondo dopoguerra fino alla fine degli anni Sessanta.
Il guaio, secondo Romano Prodi – invitato al convegno, come Gian Maria Gros-Pietro, non solo in quanto economista, ma in quanto ex Presidente dell’Istituto – è che dopo la chiusura dell’Iri “c’è stato un indebolimento del ministero dell’Industria”, quello che oggi si chiama ministero dello Sviluppo economico, e che “non abbiamo più pensato a una struttura forte che dia il senso della politica industriale del paese.” E qui il Professore ha infilato la sua memorabile battuta da cui abbiamo preso le mosse.
“Andiamo incontro al futuro economico e industriale del paese – ha scritto ancora il prof. Deaglio nell’articolo sopra ricordato – con gli occhi bendati, nella convinzione che la politica industriale sia un vecchio arnese da museo, reliquia di un passato socialista, e che il ‘mercato’ faccia tutto da solo.” Con parole singolarmente simili, a poche ore di distanza dall’uscita nelle edicole dell’edizione della “Stampa” recante l’editoriale di Deaglio, anche Prodi esclama: “Non sono neo-comunista!”. Ma ribadisce con forza che la politica industriale è tanto necessaria che la hanno fatta “tutti”. E cita come esempio preclaro ciò che ha fatto in materia il Presidente degli Stati Uniti, Obama, in particolare “con il settore dell’auto”.
Nei limiti di un intervento in un sia pur importante convegno, Prodi si è dunque limitato ad affermare la necessità per il nostro paese di dotarsi non solo di linee di politica industriale, ma anche di sedi e strumenti per pensarla e realizzarla. Un argomento, questo, su cui peraltro l’ex capo del Governo ha le idee chiare come sa chi ricorda il vero e proprio manifesto per una nuova fase di politica industriale che lo stesso Prodi pubblicò, nel giugno dell’anno scorso, sul “Messaggero”, il quotidiano con cui collabora.
Morale della favola? Non basta rendere il sistema-paese più accogliente per gli investimenti esteri, come sembra pensare l’attuale capo del Governo. Bisogna lavorare per rendere le imprese italiane più grandi, più forti e più capitalizzate, oltre che più innovative, affinché possano non solo reggere alla competizione globale, ma anche cogliere le opportunità di cui ha parlato Visco nel salone posto al secondo piano dell’Accademia dei Lincei.
Twitter: @Fernando_Liuzzi





























