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Home - Approfondimenti - La nota - Sparisce il ‘’salario di garanzia’’, ma ora l’ostacolo è il ‘’décalage’’

Sparisce il ‘’salario di garanzia’’, ma ora l’ostacolo è il ‘’décalage’’

28 Settembre 2016
in La nota
Sparisce il ‘’salario di garanzia’’, ma ora l’ostacolo è il ‘’décalage’’

La notizia può essere data in una riga: oggi, a Roma, si è riavviata la trattativa per il contratto dei metalmeccanici. Il che non significa solo che questa trattativa sia ripresa dopo la pausa estiva. Significa qualcosa di più. Ovvero che il negoziato, che nei mesi scorsi aveva finito per arenarsi nelle secche di un dissidio non mediabile fra associazioni imprenditoriali e sindacati di categoria, ha conosciuto oggi l’inizio di una nuova fase. Per non dire un nuovo inizio.

Ciò è stato reso possibile dal fatto, ampiamente atteso, che Federmeccanica e Assistal, le organizzazioni delle imprese del settore aderenti alla Confindustria, hanno presentato oggi  ai sindacati Fim, Fiom, Uilm una nuova proposta negoziale. Ovvero una proposta che modifica un punto essenziale della piattaforma illustrata, il 22 dicembre dell’anno scorso, nel terzo incontro di una ormai lunghissima trattativa.

Si può anzi dire che la vera notizia è questa: Federmeccanica e Assistal hanno tolto dal tavolo l’elemento che aveva costituito, sin qui, l’ostacolo principale rispetto alla possibilità di uno sviluppo positivo del negoziato. Ostacolo costituito dalla proposta di istituire il cosiddetto “salario di garanzia”. Una proposta che, sin dal gennaio di quest’anno, Fim, Fiom e Uilm avevano sostanzialmente respinto, giudicandola inaccettabile.

E’ così accaduto che nei mesi compresi fra gennaio e marzo, accantonata la questione del salario, il negoziato era entrato in una seconda fase, caratterizzata da una serie di incontri a delegazioni ristrette, volti a esaminare tutte le altri parti delle diverse piattaforme in campo: quella comune di Fim e Uilm e quella della Fiom, per la parte sindacale; e quella di Federmeccanica e Assistal, per la parte datoriale.

Terminata la fase esplorativa, ed effettuati i primi scioperi, era tornata in primo piano la questione del salario di garanzia. Ma su questo terreno, a differenza di quanto accaduto su altri temi, il negoziato non aveva fatto un centimetro di strada. E a fine luglio, dopo che i sindacati avevano già effettuato 20 ore di sciopero, le parti si erano lasciate senza ulteriori appuntamenti in agenda.

Perché la proposta originaria di Federmeccanica era stata giudicata non commestibile da parte dei sindacati? Di primo acchito, l’espressione “salario di garanzia” non suona male. Ma ciò che aveva suscitato la levata di scudi dei sindacati di categoria erano i suoi contenuti.

In sostanza, l’idea di Federmeccanica era quella di cancellare i minimi salariali relativi ai vari livelli dell’inquadramento, e di sostituirli con una coppia concettuale formata da retribuzione individuale e salario di garanzia. In pratica, gli aumenti nominali del nuovo salario di garanzia derivanti dal recupero ex post dell’eventuale crescita dell’inflazione – verificatasi nell’anno precedente e misurata in base all’indice Ipca – sarebbero andati solo a quei lavoratori la cui retribuzione individuale risultasse inferiore ai nuovi livelli del salario di garanzia fissati dal contratto nazionale. In altre parole, gli aumenti del salario nominale derivanti dal contratto nazionale sarebbero pervenuti solo a quei metalmeccanici le cui buste paga fossero prive di voci quali i superminimi individuali o collettivi, o gli scatti di anzianità. Cioè solo a una ristretta minoranza della categoria costituita da lavoratori assunti da poco e attivi in aziende prive di contrattazione di secondo livello. A parere dei sindacati, qualcosa come il 5% della categoria.

Questa idea era peraltro funzionale a un obiettivo di portata più generale, quella definita, nel lessico di Federmeccanica, come il rinnovamento del Contratto. Rinnovamento volto a costituire un assetto delle relazioni industriali meno conflittuale e più partecipativo sia per ciò che riguarda i rapporti fra associazioni imprenditoriali e sindacati, sia per ciò che riguarda i rapporti fra le singole imprese e i loro dipendenti. Il tutto nell’ottica di quella trasformazione tecnologica e organizzativa degli assetti produttivi, interni alle singole imprese manifatturiere, che va sotto il nome di Industry 4.0.

I sindacati, come si è detto, avevano però respinto la proposta di Federmeccanica. E ciò non perché fossero aprioristicamente ostili a qualsiasi idea di rinnovamento delle relazioni industriali nel settore; né perché la proposta fosse congegnata in modo tale da produrre, con ogni probabilità, effetti modestissimi per ciò che riguarda la crescita del salario nominale. Il vero punto del contendere era che la cancellazione, de facto, dei minimi salariali avrebbe potuto arrecare un colpo durissimo alla funzione stessa del contratto nazionale.

Oggi, dunque, Federmeccanica e Assistal, davanti alle folte delegazioni sindacali riunite presso la sede nazionale della Confindustria, hanno rimosso dalla loro piattaforma il concetto stesso di salario di garanzia, recuperando quello, più tradizionale e quindi molto più consolidato, di minimi salariali. Si tratta, evidentemente, di una modifica che nasce da una motivazione politica, ossia dalla volontà di sbloccare il negoziato, e che va quindi incontro a una obiezione di fondo espressa unitariamente dai tre maggiori sindacati della categoria.

Par di capire, insomma, che Federmeccanica e Assistal abbiano rinunciato all’idea di imprimere al contratto dei metalmeccanici una  trasformazione troppo brusca; ovvero una trasformazione che intaccava direttamente un modello contrattuale, comunque, consolidato e finiva per mettere in crisi la funzione stessa del contratto nazionale.

Ciò non vuol dire, però, che le due organizzazioni imprenditoriali storicamente firmatarie del contratto dei metalmeccanici abbiano rinunciato alle loro ambizioni di rinnovamento. E ciò lo si vede bene confrontando i due schemi che sottostanno alle due proposte da loro avanzate: quella del dicembre 2015 e quella odierna.

In entrambi i casi, infatti, gli aumenti del salario nominale offerti dal contratto nazionale sono legati unicamente all’inflazione. Si tratta, insomma, di una pura difesa del potere d’acquisto delle retribuzioni, e non di una loro crescita. Inoltre, in entrambi i casi il legame con l’inflazione non è costituito da un nesso con l’inflazione attesa, come prevedeva il Protocollo del 23 luglio 1993, ma è costituito da un recupero effettuato ex post sull’inflazione consuntivata dell’anno precedente. Ne deriva che, in entrambi i casi, il modello proposto è volto a far affermare l’idea che lo strumento giusto per contrattare una crescita del potere d’acquisto delle retribuzioni sia la contrattazione aziendale e non il contratto nazionale.

Salario di garanzia a parte, la proposta odierna ricalca dunque, nelle grandi linee, quella del dicembre 2012. L’idea di fondo è quella di aggirare il cuneo fiscale offrendo ai lavoratori una serie di vantaggi nel campo del welfare contrattuale che siano utili per loro, ma per le imprese risultino meno costosi di aumenti salariali concessi a livello nazionale.

Tre, dunque, i punti su cui è costruita questa parte della proposta imprenditoriale. Primo, riconoscimento del diritto soggettivo di tutti i metalmeccanici a un tot di formazione professionale continua. Secondo, rafforzamento della previdenza complementare. Terzo, miglioramento ed estensione dell’assistenza sanitaria integrativa, fino a comprendere l’intero nucleo familiare del singolo lavoratore.

A tutto ciò, sempre nell’ottica di uno spostamento almeno parziale del peso della contrattazione verso il livello aziendale, si aggiunge la previsione di una serie di “flexible benefits” detassati, che potranno essere definiti nelle diverse imprese a seconda delle diverse esigenze (carrello della spesa, buoni benzina, spese scolastiche, spese per i trasporti) di volta in volta più avvertite.

Ciò chiarito, si comprenderà meglio come è costruita la parte retributiva della proposta odierna. Per ciò che riguarda il recupero dell’inflazione, premesso che, come nella proposta del 2015, non ci sarà nessun ritocco alle retribuzioni nel corso del 2016, Federmeccanica ha ipotizzato un meccanismo “a scendere”, definito elegantemente décalage, in base a cui nel 2017 dovrà essere recuperato il 100% dell’inflazione consuntivata del 2016; nel 2018 il 75% dell’inflazione del 2017; e nel 2019, il 50% dell’inflazione del 2018. All’inverso, per i benefits aziendali si prevede una crescita. Infatti, dai 100 euro annui per tutti previsti per il 2017, si dovrebbe passare a 150 euro nel 2018 e, infine, a 200 euro nel 2019. Il tutto, par di capire, nell’ottica di favorire, anche in questo modo, un progressivo spostamento dei pesi relativi dalla contrattazione nazionale alla contrattazione aziendale.

Infine, va ricordato che la proposta di Federmeccanica prevede che i premi di risultato da contrattare in azienda siano totalmente variabili, ossia integralmente legati ai mutamenti riscontrabili nei risultati produttivi ottenuti nelle singole imprese.

Il prossimo incontro è stato fissato per la giornata di mercoledì 12 ottobre. Sarà quella l’occasione per capire se il negoziato, come molti si aspettano, potrà effettivamente entrare nel vivo.

 

@Fernando_Liuzzi 

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Tags: Metalmeccanici
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