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Home - Approfondimenti - Interviste - Bekaert, Palmas (Uilm Cagliari): l’intesa al Mimit mette fine alla crisi e scongiura la chiusura

Bekaert, Palmas (Uilm Cagliari): l’intesa al Mimit mette fine alla crisi e scongiura la chiusura

di Emanuele Ghiani
4 Settembre 2026
in Interviste
RIUNIONE AL MIMIT SU ‘LE PRIORITA’ ITALIANE DI POLITICA INDUSTRIALE DEL NUOVO MANDATO DELLE ISTITUZIONI EUROPEE’

Un accordo che ha messo la parola fine alla lunga vertenza dello stabilimento Bekaert di Macchiareddu (CA), con il riassorbimento dei lavoratori e l’avvio di una nuova attività produttiva. Un percorso di reindustrializzazione del sito, che coinvolge 160 lavoratori, a seguito dell’intesa raggiunta con Nuova Icom, società sarda attiva nell’impiantistica industriale. Il diario del lavoro ha intervistato il segretario generale della Uilm Cagliari, Massimo Palmas, presente al tavolo Mimit, per fare il punto sulla situazione.

Palmas, dopo anni di incertezza, al Mimit impresa e parti sociali hanno trovato infine una soluzionedefinitiva alla reindustrializzazione per la Bekaert. Che cosa è successo?

Siamo stati convocati al Mimit insieme alle parti datoriali dove si è evidenziata la volontà della Nuova Icom, una società sarda attiva nell’impiantistica industriale di comprare e assorbire la Bekaert. Negli ultimi due anni la vertenza era ferma, infatti pensavamo al rischio concreto di una chiusura totale. Abbiamo lavorato come sindacato per cercare comunque delle soluzioni e c’era sempre qualcosa che si muoveva, qualche investitore si faceva avanti dalla Cina o dalla Turchia ma poi è finito tutto in un niente di fatto.

E poi è arrivata la proposta di Nuova Icom, è corretto?

Sì, fortunatamente da un paio di mesi a questa parte si è proposta questa ditta sarda, molto grande e soprattutto molto seria, che ha coraggiosamente assorbito la Becker, per quanto riguarda il territorio sardo, e si è fatta carico anche di riassorbire tutti i lavoratori e le lavoratrici sarde per rimettere in moto il nostro territorio. Di questo, come sindacato, siamo molto orgogliosi. L’azienda risiede a Macchiareddu e ha circa 1.100 dipendenti già in forza.

Come e’ nata questa proposta e perché la considerate molto seria?

Esiste un reale interesse nell’esperienza dei lavoratori della Bekaert e nel territorio del sito. In pratica la Nuova Icom ha preso questo grosso progetto che arriva dall’America, quindi un grosso ordine che porterà molti guadagni, ma per soddisfarlo serve subito tanta manodopera. In particolare, si costruiranno i cosiddetti “Skid”, delle grosse piattaforme, basamenti sui quali vengono installate apparecchiature industriali, che verranno poi depositate in mare per permettere, nel nostro caso alla Saipem, di generare energia elettrica. Sono una sorta di piattaforme marine, non entro ulteriormente nei dettagli tecnici ma sono molto richiesti e per produrre questi skid servono, per l’appunto, molti lavoratori qualificati.

Un settore, quello dell’impiantistica industriale, certamente diverso rispetto alla produzione di corde metalliche per pneumatici di Bekaert. Come verrà gestista questa transizione?

Si è vero, i lavoratori di Becker facevano i cavetti per le ruote delle auto quindi si troveranno a lavorare su diversi tipi di progetti, dalla carpenteria, verniciatura e sabbiatura e anche elettrico. Da oggi si inizia questo percorso di incontri con gli operai per capire che cosa piacerebbe fare a ogni lavoratore, se per esempio fare un corso da saldatore, un corso da verniciatore, oppure da elettricista, ci sono tante funzioni che nel settore metalmeccanico si possono affrontare.

Sarà quindi necessario investire anche e soprattutto nella formazione per la riqualificazione dei lavoratori, permettendo così la reindustrializzazione del sito. Sono stati già definiti dei percorsi per questo assorbimento industriale?

Il progetto prevede un investimento complessivo di 40 milioni di euro, articolato in 25 milioni destinati alle infrastrutture, 8 milioni al piano industriale e 7 milioni per nuove opportunità di sviluppo e diversificazione. Per la formazione e la riqualificazione sono previsti percorsi strutturati per i lavoratori, e su questo fronte ha contribuito anche la Regione Sardegna con 170mila euro. In particolare, il percorso che vuole intraprendere l’impresa acquirente è il seguente: con i capannoni che ha acquistato dalla Bekaert, vorrebbe costruire tutto il ferro che serve alla produzione. Poi, l’azienda ha investito un milione e mezzo di euro mezzo al porto Canale di Cagliari. Quindi queste carpenterie e tubazioni che si lavoreranno in quei capannoni verranno assemblati al porto Canale di Cagliari per poi far ripartire le merci via mare fino a destinazione del cliente, in giro in giro per il mondo.

Una reindustrializzazione che serviva quindi alla nuova azienda per portare avanti, in maniera più spedita e con numeri più importanti, le varie lavorazioni industriali che aveva già in corso.

Sì, ha preso a noleggio 25 ettari di terreno dove ci ha costruito altri capannoni, una mensa, gli spogliatoi e quindi sta iniziando a preparare il tutto per poter iniziare il più presto questo possibile. Anche e soprattutto perché l’azienda ha già preso delle grosse commesse dalla ditta americana che le spiegavo prima, quindi ha tutto l’interesse per la reindustrializzazione e il riassorbimento dei lavoratori. Anzi, ne serviranno ancora altri di lavoratori, per cinque anni la Nuova Icom dovrebbe arrivare ad avere una forza di altri 250 operai oltre a quelli che sta assorbendo adesso, per poter riuscire coprire e soddisfare queste commesse. Questi ordinativi sono già stati firmati quindi, anche volendo, non riuscirebbe a tirarsi indietro. Infine, ci tengo a sottolinearlo nuovamente, l’azienda oltre a essere seria è anche sarda e questo ci ridà speranza sul territorio, che speriamo dia l’esempio a tante altre realtà in difficoltà industriali nella nostra isola.

Suggerisce, insomma, che non sempre l’investitore estero è la salvezza delle nostre imprese, e’cosi?

Esatto. Siamo stati contattati e sono state fatte delle proposte dai cinesi e dai turchi, sono venuti a vedere i capannoni, ma come sindacato non abbiamo mai accettato la possibilità che abbandonassero i lavoratori e le lavoratrici, che li tenessero a casa in cassa integrazione oppure, come ci hanno proposto, tagli degli orari, spostamenti, tutte dinamiche che non abbiamo mai, mai accettato. Oggi si è dimostrato che, quando si vuole, anche le stesse imprese del territorio possono risolvere queste crisi industriali.

Emanuele Ghiani

Emanuele Ghiani

Emanuele Ghiani

Giornalista de Il diario del lavoro.

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