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Home - Approfondimenti - La nota - Stellantis, un nome-notizia per confermare il percorso verso la fusione tra Fca e Psa

Stellantis, un nome-notizia per confermare il percorso verso la fusione tra Fca e Psa

di Fernando Liuzzi
17 Luglio 2020
in La nota
Stellantis, un nome-notizia per confermare il percorso verso la fusione tra Fca e Psa

Per adesso non sappiamo chi sia l’autore del nuovo nome. Sappiamo però che il gruppo automobilistico che nascerà dalla fusione di Fca e Psa si chiamerà Stellantis.

A renderlo noto è stato un comunicato congiunto delle due case costruttrici, rilasciato mercoledì 15 luglio in un orario piuttosto inusuale per una notizia che, almeno a prima vista, era priva di un carattere di urgenza. Il comunicato, infatti, è uscito solo in serata e l’Ansa, la maggiore agenzia di notizie del nostro Paese, l’ha pubblicata alle 19:46. Col risultato che neppure tutti i maggiori quotidiani hanno fatto in tempo a costruirci attorno un articolo. Il Sole 24 Ore del giorno dopo, ad esempio, se l’è cavata con una foto notizia inserita dentro un articolo sul futuro direttore generale della Pirelli, il manager greco Angelos Papadimitriou.

Ciò detto, per analizzare una notizia semplice solo in apparenza, occorre distinguere fra due aspetti: la scelta del nuovo nome e la scelta del modo in cui il nome stesso è stato reso noto.

Cominciamo dal secondo punto. Qui ci sono due cose singolari da mettere in luce. Una l’abbiano già detta: l’orario. L’altra sta invece nel carattere incompleto della notizia. Incompleto perché Fca e Psa hanno reso noto il nuovo nome quando non è stata ancora prodotta l’elaborazione grafica che trasformerà tale nome in un logomarchio.

Perché questa scelta? Gli osservatori del mondo dell’auto si sono posti questa domanda e una risposta che ha preso a circolare nella giornata di ieri è che dietro questa scelta ci sia una strategia di comunicazione che potremmo definire “alla Marchionne”. Infatti, l’ex Amministratore delegato della Fiat, poi fondatore di Fca, è stato, fra le altre cose, una fucina di notizie. Ovvero un manager che aveva compreso come fosse importante, nel mondo attuale, essere sempre presente sui media con notizie sempre nuove. La loro maggiore o minore novità era ciò che trasformava le comunicazioni aziendali in notizie. Le notizie erano ciò che consentiva al manager col maglione di ricordare ai vari segmenti del “pubblico” – dagli investitori di Borsa ai clienti potenziali dei modelli via, via sfornati dalle fabbriche del Gruppo da lui guidato – che il Gruppo stesso era un protagonista della scena automobilistica e che valeva la pena di seguirne vicende e prodotti.

Nello specifico, l’annuncio del 15 luglio è stato quindi pensato, dagli strateghi di Fca e Psa, come   un modo per confermare che l’operazione fusione sta andando avanti e sta assumendo una sua concretezza. E ciò nonostante le molte avversità che, negli ultimi mesi, stanno rendendo più difficoltosa del previsto la marcia verso la meta della fusione.

Quando, il 18 dicembre 2019, Psa e Fca resero noto il Combination Agreement che avrebbe dovuto portare, entro poco più di un anno, a una fusione paritetica fra i due gruppi, il mondo era piuttosto diverso da quello di adesso. Dopo un paio di mesi, l’esplosione, a livello globale, della pandemia provocata da un coronavirus denominato Covid19 ha colpito duramente sia gli scambi internazionali, sia l’industria manifatturiera, con particolare riferimento all’industria dell’auto. A fabbriche chiuse, o semichiuse, sono quindi cominciate anche a girare voci relative a un possibile stop che avrebbe rimesso in forse i progetti di fusione.

A tutto ciò, si è poi aggiunta in giugno la notizia dell’apertura, da parte della Commissione dell’Unione Europea, di un’indagine relativa all’ipotesi che la fusione fra le due case costruttrici, entrambe notoriamente forti nel settore della produzione dei veicoli commerciali leggeri (leggi: furgoni), non costituisca una minaccia per la concorrenza entro i confini della stessa Unione.

Il comunicato del 15 luglio ha quindi avuto, innanzitutto, una funzione di rassicurazione: le cose stanno andando avanti.

E quando i creativi a ciò dedicati avranno elaborato la traduzione grafica del nuovo nome, ovvero  del vocabolo Stellantis, ci sarà occasione di fare un altro comunicato, o magari qualcosa di più, per presentare il Corporate Brand del costituendo nuovo gruppo automobilistico.

E veniamo adesso al nuovo nome: Stellantis. Innanzitutto, va chiarito che Stellantis non sarà il nome che vedremo sugli autoveicoli prodotti dal nuovo gruppo. Il quale anzi, come del resto aveva già fatto Fca con i marchi di Fiat e di Chrysler, manterrà, come ha liricamente scritto Diego Longhin su La Repubblica del 16 luglio, il suo “firmamento di marchi”; un firmamento in cui – aggiungiamo noi – brillano nomi come Fiat, Peugeot, Jeep, Citroen, Ds, Lancia e Alfa Romeo.

Stellantis, precisa il comunicato congiunto, deriva dal verbo latino stello che significa “essere illuminato di stelle” e “trae ispirazione da questo nuovo e ambizioso allineamento di marchi automobolistici leggendari e di forti culture aziendali che, unendosi, creeranno uno dei nuovi leader nella prossima era della mobilità, preservando al contempo i valori delle singole parti costituenti”.

Insomma, non c’è dubbio che il comunicato del 15 luglio sia stato scritto molto bene, anche se sul nome Stellantis ci sono in giro diversi livelli di gradimento. E certo, mettendosi sul terreno di un uso attuale della lingua latina, era difficile superare la genialità di chi inventò il nome Fiat, trovando in una brevissima voce verbale, che significa “si faccia”, l’acronimo della sigla Fabbrica italiana automobili Torino.

Notazioni letterarie a parte, resta però tutta intera la sfida industriale. Già nel dicembre del 2018, quando era stato annunciato il progetto di fusione, era stato detto che il nuovo gruppo intendeva piazzarsi fra i primi cinque costruttori del mondo, e anzi puntava al quarto posto dietro Volkswagen, Toyota e l’alleanza formata da Renault, Nissan e Mitsubishi. I prossimi mesi ci diranno se ciò sarà effettivamente possibile. E forse l’Unione europea, più che della concorrenza sui furgoni, è di questo che dovrebbe interessarsi, visto che il il gruppo Stellantis nasce con forti radici europee mentre, Volkswagen a parte, gli altri big dell’auto sono asiatici come Toyota e due terzi dell’alleanza Nissan-Mitsubischi, o statunitensi come General Motors e Ford.

@Fernando_Liuzzi

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Fernando Liuzzi

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