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Home - Dal mondo - Inattiva - Ue, ripresa lenta

Ue, ripresa lenta

13 Novembre 2002
in Dal mondo - Inattiva

Dopo il declino dell’attività economica nell’ultimo trimestre dello scorso anno, nel primo trimestre di quest’anno nell’area dell’euro e nell’UE si è delineata una ripresa che però non è successivamente riuscita a prendere slancio.

E’ quanto sostengono le Previsioni d’Autunno della Commissione europea pubblicate oggi a Bruxelles, secondo cui è proseguita la contrazione degli investimenti e i consumi privati sono rimasti deboli a causa dell’aumento dell’incertezza, impedendo alla promettente ripresa degli scambi internazionali di influire positivamente sulla domanda interna. La ripresa è molto più lenta rispetto al previsto e il tasso medio di crescita nell’area dell’euro è stimato attorno allo 0,8% nel 2002; nel 2003 esso dovrebbe essere pari solo all’1,8%. Si prevede che la crescita accelererà solo a partire dalla seconda metà del prossimo anno, a condizione che ritorni la fiducia, diminuiscano i prezzi del petrolio e i mercati azionari rimangano stabili. L’aumento del tasso di disoccupazione è comunque limitato e temporaneo, ma il calo dell’inflazione è lento. A causa del deterioramento della situazione economica e dell’allentamento della politica di bilancio, si prevede che il disavanzo delle amministrazioni pubbliche salga al 2,3% del PIL nel 2002 nell’area dell’euro (e all’1,9% del PIL nell’UE) e che non vi siano molti miglioramenti nell’anno successivo.
1. Una ripresa mondiale irregolare
Negli Stati Uniti la ripresa favorita dalle decisioni politiche sta perdendo vigore, nonostante gli effetti della riduzione dei tassi d’interesse e degli stimoli a livello fiscale decisi dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre. Gli scandali nelle imprese e il collasso dei mercati azionari hanno danneggiato la fiducia dei mercati. Di conseguenza i pronostici sulla crescita negli Usa sono stati rivisti al ribasso a circa il 2,3% nel 2002 e nel 2003; non si dovrebbe registrare una sensibile accelerazione prima della metà del 2003. Anche per l’America Latina le previsioni di crescita sono state ridimensionate. Nel 2002 il quarto anno consecutivo di recessione in Argentina è stato così grave da determinare una diminuzione del PIL del continente.
È proseguita la ripresa in altre regioni, in particolare in Asia e nei paesi in transizione. Anche se i suoi risultati continuano ad essere assai poco brillanti, il Giappone sembra star uscendo dalla recessione. Si prevedono invece tassi di crescita elevati e in accelerazione nel resto dell’Asia. In vista dell’adesione all’UE, l’espansione nei paesi candidati prosegue, senza subire o quasi gli effetti negativi del rallentamento della crescita nell’UE. La Russia è in una situazione simile. Si prevede infine che alcuni paesi industrializzati, come il Canada, l’Australia e la Nuova Zelanda, raggiungano elevati tassi di crescita.
Nel complesso, la crescita del PIL mondiale è stata rivista al ribasso e stimata al 2,6% nel 2002; si prevede che salga al 4% nel 2004. Dopo la contrazione registrata, per la prima volta in vent’anni, nel 2001, si prevede che gli scambi internazionali crescano di circa il 2% nel 2002, prima di accelerare aumentando di circa il 7% nel 2004.
2. Nessuna accelerazione della crescita nell’area dell’euro
La ripresa è iniziata in maniera promettente nel primo trimestre del 2002. Le esportazioni sono cresciute, le scorte sono state adeguate e le imprese sono diventate più ottimiste sul futuro. Non vi è stata tuttavia un’accelerazione dell’espansione nel resto dell’anno, e dunque il tasso di crescita medio stimato per l’area dell’euro è rimasto ad uno striminzito 0,8%. È possibile individuare due motivi per questo fallimento.
Innanzitutto, il ciclo non è concluso e occorre tempo prima che un eccesso di domanda o di offerta venga riassorbito. Il ciclo attuale sembra essere determinato dai fattori relativi all’offerta. Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC) hanno condotto ad un eccesso di investimenti e di capacità, anche se non delle stesse dimensioni di quello registrato negli Usa, mentre l’aumento dei prezzi dei generi alimentari e del petrolio ha eroso il potere d’acquisto provocando una riduzione della domanda. L’adeguamento avrebbe potuto essere più rapido se l’economia dell’UE fosse meno rigida e più competitiva, consentendo risposte più flessibili in termini di salari e di prezzi.
Il secondo motivo riguarda fattori particolari dell’attuale congiuntura. I mercati azionari sono crollati e le tensioni geopolitiche in Medio Oriente hanno aumentato l’insicurezza, con una conseguente riduzione della fiducia degli investitori ed un aumento del risparmio delle famiglie. Ciò ha impedito che le esportazioni stimolassero la produzione interna, la produzione di reddito e la spesa.
3. La domanda interna è rimasta debole
Di conseguenza, si prevede che i consumi privati nell’area dell’euro aumentino solo dello 0,6% nel 2002 e che si registri una contrazione degli investimenti per un altro anno. La metà del contributo alla crescita proviene dalle esportazioni nette.
Una contrazione degli investimenti è prevista in quasi tutti gli Stati membri, ma in Germania e in Italia i consumi privati sono destinati a ridursi anche nel 2002; questi due Stati membri hanno dunque realizzato le peggiori prestazioni quest’anno. Anche nei Paesi Bassi, in Austria e in Portogallo la crescita è stata particolarmente scarsa, mentre la Francia è rimasta al di sopra della media, anche se al di sotto delle aspettative.
4. Il miglioramento è rinviato di un altro anno
La fiducia è diminuita, la produzione industriale continua a essere inferiore a quella di un anno fa e le vendite al dettaglio sono deboli, il che fa supporre che la crescita rimarrà scarsa per un altro trimestre o due, anche se non si prevede una contrazione del PIL. L’adeguamento delle scorte si sta concludendo, non vi sono squilibri considerevoli e si prevede un ritorno della fiducia. L’economia dell’area dell’euro dovrebbe dunque conoscere un rilancio entro la metà del 2003, approfittando di un miglioramento del clima internazionale e di condizioni monetarie favorevoli.
La crescita media del PIL nell’area dell’euro per il prossimo anno dovrebbe arrivare solo all’1,8%, il che rappresenta una correzione al ribasso di 1,1 punti percentuali rispetto alle previsioni di primavera della Commissione. Visto che la crescita dell’occupazione e dei redditi reali è contenuta, l’aumento dei consumi privati sarà limitato all’1,7% nel 2003. Riprenderà la crescita degli investimenti, ma le pressioni sui margini di profitto e la capacità sufficiente ne limiteranno l’espansione al 2%.
5. Fondamentali solidi turbati dall’insicurezza
L’insicurezza è aumentata e l’UE sembra particolarmente vulnerabile perché le rigidità ancora esistenti nei mercati dei prodotti, del lavoro e dei capitali rendono difficile reagire agli shock. Questa incertezza generale deriva dalla minaccia di un conflitto militare e dal crollo dei mercati azionari, con effetti negativi sulla fiducia di consumatori e investitori.
I prezzi del petrolio sono aumentati a quasi 30 dollari al barile nel terzo trimestre del 2002 a causa della minaccia di guerra contro l’Iraq, ma sono scesi in ottobre e all’inizio di novembre. Le previsioni della Commissione si basano su una diminuzione a 21 dollari nella seconda metà del 2003, con una media annua di circa 24,1 dollari. Se non si verifica questa diminuzione e i prezzi del petrolio rimangono superiori di circa 10 dollari, occorre diminuire la crescita del prossimo anno di circa ¼ di punto, mentre l’inflazione potrebbe aumentare di circa ¾ di punto.
Il calo dei mercati azionari influenza il costo e la disponibilità del capitale e riduce la ricchezza finanziaria delle famiglie. Questo calo pesa anche sulla struttura finanziaria delle imprese di assicurazione e dei fondi pensione, suscitando la preoccupazione delle famiglie sul livello delle pensioni future e delle imprese sulla necessità di sistemare i propri bilanci piuttosto che prevedere nuovi investimenti. Un clima difficile per le aziende e le questioni relative al governo delle imprese hanno aumentato il premio di rischio sui prestiti, rendendo il credito più caro rispetto a quanto potrebbero suggerire le condizioni monetarie favorevoli.
Tuttavia, quando svaniranno queste incertezze, i solidi fondamentali dell’economia dell’UE dovrebbero permettere una crescita superiore al tasso potenziale a partire dalla seconda metà del prossimo anno, determinando un tasso medio di crescita del 2,7% nel 2004. Il tasso di risparmio delle famiglie è elevato e il saldo delle partite correnti è positivo. I bilanci delle imprese sono stati rafforzati negli anni ’90 e sono fondamentalmente sani. La maggior parte della ricchezza delle famiglie non è rappresentata da partecipazioni azionarie ma da beni immobili, il cui valore è cresciuto (tranne che in Germania) e per i quali il pagamento di mutui è diminuito grazie ai bassi tassi d’interesse. Il quadro politico macroeconomico, infine, è orientato alla stabilità e alla crescita.
6. Il mercato dell’occupazione ha tenuto nel 2002; scarsi miglioramenti nel 2003
Malgrado il netto rallentamento, si prevede che la creazione di nuovi posti di lavoro prosegua, anche se ad un ritmo debole, ed è probabile che l’aumento del tasso di disoccupazione rimanga limitato nel 2002. L’occupazione è scesa quest’anno solo in Germania e in Austria. L’andamento generale nell’area dell’euro è in netto contrasto con gli Usa, che sono probabilmente destinati a registrare un biennio (2001 e 2002) di diminuzione dell’occupazione. Le riforme strutturali attuate in passato hanno aumentato il contenuto di occupazione della crescita nell’UE, ma sembra essere presente anche un certo accumulo di manodopera, i cui effetti saranno avvertiti il prossimo anno. Il tasso di disoccupazione previsto per l’area dell’euro è dell’8,3 % nel 2003 e dunque solo di poco superiore a quello dell’anno precedente, anche se in diversi Stati membri (in particolare nei Paesi Bassi e in Portogallo) il tasso di disoccupazione continua a crescere in maniera più decisa.
Si prevede una creazione netta di circa 1 milione di posti di lavoro nel 2002 – 2003, ma se la crescita accelera nell’area dell’euro sarà possibile crearne un numero maggiore nel solo 2004.
7. Due anni di scarsa crescita della produttività del lavoro
Se da un lato il mercato del lavoro è rimasto relativamente stabile, dall’altro si prevede che gli aumenti di produttività restino bassi per un altro anno nel 2003 e che di conseguenza aumenti il costo del lavoro per unità di prodotto. Si tratta in una certa misura di una reazione ciclica normale in quanto l’occupazione reagisce con ritardo al rallentamento dell’attività, ma essa esercita tuttavia un’ulteriore pressione sulla redditività delle imprese e pesa sulla ripresa degli investimenti. La diminuzione della produttività potrebbe essere inferiore se i mercati del lavoro fossero maggiormente flessibili.
8. La diminuzione dell’inflazione è lenta
Un’inflazione di fondo ostinatamente alta, l’aumento dei prezzi dei servizi, la crescita del costo del lavoro per unità di prodotto e i prezzi del petrolio che continuano a rimanere elevati, fanno sì che l’inflazione scenda solo lentamente. I differenziali d’inflazione erano considerevoli nel 2002 e diversi paesi hanno aumentato le imposte indirette. Non si prevede che l’inflazione misurata in termini di IAPC (indice armonizzato dei prezzi al consumo) nell’area dell’euro scenda in media al di sotto del 2% nel 2003 dal 2,3% stimato per quest’anno, ma nel 2004 l’inflazione in termini di IAPC potrebbe essere scesa all’1,8%.
9. Considerevole peggioramento delle finanze pubbliche nell’area dell’euro nel suo complesso …
A causa soprattutto dell’andamento ciclico negativo, il disavanzo delle amministrazioni pubbliche nell’area dell’euro nel suo complesso è salito al 2,3% del PIL nel 2002 e scenderà solo marginalmente al 2,1% nel prossimo anno. Questo rappresenta per entrambi gli anni un aumento di quasi l’1% del PIL rispetto alle proiezioni iniziali per il disavanzo contenute nelle previsioni di primavera della Commissione. Nel 2002, oltre al peggioramento della situazione economica, altri elementi hanno contribuito all’aggravarsi del deficit: i cattivi risultati del 2001 hanno determinato una situazione di partenza peggiore, ma vi sono stati anche eccessi di spesa. Come annunciato nei bilanci di previsione attualmente in discussione a livello nazionale, nel 2003 verranno prese alcune misure per ridurre il disavanzo. Solo le misure di bilancio adottate o note in sufficiente dettaglio sono state prese in considerazione per le previsioni per il 2003. Per il 2004, le proiezioni si basano sull’abituale ipotesi di invarianza delle politiche; il disavanzo previsto, all’1,8% del PIL, rimane sensibile.
10. … anche se la situazione varia molto da uno Stato membro dell’area dell’euro all’altro.
Nel 2002, si stima che quatro paesi dell’area dell’euro abbiano saldi strutturali positivi o prossimi al pareggio. Nei Paesi Bassi, il disavanzo nominale è in aumento, ma il disavanzo strutturale rimane limitato e si corregge. La Grecia, secondo i dati rivisti, non è invece in una tale situazione e il suo debito pubblico è molto elevato. Anche l’Irlanda e l’Austria avevano ottenuto risultati positivi, ma le riduzioni di imposte in Irlanda e la spesa dovuta alle inondazioni in Austria hanno peggiorato i conti pubblici. In Italia, il debito è salito al di sopra del 110% del PIL; il disavanzo effettivo al 2,4 % del PIL è preoccupante, ma si prevede che diminuisca leggermente nel 2003. Si prevede d’altro canto che il disavanzo della Francia salga dal 2,7% del PIL nel 2002 al 2,9% nel 2003. Due paesi potrebbero avere deficit superiori al 3% del PIL per due anni consecutivi, anche se stanno considerando misure aggiuntive per evitarlo: Portogallo (nel 2001 e nel 2002) e Germania (nel 2002 e nel 2003).
Dei quattro paesi che hanno superato la soglia del 3% o che vi si stanno avvicinando, solo la Germania e il Portogallo compiono uno sforzo strutturale dello 0,5% del PIL nel 2003 per ridurre il proprio disavanzo.

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