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Home - Approfondimenti - Analisi - Al centro delle priorità degli attori sociali

Al centro delle priorità degli attori sociali

17 Luglio 2008
in Analisi

di Mimmo Carrieri, Università di Teramo

L’orologio delle relazioni industriali torna a suonare, come sempre ad intermittenza,  l’ora della partecipazione dei dipendenti (nelle sue diverse forme, sulle quali si è cimentato in importanti affreschi Guido Baglioni). Con oscillazioni tutt’altro che lineari, questo tema si riaffaccia nel dibattito degli attori sociali. Proprio per questo motivo, prima di addentrarsi nelle sue potenzialità vale la pena di cercare di capire   le ragioni del suo oscuramento negli ultimi anni e le difficoltà, anche passate, che ne hanno limitato l’effettivo decollo.

A mio avviso esistono ragioni di natura generale , insieme ad alcune che attengono in modo specifico  alle esperienze italiane. A livello generale si  può sostenere come , diversamente dalle letture più ottimistiche, il post-fordismo non conduce in modo necessario od automatico all’evoluzione partecipativa delle relazioni d’impresa. Anzi, per certi versi sono risultati spiazzati e in certa misura ridimensionati gli strumenti di partecipazione incisiva (codeterminazione e codecisione), stabiliti a livello nazionale da alcune legislazioni, come quella tedesca o svedese, negli anni settanta. Per quanto riguarda invece la vicenda del nostro Paese  negli ultimi quindici anni sono progressivamente sbiadite le prassi di partecipazione, basate  invece su strumenti contrattuali : prima attraverso la contrattazione nazionale e successivamente mediante numerosi  accordi conclusi  in aziende medio-grandi, e quasi sempre basati sull’istituzione di commissioni miste paritetiche.


Va detto con chiarezza che questa afasia della partecipazione nel caso italiano è anche da attribuirsi ai limiti delle previsioni contenute nel protocollo 1993 . La carenza , in quell’intesa, di un collegamento esplicito tra partecipazione di natura strategica e organizzativa  da un lato e partecipazione economica (il salario di risultato)  da un altro ha reso frammentari ed incerti entrambi questi ambiti. Per questo la prima – la partecipazione strategica – si è spesso ridotta a mera procedura e la seconda, – la partecipazione ai risultati – pure importante,  è stata confinata ai soli profili distributivi. A questo punto la domanda che sorge spontanea  riguarda le novità intervenute, che consentono di ripensare con possibilità di successo i meccanismi di partecipazione. Non si tratta di ribadire l’utilità o l’importanza della partecipazione , finalità che è generalmente condivisa (anche se dovrebbero essere meglio precisati i suoi contorni). Ma di capire se essa oggi risulta meno esposta alle mutevoli preferenze degli attori.


A me sembra che le principali novità intervenute siano sostanzialmente due, una positiva e l’altra negativa. Quella positiva consiste nel ripresentarsi di incentivi di natura sovranazionale  (a partire dalla Direttiva in materia di società europea) che possono servire a rimettere in moto le regolazioni nazionali e  a neutralizzare almeno in parte gli effetti non favorevoli (su questo piano) derivanti dalla maggiore integrazione transnazionale delle imprese. Quella negativa, invece, si sostanzia nella evidente difficoltà di tenuta competitiva del nostro sistema delle imprese, che richiede alla parti un impegno più consapevole, basato su forte reciprocità in direzione del suo rilancio: la partecipazione costituisce in questo scenario una sponda necessaria per  favorire maggiore cooperazione  orientata verso l’innovazione e verso maggiore produttività.
Su queste basi è possibile che il nuovo Governo intenda incamminarsi con maggiore decisione in questa direzione, aggiungendo ulteriori tasselli all’evoluzione dinamica della struttura delle opportunità attualmente esistenti.


Ma quali strade perseguire  concretamente? Intanto sarebbe  bene utilizzare strumenti che assicurino – diversamente dal passato – una generalizzazione delle prassi partecipative: se non di natura legislativa quantomeno basati su accordi generali tra le parti. E idonei a mobilitare  le risorse locali, attraverso intese territoriali, che coinvolgano il tessuto produttivo delle imprese minori. In questa chiave   le  strade maestre restano – come ci ricordano numerosi studi –  quella della codeterminazione alla tedesca e  di forme di intervento collettivo – mediante  rappresentanti – connesse alla diffusione dell’azionariato dei dipendenti. In entrambi i casi  lo strumento preferibile  per l’azione delle  rappresentanze dei lavoratori appare quello dei consigli di sorveglianza, di  ispirazione tedesca, che consentono di materializzare l’influenza sulle decisioni più rilevanti, ma nello stesso tempo lasciano la struttura delle responsabilità nelle mani del management.


Resta però aperto l’interrogativo se tutto ciò – ammesso che si realizzi – sia sufficiente a  introdurre la giusta scossa nel nostro sistema produttivo (tralasciando per ora  i dilemmi relativi al decollo  di  una vera ‘democrazia industriale’). In una realtà  nella quale  pesa enormemente il tessuto di piccole imprese familiari non quotate, peraltro le più bisognose di spinte  verso l’innovazione, risulta evidente l’esigenza di elaborare qualcosa di più  e la necessità di uno sforzo di immaginazione innovativa. Un percorso da perseguire per allargare il tessuto delle aziende e dei lavoratori coinvolti può essere quello della sperimentazione di accordi e consigli di sorveglianza a base e diffusione  territoriale. Ma le soluzioni non potranno essere né derivate meccanicamente da altre esperienze o differenti sistemi produttivi e neppure limitarsi  alla mera ripetizione di schemi del passato, prodotti in un contesto fordista ormai superato. Per dare vita a questo percorso risulta altresì necessario che questi obiettivi siano messi al centro delle priorità degli attori sociali: dato sicuramente insufficiente negli ultimi anni. Sarebbe inoltre importante che nel ridisegno del sistema contrattuale, oggetto della trattativa in corso tra le parti, il nodo della partecipazione occupasse un posto di rilievo, anche allo scopo di superare le aporie ereditate dal glorioso protocollo del 1993.

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