Un’attesa che dura da 8 e 14 anni. È quanto è passato da quando i 300mila lavoratori della sanità privata e delle rsa hanno visto l’ultimo rinnovo contrattuale. Un tempo che per i sindacati di categoria, Fp-Cgil, Fp-Cisl e Uil Fpl, scesi in piazza Santi Apostoli a Roma per chiedere alle controparti datoriale, Aios e Aris, di arrivare il prima una firma, non leggono più come un semplice ritardo nel rinnovo ma come un vero e proprio abbandono.
Che l’intera filiera socio-sanitaria-assistenziale stia vivendo una fase di difficoltà non è una cosa nuova. Sembra passata un’eternità da quando, durante la pandemia, medici infermieri, farmacisti e personale delle case di cura e delle residenze per gli anziani venivano definiti eroi. Eppure per i rappresentanti dei lavoratori poco si è fatto in questi anni per migliorare la vita di questi lavoratori. Stipendi che non crescono, o che quando lo fanno non recuperano la perdita causata dall’inflazione, riduzione del personale, turni sempre più lunghi, aumento degli infortuni e delle aggressioni, una popolazione lavorativa che invecchia e che non sembra avere, per i prossimi anni, l’adeguato ricambio generazionale. Non pare essere un caso che nella stessa settimana, precisamente lunedì, anche i lavoratori delle farmacie private avevano incrociato le braccia, con una manifestazione nazionale sempre a Roma, per riportare al tavolo delle trattative Federfarma.
Al centro della mobilitazione della sanità privata, che per i sindacati ha visto un’adesione al 70% tra i lavoratori che ha causato l’impossibilità di erogare diversi servizi nelle regioni, il mancato adeguamento di salari e tutele, rimasti fermi nonostante l’aumento del costo della vita e un settore che, invece, continua economicamente a registrare utili. I dati dell’analisi aggregata dei bilanci dei maggiori operatori privati raccontano di un settore che nel 2023, anno della rilevazione di Mediobanca, ha toccato la cifra record di 12,02 miliardi di euro di fatturato netto, con una crescita strutturale del 15,5% rispetto al 2019. Parliamo di aziende che hanno visto raddoppiare l’utile netto in un solo anno, raggiungendo i 449 milioni di euro, e che dispongono di una liquidità immediata che sfiora gli 1,8 miliardi. I sindacati denunciano, infatti, un paradosso: mentre i bilanci delle strutture private continuano a crescere, mettendo a segno numeri positivi, i lavoratori restano senza adeguamenti contrattuali e con condizioni inferiori rispetto ai colleghi del sistema sanitario nazionale, e questo a parità di mansioni, professionalità e qualifiche.
I ritardi nei rinnovi hanno causato, da un lato, una perdita del potere d’acquisto per i lavoratori interno al 25% a causa dei lunghi anni nei quali l’inflazione è stata anche a doppia cifra e, dall’altro, un aumento del dumping contrattuale. Un dumping che penalizza gli addetti di cliniche private e rsa in un duplice modo. Come detto la prima di disparità si ravvisa nel confronto con i colleghi della sanità pubblica che, a breve, potrebbero godere di un terzo rinnovo contrattuale. Se prendiamo una figura come quella dell’infermiere il differenziale è di circa 500 euro lordi al mese in meno rispetto a un infermiere del Ssn. Un divario che sta generando una fuga di personale da questi comparti, con ricadute pesanti sulla qualità dei servizi per le persone più fragili. C’è poi il dumping vero e proprio. Infatti nel perimetro della sanità si contano ben 76 contratti, che abbassano retribuzione e tutele. Ma la lunga vacanza contrattuale e la mancata volontà delle due principali centrali datoriali di sedersi attorno a un tavolo stanno anche causando anche alcune fuoriuscite dal contratto Uneba del terzo settore di alcune rsa verso il contratto Aiop, ormai molto più conveniente proprio per i ritardi nel rinnovo.
E per arrivare a un rinnovo le risorse ci sarebbero. Invero, osservano i sindacati, benché siano già stati previsti gli adeguamenti tariffari per i DRG (Diagnosis Related Groups), che nella sanità privata accreditata sono codici di classificazione che raggruppano i ricoveri per patologia, determinando la remunerazione delle prestazioni da parte del SSn, per di oltre 1,3 miliardi nel 2026, che diventeranno 2 miliardi nel 2027, ancora non c’è stato alcun riscontro da Aris e Aiop e ne dal Ministero della Salute e dalla Conferenza delle Regioni. I sindacati chiedono dunque una svolta immediata: “serve un sistema di accreditamento che vincoli il finanziamento pubblico all’applicazione dei contratti nazionali sottoscritti dalle organizzazioni maggiormente rappresentative. Inoltre, tra i requisiti organizzativi e le regole per accreditarsi con il Servizio Sanitario Nazionale deve essere previsto il rinnovo dei contratti alle stesse vigenze del contratto della sanità pubblica: è inammissibile che ad uno stesso lavoro non corrispondano stessi salari e stessi diritti.”
Quello che molto spesso sfugge ai cittadini, affermano i sindacati, è che quando prenotano gli esami tramite il Cup e vanno a fare una fisioterapia vanno sì in strutture private ma che ricevono soldi pubblici, operano in un mercato tutelato e non si accollano minimante il rischio di d’impresa e, soprattutto, erogano servizi che l’articolo 32 della Costituzione, che tutela il diritto di ogni cittadino alla salute, definisce come essenziali. Ma, si chiedono i lavoratori scesi in piazza, come ci si può prendere cura delle persone, sostenerle durante i loro momenti di maggiore fragilità, se prima non ci prende cura di quei lavoratori che sono chiamati ad adempiere a questo alto compito?



























