di Alberto Morselli, segretario generale Filcem Cgil
1. Torna di scottante attualità il dibattito sulla evoluzione dei sistemi di partecipazione, le sue forme e i relativi strumenti per realizzarla. Molti osservatori si interrogano su quale possa essere, ad esempio, il livello ottimale di informazione per la società globalizzata e la promozione dei suoi diritti. Quali possano e debbano essere gli strumenti capaci di promuovere la contrattazione – il cuore dell’essere sindacato – e segnatamente quella di secondo livello, di quanto e come siamo in grado di rilanciare e coinvolgere saperi e conoscenze per dare un contributo all’azione del sindacato verso nuovi modelli di una organizzazione del lavoro che cambia continuamente sotto i nostri occhi.
2. Per inquadrare bene la questione qualche ricordo storico, in casa Cgil, non guasta. Nel 1989 si tenne la Conferenza programmatica della confederazione che, negli intendimenti di Bruno Trentin, avrebbe dovuto avviare una nuova fase di elaborazione e definizione del programma fondamentale della Cgil, con alcune importanti opzioni strategiche: la scelta europea, la piena occupazione legata alla qualità del lavoro e alla formazione permanente, la riforma dello Stato sociale, il rispetto delle compatibilità strutturali e finanziarie, l’introduzione di “elementi di concertazione”, la democrazia economica. Nel 1991, due anni dopo a Roma, il rafforzamento del nesso tra salario e produttività aziendale, democrazia economica e democrazia industriale, riforma della contrattazione e sviluppo di stabili relazioni industriali, si spingevano talmente avanti da preconizzare la nascita di comitati di sorveglianza con il compito di vigilare sugli obiettivi condivisi di impresa e sindacato.
Poi, quasi più nulla, un silenzio assordante. Penso invece che non possiamo chiamarci fuori da quei riferimenti, ma che – al contrario – sia giunto il momento di riprendere con forza quella discussione, soprattutto nei settori del “perimetro” Filcem-Cgil, dove l’informazione preventiva, l’esigenza di evoluzione degli Osservatori verso nuove frontiere di una partecipazione impegnata e responsabile sono decisamente utili non solo ai lavoratori ma a tutto il sistema–paese.
3. Tuttavia una precondizione è d’obbligo: il giudizio sul ruolo dell’impresa che – dico un’ovvietà – deve produrre valore, utili e che, per affermarsi nella competizione, ha bisogno di aumentare la produttività. Il sindacato allora deve “fermarsi ad Eboli”? Niente affatto: deve negoziare le modalità e le condizioni della prestazione, ovvero quantità, qualità, retribuzione e – se ne conquista le condizioni – deve saper negoziare investimenti, rilanciare innovazione, convenire su piani formativi, ecc. Ciò significa che i saperi, la trasparenza, le informazioni, la comunicazione, la formazione debbono sempre più rappresentare quel “di più” che rende credibile la “produzione di diritti”, la sola che – se soddisfacente – può incamerare consensi in un divenire contemporaneo di produttività e diritti. E’ un tema nostro, quello della democrazia industriale, coerente con la nostra storia, tornato di scottante attualità se vogliamo leggere sul serio i processi e gli effetti della nuova divisione internazionale del lavoro nell’ambito della globalizzazione dei mercati, dei diritti – in una parola – dell’economia. Ancora oggi non siamo sufficientemente influenti sulle scelte strategiche dell’impresa e rischiamo di essere travolti dai continui processi di parcellizzazione, spogliati della conoscenza dell’insieme dei processi; la risposta migliore non può che essere quella di rafforzare, estendere, qualificare, arricchire la contrattazione di secondo livello, proprio insistendo sulla partecipazione o, meglio, sul tema della democrazia industriale e della sua estensione. Costruire esperienze, sperimentazioni sul piano della democrazia dell’impresa e di partecipazione–informazione-codeterminazione alle strategie di mercato, di prodotto, di innovazione tecnologica e organizzativa deve rappresentare il punto di partenza per una nuova stagione di contrattazione decentrata.
4. L’estensione della contrattazione collettiva non è un gentile regalo che ci farà nessuno, ma la via per dare un ruolo contrattuale e di confronto strategico alle Rsu, allargando la partecipazione e il protagonismo negoziale a migliaia di attori sindacali. Ed è proprio qui la scommessa e la sfida: qualificare e rafforzare il ruolo delle Rsu, il cuore del sindacato nel luogo di lavoro, migliorarne ed estenderne l’intervento, la capacità negoziale, la cultura formativa, la qualità e l’incisività dell’azione su tutti i problemi che attengono alla condizione di lavoro, avere una relazione positiva con il territorio, implica un salto di qualità delle rappresentanze di base, un passo avanti strategico per l’azione del sindacato sia nei luoghi di lavoro che su tutti i fattori di governo di un’impresa. Questo passo avanti la Filcem-Cgil lo ha fatto, approvando di recente – assieme alle altre organizzazioni di categoria Cisl e Uil – due regolamenti (l’uno per i rinnovi contrattuali; l’altro per l’elezione di Rsu e Rls) la cui filosofia ispiratrice è precisamente quella di rilanciare la democrazia e la partecipazione attiva dei lavoratori.
5. E veniamo alla questione salariale: non è separabile, non può essere sganciata dalle politiche di partecipazione e dalla sfida per la produttività. Anzi, la politica salariale – all’interno di una più ampia politica dei redditi – trova un collegamento molto forte con le dinamiche partecipative e redistributive. In realtà, se non si comprende questo legame non si capisce nemmeno fino in fondo quanto la produttività sia un obiettivo che il sindacato e i lavoratori devono porre, attraverso le politiche di partecipazione al centro del governo delle strategie dell’impresa, se non si vuole perpetuare una dinamica salariale e della competitività esclusivamente negativa. In altre parole, se non controlli, concordi, governi, agisci attraverso una effettiva partecipazione – non un semplice “coinvolgimento” – è evidente che la richiesta di una maggior efficacia dell’azione contrattuale rischia di essere solo una mera aspirazione.
6. Ma la ricerca, il dibattito su questo tema deve avere un respiro europeo: troppo provinciale confinarlo nella sola dimensione nazionale. Non si tratta, naturalmente, di importare in modo automatico esperienze realizzate in altri paesi, né tantomeno far finta di non vedere alcune crisi di sistemi partecipativi (la tedesca Mitbestimmung) sotto l’incalzare dei mutamenti globali. Occorre stare, a mio avviso, dentro una discussione europea, tentando di capire come far tesoro di quelle esperienze e portare un contributo originale al loro cambiamento e avanzamento. E’ quello che stiamo valorizzando nel rapporto finale del progetto Glo.r.i. sui diritti di informazione nella chimica europea, la globalizzazione e le relazioni industriali, le vie della partecipazione del lavoro nell’impresa trasnazionale europea. La sostanza del problema resta dunque quella – nonostante l’evoluzione delle direttive in materia di società europea, diritti di informazione e consultazione negli Stati membri – di informare prima che le imprese prendano decisioni: sicuramente una nuova direttiva sui Cae aiuterebbe – e di molto – ad assegnare loro prerogative di informazione preventiva e stabilire, una volta per tutte diritti minimi per tutti i lavoratori europei, ad evitare quell’odioso dumping sociale sempre in agguato.
7. Su questo terreno possiamo, come sindacati chimici ed energia, porre insieme il tema alle nostre Federazioni europee di riferimento (Emcef e Epsu) per iniziare a discutere qualche prima sperimentazione di negoziazione partecipativa con aziende internazionalizzate, facendoci capofila nella difficile responsabilità di sistema regionale europeo. Certo, non è una passeggiata, ma se ci crediamo sul serio ce la possiamo fare. Per noi, per i lavoratori, per la Cgil, per la stessa unità del sindacalismo confederale; ma – aggiungerei – per la stessa qualità del rapporto tra sistema istituzionale, di rappresentanza delle imprese e del lavoro, innovazione dei sistemi di relazioni partecipative.



























