La Germania sta assistendo in questi giorni al maggiore sciopero degli ultimi 14 anni nel settore del pubblico impiego. Iniziata lo scorso 6 febbraio con l’astensione dal lavoro dei dipendenti in Bassa Sassonia, questa settimana la protesta si è allargata a nove delle sedici Länder del Paese. La mobilitazione è guidata dalla principale organizzazione dei lavoratori dei servizi, il sindacato Ver.di, per protestare contro il piano di aumento dell’orario lavorativo settimanale da 38,5 a 40 ore senza corrispettivi incrementi alle retribuzioni, che risulteranno dunque tagliate del 4%. Il programma del Governo, studiato per affrontare l’aumento dei costi di produzione, porterà gli addetti a lavorare 18 minuti in più ogni giorno; un provvedimento, secondo i sindacati, che comporterebbe la perdita di 250.000 posti di lavoro. Ver.di, che nel referendum sugli scioperi ha riportato un consenso del 94%, prevede nei prossimi giorni l’adesione di 40.000 lavoratori. Frank Bsirske, presidente del sindacato che conta 2,4 milioni di iscritti, ha annunciato la volontà di proseguire nelle astensioni coinvolgendo dipendenti degli ospedali, della nettezza urbana, della manutenzione stradale, delle scuole e di altri uffici pubblici. Nel Paese è iniziato un periodo intenso sul fronte delle trattative salariali. L’8 febbraio la IG Metall ha aperto la vertenza per il rinnovo contrattuale dei metalmeccanici, chiedendo aumenti del 5% in busta paga. Molto distante l’offerta degli imprenditori, che si ferma all’1,2%. I piani di ristrutturazione aziendale in atto rischiano di influire sulla trattativa: la Volkswagen, dopo aver annunciato il taglio di 20.000 posti di lavoro, ha manifestato l’intenzione di aumentare la produttività del 30% in tre anni, una misura che porterebbe alla chiusura di alcuni impianti. In questo modo l’azienda è in grado di proporre un accordo al tavolo negoziale: ammorbidire la politica degli esuberi in cambio di concessioni sul tema dei costi del lavoro, sottoforma di rinunce agli incrementi retributivi. In generale, dal 2002 a oggi le imprese registrano una congiuntura sfavorevole. Secondo una rilevazione Morgan Stanley negli ultimi tre anni i licenziamenti aziendali sono dovuti per il 77,4% a esigenze di ristrutturazione, per il 13,9% a fallimento o chiusura, per il 3,7% a fusioni o acquisizioni, soltanto per il 2,6% a politiche di delocalizzazione e per il 2,3% a rilocalizzazione. Per la fondazione sindacale Hans Böckler le tariffe contrattuali sono aumentate dell’1,6% nel 2005, al di sotto dell’inflazione che si è fermata al 2% mentre la crescita dei salari lordi non ha superato lo 0,5%. Tra il 1995 e il 2004 i salari reali sono scesi dello 0,9%. Milioni di lavoratori saranno interessati dai rinnovi contrattuali previsti nei prossimi mesi: a marzo si apre la vertenza Deutsche Telekom, che ha già annunciato il taglio di 32.000 posti di lavoro per il recupero dell’efficienza, del settore alberghiero, del trasporto privato e delle industrie di plastica e legno per un totale di 880.000 addetti. Aprile sarà il mese di Deutsche Post, i tessili nelle Länder dell’Ovest e gli addetti della raccolta privata di rifiuti, in tutto 450.000 lavoratori. A maggio il negoziato riguarderà il settore bancario privato (440.000), ad agosto il siderurgico (120.000), a dicembre il chimico (570.000). Il 2007 si aprirà a gennaio con la trattativa dei 103.000 dipendenti Volkswagen, per poi continuare nei mesi successivi con i rinnovi degli edili, dei commercianti a dettaglio, la vertenza Deutsche Bahn per gli impiegati delle ferrovie, i lavoratori di agenzie di viaggio, società di assicurazioni e comparto agricolo.
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