Le richieste settimanali di sussidio di disoccupazione negli Stati Uniti sono calate di cinquemila unità, a quota 386mila. Il dato è migliore delle attese.
Il prodotto nazionale lordo statunitense è invece cresciuto del 7,2% secondo la prima stima diffusa oggi, al di sopra delle più ottimistiche previsioni, che al massimo arrivavano ad un +6%. La crescita dell’ economia Usa è di conseguenza più che doppia rispetto al secondo trimestre, quando si era avuto un +3,3%. Il dato relativo alla crescita del 7,2% del pil statunitense nel terzo trimestre indica il tasso di sviluppo più sostenuto da quasi due decenni, esattamente dal primo trimestre del lontano 1984.
Il punto di svolta, tanto atteso ed invocato, è dunque divenuto realtà. La crescita del Prodotto interno lordo statunitense al 7,2% per il terzo trimestre dell’anno, trascina l’America fuori dalle secche della recessione e fa “ripartire, l’unica locomotiva mondiale” destinata a trainare anche il Vecchio Continente, a patto che la marcia intrapresa possa contare su “durata e stabilità”.
A sostenerlo è Paul Samuelson, docente presso il Mit di Boston e premio Nobel per l’Economia nel 1970, in un’intervista all’Ansa.
“Era atteso l’arrivo di un numero sorprendente – ha osservato in merito al Pil – e così è stato. Il 7,2% di crescita nel terzo trimestre, se si guarda alla condizione delle scorte di magazzino, può anche essere definito basso. Si tratta di una svolta molto positiva per gli Stati Uniti, sostenuta da buoni dati macroeconomici e forti esportazioni, di cui beneficerà pure l’Europa”.
Anche perchè – sullo scacchiere internazionale mutato irrimediabilmente dalla fine della Guerra Fredda – gli Stati Uniti giocano il ruolo di unica superpotenza con la quale confrontarsi e misurarsi quotidianamente.
La salita del pil a stelle e strisce – ha proseguito Samuelson – “aiuterà senza dubbio l’economia dei Paesi europei come Germania, Francia e Italia. La loro recente debolezza è dovuta alla debolezza vissuta dagli Stati Uniti con la recessione del 2001. D’altronde – ha aggiunto – esiste solo una locomotiva mondiale. Forse, due, con l’arrivo della Cina e, in futuro, magari tre con la crescita dell’India”.
Soddisfatto per il risultato comunicato oggi dal Dipartimento del Commercio Samuelson non dimentica però come l’obiettivo primario – raggiunto il punto di svolta – sia quello di mantenere “durata e stabilità” magari intervenendo anche sul costo del danaro da parte della Federal Reserve.
“La questione – ha commentato ancora – si sposta, adesso, sul fronte della durata e della stabilità. Non faccio previsioni ma è possibile che dopo il 7,2% odierno si passi al 5% nel prossimo trimestre e magari al 4,5% in quello successivo.
Livelli molto buoni che, tuttavia, dovrebbero spingere la Fed a rialzare i tassi di interesse”.
Nel valutare l’impennata del pil americano, volato a livelli mai toccati dal 1984, Samuelson sottolinea il ruolo di estrema importanza ricoperto dalla debolezza del dollaro, apparsa fondamentale per rilanciare e sostenere le esportazioni nonostante le continue attestazioni da parte dell’ Amministrazione Bush di puntare ad una politica del dollaro forte.
Il risultato di oggi – ha sottolineato Samuelson – deve molto all’attuale valore del biglietto verde. A Washington “sono contenti di questo dollaro e della sua debolezza. Il Segretario al Tesoro, John Snow va a dire al mondo che sostengono il dollaro forte ma la loro politica è lontana da quella di Clinton. Direi – ha concluso – che vogliono un dollaro debole che favorisca le esportazioni. Se abbiamo un Pil al 7,2%, lo dobbiamo anche a questo”.
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