Una ferita lunga quasi tre milioni di persone. Gli attentati terroristici che due anni fa colpirono al cuore New York e Washington hanno lasciato uno squarcio indelebile anche nel mondo del lavoro statunitense, ferito da una emoraggia di milioni di dipendenti.
Dall’11 settembre del 2001 – spiega una ricerca stilata dallo studio di diritto del lavoro, Challenger, Gray & Christmas – le imprese hanno annunciato piani di riduzione degli organici per 3,1 milioni di posti: il 62% in più rispetto agli 1,9 milioni di posti di lavoro eliminati nei due anni precedenti alla tragedia.
Dei 3,1 milioni di licenziamenti stimati dai capitani di industria, sino ad ora sono poco più di 2,7 milioni quelli effettivi, capaci di spingere la disoccupazione negli Stati Uniti al 6,2%.
Una cifra legata principalmente agli attacchi terroristici dell’11 settembre – anche se, per quanto marginale, un ruolo è stato giocato pure dalla stagione di scandali abbattutasi nel 2002 sulle società quotate – i quali hanno innescato la recessione vissuta dal Paese a partire dal marzo 2001, oltre all’operazione Enduring Freedom in Afghanistan e al recente conflitto iracheno.
Eventi costati non poco alle casse dell’Amministrazione Bush e, indirettamente, a quelle delle aziende quotate i cui amministratori delegati non hanno esitato a tagliare pesantemente i costi: primi fra tutti quelli legati al lavoro.
“Non c’e un modo per giudicare a quale livello gli effetti dell’11 settembre e della lotta al terrorismo abbiano influito sull’economia” – viene spiegato ancora da Challenger Gray and Christmas – tuttavia dal giorno degli attentati la gente ha iniziato a volare di meno riducendo il numero degli incontri d’affari, quindi le possibilità di stabilire partnership commerciali e, di conseguenza, di far crescere la propria attività.
Non a caso, la maggior parte dei tagli agli organici ha riguardato il settore aereo e del turismo (prima di estendersi a cascata anche su altri settori) toccati duramente dagli attacchi a New York e Washington “i quali hanno creato un clima di incertezza tale da avere influenzato, senza dubbio, le decisioni aziendali compiute negli ultimi due anni”.
Una incertezza che ha mutato tutti i ritmi cui il mercato del lavoro era abituato prima dell’11 settembre. “Nei sette trimestri successivi al primo ottobre 2001 – è stato osservato ancora dagli estensori della ricerca di Challenger, Gray & Christmas – il periodo di ricerca di un impiego si è esteso dai 2,8 mesi prima degli attacchi a 3,7 mesi mentre la percentuale dei senza lavoro che è riuscita a ricollocarsi in maniera più soddisfacente rispetto al precedente impiego è scesa all’80% dall’89% registrato prima dell’11 settembre”.
L’ennesima riprova si è avuta oggi, con l’annuncio delle richieste settimanali di sussidio di disoccupazione negli Stati Uniti le quali sono cresciute di 3.000 unità per una quota complessiva di 422.000 unità.
Il numero rappresenta il picco maggiore da due mesi, ed è apparso inatteso dagli analisti, i quali stimavano un calo a quota 400.000, considerata la linea di demarcazione tra la fase espansione e quella di contrazione del mercato del lavoro.
E l’aumento delle richieste di sussidi di disoccupazione registrato oggi mostra, ancora una volta, il rischio della tanto temuta ripresa dell’economia senza occupazione.
Se le finanze Usa, infatti, hanno manifestato un innegabile miglioramento – prova ne sia il Pil in crescita del 3,1% nel secondo trimestre dell’anno – l’occupazione non accenna a migliorare lasciando scoperto un punto nevralgico dell’economia a stelle e strisce.
Anche perchè, a fronte di una a caduta degli impieghi, il Paese continua a correre sul fronte della produttività cresciuta del 6,8% nel secondo trimestre. In base al rapporto annuale dell’Onu sul mercato del lavoro, infatti, le ore di impiego toccate dai dipendenti statunitensi nel 2002 sono state, in media, 1.815 contro una media compresa tra le 1.300 e le 1.800 in Europa e Giappone.
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