È compresa tra il 7 e il 16% l’incidenza dell’economia sommersa sul Pil europeo. Nei quindici stati membri il numero dei lavoratori in nero oscilla tra i 10 e i 28 milioni, con una percentuale rispetto all’occupazione totale che varia tra il 7 e il 19%. Questa la stima per il 1998 contenuta in un rapporto della Commissione europea, discusso oggi a Varese al vertice informale dei ministri del Lavoro.
Il tema del sommerso è infatti uno punti all’ordine del giorno della prima iniziativa dedicata al lavoro del semestre italiano di presidenza Ue, promossa dal ministro del Welfare Roberto Maroni. Il lavoro nero e le politiche per favorirne l’emersione sono state infatti inseriti nelle linee guida per l’occupazione della Commissione europea e saranno inclusi nei piani di azione nazionali che gli stati membri presenteranno a ottobre. Entro il 2005, inoltre, sul sommerso i partner lanceranno una dichiarazione congiunta, mentre per la fine di quest’anno sono attese le conclusioni della Commissione sui metodi di misurazione del fenomeno e sulle buone prassi, con un occhio alla situazione nei nuovi membri dell’Unione.
Nonostante l’elevata diffusione del sommerso nell’economia italiana, il nostro paese detiene tuttavia il primato, insieme al Lussemburgo (1,1%), per la più bassa percentuale di ‘secondi lavorì. Un fenomeno considerato come una delle possibili manifestazioni di lavoro irregolare. Gli occupati italiani che svolgono due o più attività rappresentano l’1,2%, contro il 3,3% della media europea. Guida la classifica la Danimarca con il 10,5%, seguita da Svezia (9,4%), Portogallo (6,4%), Olanda (5,8%), Regno Unito (4,1%), Finlandia (3,9%), Austria (3,7%), Francia e Belgio (3,4%), Grecia (3,1%), Germania (2,2%), Irlanda (1,9%), Spagna (1,7%). Superano il nostro paese anche i nuovi stati che entreranno nell’Unione, ad eccezione della Slovacchia che con lo 0,8% detiene il primato.
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