La confederazione sindacale tedesca (Dgb) ha sollecitato il gruppo del G8 a combattere la debole congiuntura internazionale e la relativa disoccupazione.
“È arrivato il momento di riconoscere che con la unilaterale liberalizzazione mondiale e la deregulation si è puntato sul cavallo sbagliato”, ha dichiarato oggi a Berlino, in occasione della chiusura del G8 a Evian, il membro della presidenza del Dbg, Heinz Putzhammer.
A suo avviso, la fiacca congiuntura internazionale e le tendenze deflazionistiche in Europa e Asia rappresentano una minaccia per l’economia mondiale: serve una politica economica e dei tassi coordinata “per rafforzare la domanda mondiale e far uscire dalla crisi l’economia mondiale”.
Putzhammer ha inoltre ammonito le potenze industriali a tenere conto dei paesi in via di sviluppo ad esempio in campo agrario o con l’accesso a medicinali a basso costo.
Il supereuro e l’auspicabile taglio dei tassi, la ripresa che ancora non arriva e il rischio-deflazione, che per fortuna non è dietro l’angolo salvo, forse, in Germania. È una diagnosi a tutto campo del malato-Eurolandia quella disegnata dagli economisti del Fondo monetario internazionale, che non risparmiano però la loro ricetta, forte e chiara: la Bce tagli i tassi e li lasci bassi finchè la domanda non sarà robusta, e i governi dei Dodici provvedano ad adottare al più presto le riforme strutturali – quella delle pensioni in primo luogo – perchè in questa difficile congiuntura l’Europa deve fare più che mai i conti con il suo demone, l’ invecchiamento della popolazione.
Punto primo, la ripresa, annunciata più volte ma di cui finora i cittadini di Eurolandia non hanno visto nemmeno l’ombra. Il Fmi taglia corto: “Di fronte al proseguire delle incertezze globali, la crescita della zona euro sembra destinata ad essere deludente per il terzo anno consecutivo”. Il 2003, insomma, sarà ancora un anno sotto tono perchè “anche se le prospettive di base restano di graduale ripresa, ci sono considerevoli incertezze sui suoi tempi e e sulla sua forza”.
Colpa anche dell’euro: assieme a una domanda globale su cui si può fare poco affidamento, il cambio forte pesa sull’export e rende sempre più necessaria un’energica spinta della domanda interna, che invece langue. Ma un cambio euro/dollaro sui livelli attuali (la settimana scorsa il record storico sopra 1,19) ha anche risvolti positivi: «finora ha avuto una funzione stabilizzatrice ed è per questo benvenuto» per le sue “implicazioni positive per i prezzi, i redditi reali delle famiglie e il costo delle importazioni”.
I timori di chi vedeva davvero nero per l’Europa, ipotizzando che fosse all’orizzonte il fantasma della deflazione, sono comunque smentiti. Il documento, preparato dopo la consueta missione ‘ex articolo IV’ dei super-esperti del Fondo in Europa, dice che l’economia fiacca fa pensare a una frenata dell’inflazione fra quest’anno e il 2004, quando scenderà sotto l’1,5%. Ma “non ci sono rischi di deflazione in questo momento”, salvo che in Germania, dove “un periodo temporaneo di declino dei prezzi, probabilmente breve, è possibile”.
Grazie all’inflazione bassa, tocca innanzitutto alla Banca centrale europea dare una mano. A due giorni dalla riunione del consiglio della banca centrale di giovedì 5, il Fmi aggiunge la sua voce al coro di chi chiede al presidente della Bce Duisenberg un energico taglio dei tassi: “Nel complesso crediamo ci sia spazio considerevole per un allentamento della politica monetaria. Crediamo anche che ce ne sia bisogno”, dice il Fmi in quello che qualche economista già legge come il probabile segnale che serve un taglio di ben 50 punti base.
Ma la Bce, dicono a Washington, può solo dare una mano: la ripresa dei Dodici “in definitiva dipende dal nodo delle riforme strutturali, che continua a pesare sulle prospettive europee”. Il Fmi torna dunque a chiedere una riforma delle pensioni e del mercato del lavoro, necessaria per «allontanare le nubi» che minacciano la crescita potenziale e la sostenibilità dei conti pubblici. La ripresa dei Dodici “in definitiva dipende dal nodo delle riforme strutturali di politica fiscale che continua a pesare sulle prospettive europee”: ecco perchè – prosegue il Fmi con più insistenza del solito – “Occorre mettere i sistemi pensionistici in percorso di sostenibilità di lungo termine” – si legge nel documento del Fmi preparato dopo la missione – “perchè l’invecchiamento della popolazione ridurrà i contributi e aumenterà le spese, creando squilibri crescenti”.
Per gli esperti di Washington servono politiche come gli incentivi a restare nel mondo del lavoro, piuttosto che tasse più alte (vedi la Germania) o misure ‘una tantum’. E in proposito il Fmi spezza una lancia a favore della Commissione europea e delle sue recenti proposte (nelle ‘Linee guida di politica economicà) per rendere più intelligente il Patto di stabilità europeo: “Aderiamo in pieno a due punti”, dicono gli economisti, riferendosi alle richiesta da parte di Bruxelles di un calo dello 0,5% del deficit strutturale dei paesi di Eurolandia e di aggiustamenti fiscali “qualitativi”, tesi cioè a ridurre la spesa primaria.
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