Guido Baglioni – presidente Cesos
1. Come si presenta
Questo voluminoso documento delinea il programma di legislatura del Governo italiano in tema di mercato del lavoro. Esso comprende una parte di analisi di tale mercato e una parte di proposte “per una società attiva e per un lavoro di qualità”. Le due parti sono strettamente connesse. Sarebbe una scappatoia dire: l’analisi è buona, le proposte no. E’ più corretto, se si riesce a farlo, proporre un’analisi alternativa (ugualmente organica); oppure, in caso di sostanziale accordo con l’analisi, discutere le proposte, perché non vi è nulla di semplicemente determinato.
Nel documento si sollecita ripetutamente il dibattito, specie con le parti sociali. Finora il dibattito non è stato ampio. Ci sono però state prese di posizione, come quella della Cisl (cfr. “Conquiste del Lavoro” del 12 ottobre), e commenti di esperti (come vedremo): si sottolinea che il documento è cosa seria e non va sottovalutato. Può sembrare provocatorio, ma noi aggiungiamo che va innanzitutto letto, attentamente e con la dovuta prudenza. Se è così, appare inqualificabile la presentazione su “L’Unità” (5 ottobre), a firma Massimo Roccella, il cui inizio è il seguente: il Libro bianco si qualifica come «una sorta di inimmaginabile Libro nero del più ottuso iperliberismo. L’estremismo delle proposte è tale che si sarebbe tentati di considerarle come un ballon d’essai e liquidarle con una ‘risata’».
Prendere sul serio il documento non vuol dire prevedere necessariamente una sua completa e coerente applicazione. Questa può dipendere, in una certa misura, da fattori esogeni (come la prevista riduzione generalizzata della crescita economica) e, non meno, da fattori endogeni: come le tensioni all’interno della maggioranza e l’opposizione delle parti sociali o, meglio, una singola parte sociale.
Ci parrebbe paradossale (ma non improbabile) se, domani, verrà sostenuto che gli obiettivi del documento non sono stati realizzati o non hanno dato risultati positivi e ciò da parte di coloro che hanno “remato contro” o hanno determinato compromessi pasticciati e in partenza inefficaci.
2. Obiettivi e filosofia del documento
Gli obiettivi del Libro bianco sono ambiziosi e non si prestano a soluzioni incerte e minimali. Ci vuole un salto della volontà e delle capacità di decisione.
L’obiettivo principale, come è noto, è rappresentato dalla necessità sociale e civile di innalzare il tasso di occupazione del nostro paese, che presenta un pesante ritardo rispetto agli altri paesi europei e che finora non è stato nei fatti affrontato (viceversa non saremmo, con il nostro 53%, dieci punti al di sotto della media europea).
L’altro obiettivo è rappresentato dal miglioramento della qualità del lavoro, che più esplicitamente significa tre prospettive: uscita dal lavoro sommerso, rendere regolari tutte le forme del rapporto di lavoro, predisporre condizioni collaterali a beneficio dell’offerta di lavoro (informazioni, formazione, ammortizzatori sociali, modalità di reinserimento).
I due obiettivi comportano un mercato del lavoro che funziona con rigidità decrescenti e maggiori manifestazioni di flessibilità; come si è già iniziato a fare nella precedente legislatura (pacchetto Treu). E’ il mercato del lavoro il motore della “società attiva”; potremmo dire, esso è la ‘variabile indipendente’.
La tutela e la regolamentazione del lavoro non dovrebbero intralciare tale funzionamento: diventano come una ‘variabile dipendente’; caratterizzata, però, dalla regolazione di tutte le forme del rapporto di lavoro, dal mantenimento complessivo del nostro sistema negoziale di relazioni industriali, dal suo arricchimento con il riconoscimento della partecipazione (diritti di informazione e di consultazione e azionariato dei dipendenti).
Mettere al centro della tutela il mercato del lavoro senza, per altro, trascurare la tutela del rapporto di lavoro non è un cambiamento di poco conto. Se il passaggio sarà effettivamente realizzato, vuol dire superare i limiti della azione sindacale negoziale riservata alla parte garantita e regolare del lavoro e giungere ad una situazione che espande la tutela e la regolamentazione; e ciò prevedendo la combinazione di un corpus normativo semplificato e comune con provvedimenti legislativi specifici e contratti collettivi a diversi livelli, con l’accentuazione di quelli decentrati.
La centralità del mercato del lavoro si esprime, quindi, attraverso una costruzione giuridica e negoziale che non è davvero liberista, non è certo anti-sindacale, non scarseggia di istituti e di processi regolativi.
3. L’Italia nell’Europa
Quale è la fonte ispiratrice del Libro bianco?
Non sono, salvo qualche spunto, le teorie e la letteratura manageriale e consulenziale che ignorano le relazioni industriali, che pensano a forme di flessibilità non regolate, che trascurano gli squilibri del mercato del lavoro e rappresentano solo lavori creativi e piacevoli.
La fonte nettamente ed esplicitamente dominante è costituita dagli orientamenti, dai pronunciamenti, dalle raccomandazioni dell’Unione Europea; in particolare, con la “Strategia Europea dell’Occupazione”, che sottolinea la difficile situazione in cui versa il mercato del lavoro e l’insufficienza delle politiche fin qui attuate. L’Unione Europea viene continuamente richiamata all’inizio delle singole proposte, assieme alla comparazione con le situazioni degli altri paesi, richiamando la necessità e la correttezza della trasposizione in Italia degli inputs comunitari.
Con questa convergenza, mi sembra che il documento in questione rientri nello sforzo dell’Unione Europea di trovare e sperimentare punti di equilibrio fra la sfida globale della competitività e dell’efficienza e il mantenimento di un ragionevole grado di equità. Il “modello europeo” può resistere in generale se si realizza nelle relazioni di lavoro: allora non basta criticare il pensiero unico del ‘capitalismo della borsa’; bisogna, ugualmente, determinare un grado di equità componibile con la dovuta soglia di efficienza.
Questa esigenza contrasta chiaramente con linee sindacali meramente difensive, fondate sull’assunto dei diritti acquisiti, sperimentate con una composizione piuttosto omogenea della forza lavoro. Tale esigenza, invece, va delineata e provata tenendo conto delle profonde differenze oggettive dei lavori e delle figure lavorative. Ne consegue un ventaglio di regolamentazioni, composto da istituti essenziali per tutti, dal rapporto a tempo indeterminato (che va incentivato, reso cioè più diffuso sulla base del principio della sicurezza di trattamento senza inamovibilità), da una pluralità di altri tipi di rapporti (part time, tempo determinato, interinale, a chiamata, a progetto).
Questa ‘geografia’ della regolamentazione contrattuale e/o legislativa, parzialmente già in essere, è la parte più discussa del documento, come a proposito del lavoro a progetto.
Ma, in questa sede, mi sembra più utile dire o riprendere alcune considerazioni di carattere più generale.
4. Critiche o perplessità
Le proposte del Libro bianco non chiedono poco ai lavoratori e al sindacato e, nel contempo, danno più spazio e fiducia alle imprese. Questa logica è accettabile se, assieme alla auspicata ‘responsabilità sociale’ (investimenti in capitale umano), esse riescono ad imporsi sul mercato nel medio e lungo periodo. Invece, abbiamo molti manager di modesta levatura (spesso insicuri e deferenti), molte crisi di successione e, soprattutto, siamo un paese fuori gioco sul piano della direzione strategica e dell’innovazione tecnologica nei grandi settori di sviluppo (cfr., fra altri, C.M. Guerci su “Il Sole-24 Ore” del 21 novembre 2001). C’è troppa cultura e retorica in ordine ai comportamenti di successo dei manager e all’immagine dell’impresa e troppo poca ricerca (pubblica e privata) e pochi imprenditori con ampio respiro.
Ma riprendiamo rilievi da altri formulati.
A) Le proposte del Libro bianco, «invece di unificare il mondo del lavoro, di fatto lo frammentano ulteriormente attraverso le nuove figure contrattuali» (M. Salvati su “Repubblica” del 20 ottobre). Affermazione, sostanzialmente vera ma, a nostro giudizio, senza possibilità di forti correzioni; salvo la conferma della logica confederale per gli istituti normativi fondamentali e per i minimi salariali. Il rimedio sul piano della tutela è rappresentato, come second best, dalla regolarizzazione dei diversi tipi di rapporti di lavoro.
B) Va verificato «alla prova dei fatti il punto dove si parla di individualizzare i rapporti di lavoro. Certamente molte prassi e regole del lavoro vanno personalizzate per essere rese più vicine alla diversità delle esperienze e dei bisogni dei lavoratori… Ma ciò non autorizza a pensare che le regole collettive siano derogabili e sostituibili in generale da contratti individuali» (T. Treu su “Conquiste del Lavoro” del 17 novembre).
Questa è una preoccupazione plausibile. Nel documento c’è uno ‘scivolone’ iniziale (p. XII), quando si afferma (come normalmente avviene nei corsi delle società di consulenza) che «il prestatore di oggi, assai più che un semplice titolare di un rapporto di lavoro, è un collaboratore che opera all’interno di un ciclo».
In effetti, però, l’impianto complessivo della regolamentazione proposta è di natura collettiva, seppure non massificata. Più direttamente, si delinea (p. 35) il ruolo del contratto individuale per singoli istituti o per figure con alta professionalità. Non dovrebbe essere scossa la legittimazione e la solidità di tale impianto se sono consentite “derogabilità assistite” per tipi di rapporti non semplicemente configurabili come lavoro dipendente e, tanto più, se previste da accordi stipulati con organismi associativi dei prestatori.
C) «Il Libro bianco contiene novità sorprendenti in tema di federalismo» (P. Ichino sul “Corriere della Sera” del 4 ottobre). Infatti (p. 28) è scritto che «la potestà legislativa concorrente delle Regioni riguarda non soltanto il mercato del lavoro, in una logica di ulteriore rafforzamento del decentramento amministrativo in atto, bensì anche la regolazione dei rapporti di lavoro, quindi l’intero ordinamento del lavoro».
Questa impostazione è eccessiva e creerebbe molteplici situazioni complesse e impraticabili. Molto meglio orientarsi verso una soluzione meno radicale, indicata da molti osservatori e non estranea allo spirito del Libro bianco: mantenere diritti fondamentali e regole generali (intercategoriali o di categoria) a livello nazionale, trasferendo alle Regioni la possibilità di legiferare in materie rilevanti (ad esempio, servizi per il lavoro, formazione professionale, incentivi alla occupazione).
Aggiungiamo che la parte centralizzata delle relazioni industriali e la parte crescente decentralizzata, soprattutto a livello dell’impresa e del gruppo, non devono tanto essere rispondenti ai lineamenti o alle novità dell’ordinamento costituzionale, quanto (come avviene nei fatti) alla necessità di tenere assieme la tutela generalizzata e la negoziazione delle diversità dei contesti produttivi e dei lavori.

























