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Home - Approfondimenti - Interviste - Genovesi, su infrastrutture e grandi opere questo è il governo del “delitto perfetto”

Genovesi, su infrastrutture e grandi opere questo è il governo del “delitto perfetto”

di Massimo Mascini
8 Novembre 2018
in Interviste
Genovesi, su infrastrutture e grandi opere questo è il governo del “delitto perfetto”

L’economia frena pericolosamente e il governo gialloverde blocca le grandi opere pubbliche. Quelle che aiuterebbero a riprendere la corsa, che darebbero fiato all’occupazione in difficoltà. Alessandro Genovesi, segretario generale degli edili della Cgil, non si capacita: i progetti che erano stati messi a punto in questi anni, spiega, avrebbero potuto iniziare a superare tanti dei problemi posti all’economia. E avrebbero dato risultati importanti. Ma il governo frena, tutte le grandi opere sono state sottoposte a esami di costi e benefici che non promettono nulla di buono. E le idee che circolano fanno ancora più paura, perché mostrano una cultura non industriale, dettata da preconcetti ed errori grossolani. I sindacati degli edili, però, non staranno a guardare l’Italia che si suicida. Se non avranno risposte a breve sarà la volta di grandi manifestazioni di proteste, che faranno rumore.

Genovesi che sta succedendo all’Italia, perché si bloccano le opere pubbliche, che è noto portano lavoro e sviluppo, proprio quando l’economia riprende pericolosamente ad arretrare?

È un delitto perfetto. Ma per capirlo, come sempre quando si investiga su un delitto,  occorre fare un passo indietro.

Fino a dove?

Alla fine della scorsa legislazione, quando, su sollecitazione del sindacato, unitariamente, ma con una forte pressione della Cgil, perché questo era un pezzo del suo Piano per il lavoro, il governo Gentiloni vara l’operazione Connettere l’Italia.

Cos’era e a cosa puntava?

L’obiettivo, dichiarato, di questo progetto era quello di superare la Legge obiettivo dei governi Berlusconi che aveva mostrato di non poter decollare.

Perché non aveva funzionato?

Perché si trattava nei fatti di una serie di opere decontestualizzate, ciascuna valida per sé, ma al di fuori di ogni logica di sistema.

E invece questo nuovo progetto cosa voleva fare?

Mettere a punto una programmazione pluriennale che mettesse assieme interventi su ferrovie, intermodalità, quindi ferrovie più strade, porti e aeroporti, il tutto in una logica di sistema.

Come la avrebbe realizzata?

Erano state individuate 25 opere strategiche, tutte intermodali, quindi capaci da far parlare tra loro ferrovie, strade, porti e aeroporti. Facendo delle grandi stazioni appaltanti, Anas, Ferrovie dello stato, autorità portuali, grandi aree metropolitane, dei veri players industriali. Il tutto spostando risorse verso la manutenzione e l’intermodalità.

Con risorse adeguate?

Era prevista la mobilitazione di 125 miliardi di euro negli anni, 30 dei quali nei primi tre anni.

Grandi operazioni?

Sì, davvero. Si trattava anche di accelerare opere già avviate, come il terzo valico, un intervento di grande respiro perché mira a mettere in comunicazione il più grande porto del Mediterraneo, Genova, con Piemonte e Lombardia, a loro volta collegate a Est con il centro Europa, a ovest con la Francia grazie alla Tav. Mettendo tutto assieme, il porto, le ferrovie, le strade.  Appunto, l’intermodalità.

Un grande obiettivo economico.

Sì, in questo modo si possono ridurre i costi logistici del 10%, rendendo il porto di Genova più attraente di Tangeri, Amburgo, Rotterdam. Si trattava di guardare all’Italia come un grande pontile nel Mediterraneo in grado di raggiungere il mondo arabo, connettere la via della seta, aprirsi a Suez. Il tutto senza mai separare le due aree, nuove grandi opere e manutenzione di quelle esistenti.

E tutto ciò che fine ha fatto?

Tutto fermo, in attesa di portare avanti un’analisi di costi e benefici. Anche per opere in fase di avanzamento molto accelerato. Come per il terzo valico, quattro cantieri su sei già in fase di completamento, 32 chilometri di gallerie realizzate, 20 miliardi di euro già spesi e altri 30 miliardi già assegnati con delibera Cipe.

Un danno forte.

Senz’altro. E c’è anche da segnalare che è stato chiuso il progetto Italia sicura, l’agenzia creata a Palazzo Chigi per il coordinamento delle risorse nazionali ed europee per gli interventi contro il dissesto idrogeologico. Ed è stata decretata la fine anche di Scuola sicura, per gli interventi in edilizia scolastica. E non è finita qui.

Che altro c’è?

Il punto è che il governo sembra intenzionato ad affidare tutti questi interventi agli enti locali.

Che sono in grado di effettuarli?

Assolutamente no. Sono gli stessi enti locali che hanno speso finora solo il 7% delle risorse europee previste dal piano Ue 2014-2020. Cantieri piccoli, ma diffusi in tutto il paese, che rimetteremmo nelle mani di queste realtà locali che noi critichiamo perché non hanno fatto quello che dovevano fare. E nemmeno per colpa loro, perché queste realtà dovrebbero avere 15mila tra geometri e ingegneri, nel Genio civile e negli uffici dei lavori pubblici locali, ma ne hanno solo 3mila. Comuni anche medi hanno a stento uno  o due geometri a disposizione per coordinare tutte queste opere.

Ma torniamo alla domanda principale. Perché tutto ciò sta avvenendo? Per quali ragioni?

Mi sembra ci siano tre ragioni di fondo dietro le indicazioni del governo gialloverde. La prima è che ha un’idea distorta dei lavori pubblici, associati a prescindere a sistemi di corruzione, e in quanto tali da fermare. Poi, perché il governo ha bisogno di risorse e questi lavori dispongono di molte risorse. Potremmo anche accettare un dirottamento di risorse, ma bisognerebbe sapere dove queste andrebbero a finire. Se a finanziare politiche assistenziali o a creare lavoro.

La terza ragione?

Hanno un’idea distorta anche del rapporto tra interventi edilizi e ambiente. Esempio classico quello che avviene nel passaggio dei trasporti da gomma a ferro. Andrebbero privilegiati i trasporti su ferro, perché quelli su gomma sono alla base del più grande fattore di inquinamento per l’emissione di anidride carbonica. Ma il governo continua a incoraggiare il trasporto su gomma. Sono davvero ambientalisti da salotto.

Ma quegli interventi bloccati causano pericoli alle persone. Non è un fatto solo economico.

Questo è il punto. L’Italia è fragilissima, ogni alluvione causa decine di morti. L’81,9% dei comuni italiani appartengono ad aree ad alta criticità idrogeologica, la popolazione esposta è pari a 6 milioni di persone, più del 5,8% di italiani vivono sotto questa minaccia.

Cifre impressionanti.

E non è finita qui. Un milione di italiani è esposto a rischio di frane, il 18,6% a rischio di alluvione, il 38,4% a rischio di frane e alluvioni e sono vite umane, e scuole, fabbriche, ospedali. Il 66% degli italiani vive in territori a rischio di terremoti.

Con costi immensi.

Non può essere altrimenti. Dal 1944 al 2012 i costi per terremoti ed eventi franosi o alluvionali sono stati pari a 240 miliardi di euro, circa 3 miliardi e mezzo l’anno.  Mentre un piano di messa in sicurezza del paese costerebbe complessivamente 80 miliardi di euro e darebbe lavoro a 30mila persone per i prossimi 15 anni.

E la colpa, è innegabile, è del governo in carica.

Questo è un governo contro il lavoro e lo sviluppo, altro che del cambiamento. Certo, l’esecutivo di Gentiloni poteva fare di più sul dissesto idrogeologico, per la sicurezza del territorio, alcuni strumenti andavano migliorati, ma adesso l’urgenza è cambiare questa politica. Il governo deve dire cosa vuole fare, quali strumenti a suo avviso sono validi, cosa vuole fare d’altro. Devono essere chiari perché  stanno mettendo  in contraddizione politiche che in tutto il mondo sono integrate. Le ciclabili non servono e comunque non bastano. O finiremo per sfruttare ancora più i poveri riders e fargli trasportare in bici i prodotti industriali da Torino a Berlino. Mentre le persone saranno trasportate in risciò.

Voi cosa avete fatto per contrastare questa politica?

Abbiamo chiesto da un paio di settimane un incontro a Palazzo Chigi , nella consapevolezza della gravità del momento, dato che sono a rischio 30mila posti di lavoro. tanto più che, a causa anche della stretta creditizia in atto stanno saltando grandi players del settore, Condotte, Astaldi e Toto, aziende che possono diventare preda di capitali stranieri che con quattro soldi acquisirebbero la disponibilità di tecnici e operai tra i più bravi del mondo, che non a caso stanno costruendo le grandi infrastrutture, da Parigi alla Cina, dai paesi arabi agli Stati Uniti.

E se il governo non vi risponde?

Se il governo continuerà a percorrere questa strada e non avremo l’interlocuzione che abbiamo chiesto con gli amici di Cisl e Uil non escludiamo di dare vita a grandi manifestazioni di protesta. Certo noi non ci fermeremo.

Massimo Mascini

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Tags: EdiliEconomiaGovernoAmbienteInfrastrutture
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