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Home - Approfondimenti - La nota - Piombino, arrivano gli indiani di Jindal

Piombino, arrivano gli indiani di Jindal

2 Marzo 2018
in La nota
Piombino, arrivano gli indiani di Jindal

Nella serata di giovedì 1° marzo, a Roma, è stato firmato l’accordo preliminare per la cessione dell’acciaieria di Piombino dalla algerina Cevital alla Laptev Finance Private Limited, una società indiana indipendente, ma collegata alla grande azienda siderurgica Jindal South West, anch’essa indiana.

La firma del cosiddetto memorandum of understanding è avvenuta al Ministero dello sviluppo economico, alla presenza del Ministro Carlo Calenda e del Presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi. I quali, infatti, hanno commentato la firma con toni positivi, anche se non trionfalistici.

Questa firma, ha spiegato Calenda, “costituisce il punto di partenza di un percorso ancora lungo che si concluderà dopo la presentazione del piano industriale da parte di Jindal”. “L’obiettivo – ha proseguito Calenda – rimane il rilancio del sito di Piombino e la garanzia del mantenimento dei livelli occupazionali pre-crisi”. Livelli che si aggiravano sui 2 mila addetti diretti, senza calcolare l’indotto. “Continueremo a lavorare insieme alla Regione Toscana e al Presidente Rossi che ringrazio per il suo contributo”, ha concluso Calenda.

Quanto a Rossi, ha detto che “dopo due giorni di impegno al Ministero dello Sviluppo Economico, la vicenda della siderurgia di Piombino ha fatto un passo avanti”. “Ai lavoratori di Piombino – ha poi aggiunto Rossi – dico che ora si apre una nuova fase. Piombino deve tornare a produrre acciaio.”

Il pre-accordo di ieri giunge dopo una fase di crisi che ha attanagliato a lungo l’acciaieria di Piombino, una delle più importanti del nostro Paese, sita vicino al confine che separa la provincia di Livorno, di cui fa parte, dalla provincia di Grosseto. Si tratta, in sostanza, di un’acciaieria insediata in quella zona della Toscana meridionale storicamente famosa per essere stata prima una zona mineraria, come si vede da toponimi quali Piombino, Porto Ferraio (Isola d’Elba) e Colline Metallifere, e poi una zona industriale con spiccata vocazione metallurgica.

L’acciaieria di Piombino ha prosperato finché è rimasta inserita nel sistema delle siderurgia pubblica. Poi, dopo la privatizzazione delle imprese a partecipazione statale, fu ceduta, all’inizio degli anni 90, al gruppo siderurgico italiano fondato da Luigi Lucchini. Gruppo che, però, sbagliò alcune mosse strategiche e, nel 2004, fu costretto a cedere il sito di Piombino alla russa Severstal.

Quest’ultima portò avanti la produzione di acciaio fino al 2008, quando ad essa subentrò l’imprenditore russo Alexei Mordashov, con un’altra denominazione sociale. Mordashov andò avanti fino al dicembre 2012 quando, anche a causa delle difficoltà create dalla crisi economica globale, alzò bandiera bianca e si ritirò dall’Italia. Seguirono due anni e mezzo di gestione commissariale, fino a che, il 1° luglio del 2015, l’impianto siderurgico fu rilevato dal gruppo algerino Cevital, guidato dall’imprenditore Issad Rebrab. Nacque così la Aferpi, ovvero la società che è stata presente nel sito negli ultimi due anni e mezzo.

I piani di Rebrab erano ambiziosi e il suo arrivo, pur se fra alcune perplessità, dovute al fatto che il gruppo Cevital non aveva precedenti esperienze produttive in campo siderurgico, aprì a una nuova speranza i cuori dei lavoratori di Piombino. L’esperienza, però, non è andata bene e ha dato luogo a un’ennesima crisi. Il che, per certi aspetti, è sconcertante posto che si considerino due cose: prima, l’alta professionalità dei lavoratori piombinesi che, come si è visto, hanno alle spalle una lunga tradizione produttiva; seconda, la collocazione strategica a due passi dal porto di Piombino. Una caratteristica, questa della vicinanza a un approdo marittimo, che l’acciaieria di Piombino ha condiviso con altri stabilimenti siderurgici inseriti, dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, nel famoso piano Sinigaglia; stabilimenti quali quelli di Cornigliano, a Genova, Bagnoli, a Napoli, e di Taranto.

E adesso? A breve, come ha ricordato ieri Marco Bentivogli, segretario generale della Fim-Cisl, “dopo la firma del memorandum of understanding” tra Cevital e Laptev “ci sarà la fase” della cosiddetta due diligence. Ovvero la fase in cui entreranno in scena gli uomini della Jindal South West che dovranno prendere una conoscenza ravvicinata delle condizioni finanziarie e industriali del sito siderurgico piombinese. Dopodichè, ha ricordato ancora Bentivogli, si dovrà passare al cosiddetto closing, ovvero alla firma dell’accordo di cessione vero e proprio.

Tutto chiaro, dunque? Ancora no. Perché come ha sottolineato Rocco Palombella, segretario generale della Uilm-Uil, i sindacati attendono “che la società acquirente presenti un piano industriale” che chiarisca quali saranno “i futuri livelli occupazionali e produttivi”.

Stando a quanto si è appreso a seguito della firma del pre-accordo, il piano industriale di Jindal dovrebbe essere presentato non prima della fine del corrente mese di marzo. Ed è solo allora che la discussione sulle prospettive del sito piombinese potrà assumere una sua concretezza.

Tale piano, infatti, dovrà rispondere a diversi interrogativi. In primo luogo, come ha dichiarato al Diario del lavoro Mirko Lami, già delegato Fiom dell’acciaieria di Piombino e attualmente nella segreteria della Cgil Toscana, lavoratori e cittadini si aspettano da Jindal un piano che preveda “un’attività produttiva compatibile con le accresciute esigenze ambientali”. E questo, sempre secondo Lami, è un obiettivo “che può ormai essere raggiunto attraverso un uso intelligente delle innovazioni tecnologiche ormai disponibili”.

In secondo luogo, si tratterà di capire quali scelte produttive saranno proposte da Jindal, perché da esse dipenderà se si riuscirà a raggiungere l’obiettivo che sta a cuore di tutti, dal Governo, alla Regione Toscana, ai sindacati, ovvero quello dell’occupazione. “Voglio augurarmi”, ci ha detto Lami, “che Jindal riesca a mantenere l’occupazione che c’era prima.”

Ma, sullo sfondo, c’è un terzo problema, di carattere più ampio, che in parte trascende l’accordo di reindustrializzazione da tutti auspicato. Perché, come ci ha ricordato ancora Lami, con la ripresa dell’attività produttiva “sarà necessario un ampliamento delle infrastrutture portuali di Piombino”. E ciò con un duplice scopo: sia per “servire al meglio” le esigenze logistiche dello stabilimento, sia per potenziare il traffico turistico, ovvero le navi da crociera che sono attese a Piombino già da quest’anno. Navi da crociera che potranno portare turisti e vacanzieri a visitare sia l’Arcipelago toscano, che fronteggia la baia di Follonica, che la Toscana meridionale, con le sue grandi bellezze. In questi anni, infatti, alla vocazione metallurgica e a quella enogastronomica, la Toscana meridionale, e Piombino in particolare, stanno tentando di affiancare una più spiccata attività di accoglienza turistica. La scommessa, insomma, è quella di tenere insieme una siderurgia pulita con agricoltura e turismo.

E qui soccorre ancora un’osservazione di Palombella, quella secondo cui “le strutture siderurgiche di piombino sono ora in mano a professionisti del settore che sanno come si produce buon acciaio”. Jindal South West, in sigla JSW, è infatti parte di Jindal Steel and Power, ovvero di quel grande gruppo che, assieme a ArcelorMittal e a Tata Steel costituisce la trimurti indiana dell’acciaio.

Insomma, risorse finanziarie per gli investimenti in innovazione e know how non dovrebbero mancare. Quanto all’Italia, può mettere a disposizione del capitale indiano la professionalità dei suoi lavoratori e la grande e partecipe attenzione dei poteri pubblici. Quel che è drammaticamente mancato, nell’ultimo quarto di secolo, è la voglia di investire del capitale nostrano.

 

@Fernando_Liuzzi

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