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Home - Approfondimenti - Analisi - Il “vissuto” dei manager oggi e domani

Il “vissuto” dei manager oggi e domani

di Cosimo Finzi
22 Gennaio 2018
in Analisi
Il “vissuto” dei manager oggi e domani

Alla fine dello scorso ottobre Manageritalia ha effettuato un’indagine sui manager associati per capire la loro idea di rappresentanza prospettica, anche alla luce dell’evoluzione già avvenuta e in atto del contesto economico-sociale.

L’indagine, curata da AstraRicerche, si è svolta con un questionario somministrato via web (Cawi, Computer aided web interviewing) al quale hanno risposto in 962: 50,4% dirigenti, 12,9% executive professional, 5,4% quadri, 3,1% disoccupati, 25,4% pensionati. Un campione rappresentativo dell’universo degli oltre 35mila manager associati.

Una partecipazione molto elevata, anche in considerazione della profondità di analisi del questionario che, dopo il vissuto dello scenario economico e sociale e del sindacato oggi in Italia, toccava più da vicino la sola rappresentanza dei dirigenti tra presente e futuro. Grazie, quindi, ai tanti che hanno dedicato un po’ del loro tempo e che ci forniscono un quadro chiaro su cui ragionare e lavorare insieme.

Un contesto complesso e in divenire

Secondo i manager il contesto è complesso e difficile: le sfide sono crescenti (il lavoro sempre più flessibile, sfidante e incerto, l’economia imprevedibile, l’incerta forza dell’Italia) e si avverte la mancanza di una guida da parte delle istituzioni e della politica. In particolare, c’è pressione in merito al welfare pubblico (previdenza e sanità), verso il quale le aspettative rimangono elevate.

La reazione dei manager è volta ad affrontare proattivamente un contesto difficile ma stimolante, anche se non mancano preoccupazioni a livello di sistema.

A livello personale invece gli impatti sono positivi o non preoccupano. Il lavoro del manager è positivamente riconosciuto come sempre più internazionale, flessibile, con frequenti cambi di mansioni, incarichi, aziende (38,3% positivi, 21,1% negativi, il 40,6% dice che l’impatto è neutro), lo shock da nuove generazioni nel mercato del lavoro è favorevolmente accolto (per il 35,3% positivo, solo per il 12,3% negativo).

Altri cambiamenti, invece, impattano o potrebbero impattare sull’intervistato in modo negativo: la scarsa forza (in ambito sanitario e previdenziale) del welfare pubblico, la mancanza a livello mondiale di guide (in particolare quella politica), l’indebolimento del ruolo dell’Italia e del mercato del lavoro (occupazione e retribuzioni).

Il sindacato

Il vissuto del sindacato da parte dei manager merita un capitolo a parte. Qui non parliamo di quello dei dirigenti, ma di quello che rappresenta la generalità dei lavoratori e dove nell’immaginario collettivo, e a volte anche nella realtà, i manager si trovano come controparte.

Ebbene, per i manager il sindacato non è per nulla finito, ma deve cambiare. Si dice infatti che i sindacati hanno perso parte della loro capacità di dare risposte utili ad affrontare i cambiamenti in atto (87,8%). Ma poi si afferma che i contratti collettivi nazionali di lavoro restano importanti, seppure vanno rinnovati e innovati. In particolare la maggioranza (56,1%) dice che, pur essendo l’economia globale, innovativi e adeguati contratti collettivi nazionali, dando valore a competenze e qualità, possono essere un vantaggio competitivo. Solo il 19,4% afferma che i ccnl non hanno più senso perché ormai si ragiona su dimensioni sovrannazionali, mentre il restante 80,6% lo nega con più o meno forza. Solo il 9,4% nega che il ccnl possa diventare uno strumento sempre più utile per far crescere il sistema, anche le pmi e i loro lavoratori, mentre lo afferma il 38%.

La rappresentanza dei manager

Veniamo quindi alla rappresentanza dei e per i manager. Abbiamo chiesto: “Oggi e in ottica futura quanto pensi di aver bisogno di un’organizzazione che ti rappresenti e aggreghi professionalità, interessi ecc. simili ai tuoi”? La risposta è stata chiara: l’87,3% dice di averne bisogno, il 46,2% molto e il 41,1% abbastanza. Il 9,9% dice poco e solo il 2,9% dice per niente. E non è corporativismo, tant’è che serve per la professione, per dialogare con politica e istituzioni, per contribuire nel sociale.

Un bisogno di rappresentanza che negli ultimi anni, proprio alla luce dello scenario sfidante e mutevole, è aumentato per l’ampia maggioranza (67,4%). Per il 23,2% è rimasto uguale e solo per il 9,4% diminuito. Una crescita che si caratterizza nelle sue varie sfaccettature. Infatti cresce, con percentuali molto simili, il bisogno di rappresentanza professionale (57,7%), quello in ambito politico e verso le istituzioni (56,1%) e quello in ambito sociale (57,9%).

Il motivo? Per il 77,9%, in un mondo del lavoro sempre più globale, complesso e sfidante, la rappresentanza a livello professionale è sempre più determinante. Anche perché ben l’81,4% afferma che servono organizzazioni che supportano lo sviluppo professionale. Questo perché, essendo le aziende meno attive su questo fronte rispetto al passato, la ricerca di soluzioni è oggi sempre più lasciata all’individuo.

Vogliono una rappresentanza sempre meno legata alla specializzazione funzionale e più trasversale (76,9%), offerta da organizzazioni che siano in grado di allargare la loro azione a livello europeo e globale (76,9%).

Chiedono con forza (82,3%) rappresentanza verso istituzioni e società, servizi professionali e, a riprova dell’atteggiamento per nulla passivo verso i tempi che corrono, di contribuire e incidere sulle direttrici e azioni per lo sviluppo generale dell’economia e della società.

Cosa vogliono

Le esigenze oggi, e soprattutto guardando al futuro, sono figlie del contesto. Prima di tutto vengono i prodotti/servizi integrativi della sanità pubblica (89%), servizi per la propria famiglia (78,7%), consulenza e prodotti previdenziali (78%), insomma welfare integrativo a quello pubblico percepito in calo.

Poi gli aspetti ancor più professionali: aggiornare le competenze (78,3%), ottenere competenze completamente diverse da quelle attuali (62,4%) e certificarle (52%).

Ma le necessità non si fermano qui: si chiede supporto nella gestione delle fasi di transizione professionale (72,5%), per lo sviluppo professionale (71,7%), assistenza contrattuale e legale (65,8%), informazioni su possibilità professionale in ambito internazionale (60%) e consulenza, servizi in caso di espatrio per lavoro (55,6%).

E quanto conta invece il networking, l’essere in rete con colleghi, esperti, il poter scambiare informazioni e consigli con “pari”? Necessario per il 72,3% degli intervistati.

Il quadro è chiaro: le esigenze sono numerose, variegate, volte a integrare il welfare pubblico e a supportare la ricerca di opportunità professionali e le tante sfide lavorative che si vivono positivamente e quindi con spirito proattivo.

E le risposte, dicono i manager intervistati, si trovano oggi e in ottica futura nella loro organizzazione di rappresentanza, che è senza dubbio Manageritalia, visto che sono tutti associati. Anche confrontando la risposta del loro sindacato con altri attori (istituzioni, la propria azienda, altre aziende fornitrici di servizi ecc.) non ci sono dubbi.

Manageritalia – soprattutto con il suo contratto, ma anche con i suoi servizi – è punto di riferimento incontrastato per le tematiche del welfare (previdenziali, sanitarie, di servizi alla famiglia), certamente per la consulenza contrattuale e legale, ma anche per lo sviluppo e la transizione professionale. Questo è, come naturale visto il ruolo e il valore del contratto dirigenti del terziario, molto più forte nel caso dei dirigenti, ma sempre ampiamente maggioritario anche per quadri, executive professional e pensionati.

La rappresentanza del futuro

Guardando a quello che serve per il futuro, è importante quello che dovrà fare, ben identificato da un mix che copra l’ambito professionale, l’attività di lobbying e la capacità di portare il contributo dei manager allo sviluppo economico e sociale. Ma è altrettanto importante come dovrà essere.

Gli intervistati si aspettano che sia come adesso, ma più di adesso. Bassa l’indicazione “molto diversa dalle organizzazioni attuali e del passato” (15%). Sarà invece ancora piuttosto fisica, territoriale (solo il 22,3% indica “digitale, che fa molto o tutto online”) e costituita da persone di esperienza.

Deve essere autorevole facendosi ascoltare da politica, istituzioni e società italiana (77,7%), utile, grazie a soluzioni concrete per rispondere ai mutamenti in atto (66,7%) e capace di risolvere i problemi (57,7%), ma anche innovativa, capace di precorrere i mutamenti (70,3%), e dinamica e propositiva (51%).

Sintetizzando, una rappresentanza autorevole, utile, problem solver, innovativa, che guarda avanti, senza dimenticare il presente che è di sicuro un valido punto di partenza.

Un giudizio che accomuna tutti e che, come in quasi tutta l’indagine, vede ancora maggiore positività nei dirigenti più giovani.

Cosimo Finzi – amministratore delegato di AstraRicerche

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