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Home - Approfondimenti - Analisi - Sindacato e povertà

Sindacato e povertà

di Gian Primo Cella
26 Gennaio 2021
in Analisi
Confindustria, 3milioni di poveri in più soprattutto tra i giovani

Come talvolta succede nelle interviste a dirigenti politici e sindacali, resta impressa una frase, una espressione che emerge dai sentimenti più profondi dell’intervistato, magari con poca attinenza al contenuto complessivo della intervista stessa.  E questa frase, questa risposta, è quello che resta in mente al lettore. Il testo verrà ricordato per questo. E’ quello successo nella bella intervista che Massimo Mascini all’inizio di gennaio ha condotto a Roberto Benaglia, il segretario della Fim-Cisl, sulla situazione della categoria (rinnovo contrattuale, nascita di Stellantis, rapporti unitari, ecc.). Nelle ultime righe Benaglia ha espresso, non sollecitato, un sentimento, una idea, quasi una proposta: il sindacato deve fare direttamente qualcosa di significativo sul tema della povertà, non potendo lasciare ad occuparsene solo la (meritoria) Caritas. Su questa esortazione è nato un dibattito ospitato da “Il diario del lavoro”. Bene, era necessario.

A me ha suscitato ricordi lontani, come quelli legati alle vicende dei primi anni settanta del secolo scorso quando i sindacati dei metalmeccanici si impegnarono in molte fabbriche del nord (anche con scioperi) per gli investimenti industriali nel Mezzogiorno, in alcuni casi anche per correggere progetti di ampliamento degli insediamenti proprio nelle aree settentrionali. E poi mi ha fatto riandare alle letture storiche sulle lotte sindacali agli inizi del Novecento, agli straordinari episodi di solidarietà attivati in Italia, ad esempio, nei giorni dello sciopero generale del 1904, contro la repressione poliziesca delle mobilitazioni operaie e contadine in Sicilia e Sardegna. Non solo, mi è venuto in mente il significato che traspare ancora oggi dalle scritte ormai sbiadite nelle quali ci si imbatte in molti luoghi italiani, specie nelle piccole città, e che dicono molto poco ai nostri figli o ai nostri nipoti. Sono le scritte che riportano con “società operaia” (o simili) ai tempi nei quali era alle prime leghe di lavoratori, o alle società di mutuo soccorso, che spettavano, nella quasi totale assenza del welfare pubblico, i compiti della protezione, della assistenza, degli aiuti in situazioni di emergenza, sociale o personale. Sono momenti e ricordi che sottolineano come dietro alla affiliazione sindacale ci sia sempre, magari in forme nascoste, inespresse, la ricerca di qualcosa che ha a che fare con il senso di comunità. Un senso che non è del tutto racchiuso in quella difesa dei propri interessi di protezione e di rivendicazione che, giustamente, forma la motivazione prevalente della appartenenza sindacale.

Ma un senso che va oggi riscoperto e riattivato e che non può essere soddisfatto dalle molteplici forme di comunità virtuali attivate dal web, e che raramente conducono a forme di solidarietà stabili e costruttive.  Un senso che conduce a scoprire l’interdipendenza delle condizioni, e delle preferenze, all’insegna della reciprocità e della solidarietà, fra i protetti e gli esclusi (o gli scartati secondo Papa Francesco), fra i primi e gli ultimi. Una interdipendenza, e una integrazione, che conducono ad abbattere le barriere (confini materiali o metaforici) che impediscono di percepire o addirittura di vedere il dolore degli altri.

Sappiamo bene che il senso di comunità è oggi messo in forse dallo sfarinamento delle più solide e tradizionali appartenenze sociali, dalla scomparsa delle ideologie e delle culture che lo alimentavano, dalla concorrenza di un individualismo imperante (e arrogante). Ma forse non è tutto perduto se il movimento sindacale si ricorda di essere di gran lunga la più grande e poderosa organizzazione di rappresentanza operante sulla scena italiana, paragonabile solo alla ormai declinante rete delle organizzazioni cattoliche, declinante nonostante l’apostolato inarrivabile espresso dal Papa.

Il senso di comunità, come in altri momenti storici, può essere orientato verso l’alto (si pensi all’impegno sui patti sociali e sulle politiche di concertazione) o verso il basso, rivolto all’impegno diretto di intervento sulle forme vecchie e nuove di povertà e esclusione. Una direzione sostiene l’altra. E in entrambe le direzioni si scopre che l’azione sindacale non può essere rivolta solo alla protezione degli interessi solidamente rappresentati, a patto di essere travolta dall’approfondirsi della crisi economica e sociale. Nella direzione verso l’alto i sindacati italiani in questi tempi drammatici non hanno saputo fornire grandi prestazioni. L’enorme risorsa della rappresentanza non è stata spesa in tutte le sue potenzialità.  Nella direzione verso il basso qualcosa di rilevante può essere fatto nell’immediato, e avrebbe un inatteso significato pratico e simbolico.

Sul lato pratico pensiamo alle attività e agli interventi che potrebbero essere intrapresi da una grande organizzazione di rappresentanza come il sindacato sui piani del soccorso ai più deboli, (gli esclusi, gli immigrati, i marginali), della assistenza agli studenti alle prese con forme di didattica selettive, se non discriminanti, della protezione ai lavoratori precari, della parziale riconversione del welfare locale e aziendale.

Sul lato simbolico potrebbe riattivare quella simpatia sociale verso il sindacato, i suoi dirigenti e i suoi iscritti, che è sembrata negli ultimi tempi irrimediabilmente scomparsa. Certo su questi temi, come ha suggerito Bruno Manghi, potrebbero essere attivati i sindacati dei pensionati, una risorsa preziosa del sindacalismo confederale italiano, che da troppi osservatori incompetenti o malevoli, viene considerata addirittura come una caratteristica negativa. Oppure, come ha notato Andrea Ranieri, potrebbe essere rilanciato il ruolo tradizionale delle Camere del lavoro, riscoprendo motivazioni e significati ben noti nel Novecento italiano. Sono suggerimenti condivisibili. A me, forse per ragioni sentimentali, piacerebbe che su questo fronte spiccassero le sigle storiche dei metalmeccanici (Fiom, Fim, Uilm). La portata simbolica per un sindacato di categoria con un tale passato, e forse ancora con un posto nell’immaginario collettivo, sarebbe sicuramente potenziata.

Gian Primo Cella

Gian Primo Cella

Gian Primo Cella

Professore Emerito di Sociologia economica presso l’Università Statale di Milano

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