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Home - Blog - La guerra dei gender: il diritto di esprimere la propria opinione

La guerra dei gender: il diritto di esprimere la propria opinione

di Alessandra Servidori
2 Luglio 2021
in Blog
Gay Pride 2018, Cgil Roma e Lazio ci sarà con lo slogan “Mai più omotransfobia”

Visto che la questione ddl ZAN continua ad animare le aule del Parlamento mentre il Covid mutato e rafforzato incombe, Draghi è tostamente impegnato a governare i fiumi dell’oceano pnrr che rischiano di esondare su richieste infinite di risorse per risollevare la situazione economica e sociale, prendo posizione decisa e irrevocabile sul disegno di legge che ricordo alla Camera oltre un anno fa passò come Testo Unificato di ben 5 proposte di legge (107-569, 868, 2171, 2255) sostanzialmente incardinandosi sulla modifica del Codice Penale 604 bis e 604 ter, senza nessuna obiezione di quella macedonia di strana maggioranza poi modificata che oggi traballa più che mai. Senza perdere l’abitudine di fare l’insegnante ricordo e non più sommessamente ma con una certa insofferenza che i parlamentari 5 stelle in queste ore hanno fatto una proposta di legge demenziale: istituire un servizio di formazione per loro per imparare la legislazione. Questi che siedono nelle istituzioni, pasdaran ignoranti e arroganti, non hanno il senso della vergogna. Il servizio studi della Camera già nel novembre 2020 predispose un dossier sulla proposta di legge molto esaustivo e culturalmente ineccepibile dimostrando che la questione genere omofobia e quant’altro veniva da lontano e aveva radici Europee. Raccomandazione CM/Rec(2010)5 Infatti il Comitato dei Ministri Ue emanò una raccomandazione agli Stati membri sulle misure volte a combattere la discriminazione fondata sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere il 31 marzo 2010 in occasione della 1081ª riunione dei Delegati dei Ministri) Il Comitato dei Ministri, in virtù dell’Articolo 15.b dello Statuto del Consiglio d’Europa, Raccomanda agli Stati membri:1. di passare in rassegna le misure legislative e di altro tipo esistenti, di riesaminarle periodicamente e di raccogliere e analizzare i dati pertinenti, al fine di monitorare e riparare qualsiasi discriminazione diretta o indiretta basata sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere;2. di vigilare affinché siano adottate e applicate in modo efficace misure legislative e di altro tipo miranti a combattere ogni discriminazione fondata sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere, a garantire il rispetto dei diritti umani delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transessuali e a promuovere la tolleranza nei loro confronti. Questo ha permesso a vari Stati – anche in maniera grottesca – di legiferare in tal senso (come ricorda il Dossier della Camera) modificando la propria Costituzione, il proprio Codice Penale, e manipolando le indicazioni comunitarie affermando di uniformarsi alle raccomandazioni nel 2013 del CEDU dunque di vigilare sulle discriminazioni omofobiche. In Italia si è cominciato a parlare di educazione di genere dal decreto “La Buona scuola”, dove viene inserito il concetto di “identità di genere” che, in questo modo, viene riconosciuto come obbligatorio. Legge del 13 luglio 2015, n. 107  “La Buona Scuola” (Vigente al 16-7-2015) nel quale il piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei principi di pari opportunità promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e di sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori sulle tematiche indicate dall’articolo 5, comma 2, e cosi il Ministro delegato per le pari opportunità, anche avvalendosi del Fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità, di cui all’articolo 19, comma 3, del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, elabora, con il contributo delle amministrazioni interessate, delle associazioni di donne impegnate nella lotta contro la violenza e dei centri antiviolenza, e adotta, previa intesa in sede di Conferenza unificata ai sensi del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, un «Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere», di seguito denominato «Piano», che deve essere predisposto in sinergia con la nuova programmazione dell’Unione europea…. Si impegna a promuovere un’adeguata formazione del personale della scuola alla relazione e contro la violenza e la discriminazione di genere e promuovere, nell’ambito delle indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione, delle indicazioni nazionali per i licei e delle linee guida per gli istituti tecnici e professionali, nella programmazione didattica curricolare ed extra-curricolare delle scuole di ogni ordine e grado, la sensibilizzazione, l’informazione e la formazione degli studenti al fine di prevenire la violenza nei confronti delle donne e la discriminazione di genere, anche attraverso un’adeguata valorizzazione della tematica nei libri di testo; Poi ancora:…. Recependo l’invito della Convenzione di Istanbul di passare, nel contrasto alla violenza sulle donne, da una logica securitaria ed emergenziale ad un sistema multi-livello, un ruolo centrale riveste, nel Piano nazionale, il tema dell’educazione e della scuola. Obiettivo prioritario deve essere quello di educare alla parità e al rispetto delle differenze, in particolare per superare gli stereotipi che riguardano il ruolo sociale, la rappresentazione e il significato dell’essere donne e uomini, ragazze e ragazzi, bambine e bambini, nel rispetto dell’identità di genere, culturale, religiosa, dell’orientamento sessuale, delle opinioni e dello status economico e sociale, sia attraverso la formazione del personale della scuola e dei docenti sia mediante l’inserimento di un approccio di genere nella pratica educativa e didattica. Arrivando poi a “nell’ambito delle “Indicazioni nazionali” per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione, per il licei, per gli istituti tecnici e professionali, il Governo provvederà dunque ad elaborare un documento di indirizzo che solleciti tutte le istituzioni scolastica autonome ad una riflessione e ad un approfondimento dei temi legati all’identità di genere e alla prevenzione della discriminazione di genere, fornendo, al contempo, un quadro di riferimento nell’elaborazione del proprio curricolo all’interno del Piano dell’Offerta Formativa. Si riportano nel dettaglio le linee di indirizzo riguardanti l’Asse di intervento “Educazione”…. Le suddette attività sono in linea con l’impegno italiano, assunto attraverso l’approvazione unanime della Dichiarazione politica all’apertura della 59a Sessione della Commissione sulla Condizione Femminile delle Nazioni Unit (CSW – New York, 9-20 marzo 2015), per l’avvio di un percorso di azioni concrete per la piena realizzazione della parità di genere e dell’empowerment delle donne entro il 2030. Gli obiettivi da perseguire dovranno prevedere la rivalutazione dei saperi di genere per combattere stereotipi e pregiudizi; la valorizzazione delle differenze per prevenire fenomeni di violenza sessuale, aggressività e bullismo; il riconoscimento del valore di identità di genere per rinforzare l’autostima; la disponibilità al dialogo per conoscere e superare i conflitti tra generi diversi. Abbiamo poi assistito strada facendo e il culmine fu nel 2019 a una trasmissione “Alla lavagna” andato in onda in seconda serata su rai 3 che aveva la presunzione di spiegare il transgenderismo ai bambini, che ha visto l’ospite di turno, Vladimiro Guadagno, in arte Luxuria, indottrinare la speciale classe, composta da 18 bambini tra i 9 e i 12 anni, sulla “normalità” transgender. L’ex parlamentare di Rifondazione Comunista e attivista dei “diritti” LGBT+, secondo il copione del programma, è stato infatti interrogato dai piccoli alunni che lo hanno “imboccato” con una studiata sequenza di domande, evidentemente confezionate ad hoc dagli autori, volte a sensibilizzare la classe e il pubblico a casa, riguardo la propria “triste” storia di discriminazione e omofobia, con l’obiettivo di giungere alla scontata conclusione dell’assoluta ordinarietà di auto assegnarsi il sesso a piacimento in base a gusti e sentimenti personali, al di là del proprio progetto di natura. Sono convinta che questo DDL italiano sia da modificare perché la follia di norme legislative soprattutto operata nelle scuole con insegnanti assolutamente impreparati che impartiscono ai bambini lezioni ideologicamente motivate poiché non potendosi affermare parole come l’identità di genere e la sessualità biologica siano aspetti indipendenti poiché in realtà tutte le evidenze suggeriscono che non lo sono affatto. Il ddl Zan  pretende di criminalizzare le discriminazioni in base “all’identità o espressioni di genere”, sottolineando come tali norme, oltre che assurde, siano anche «pericolosamente vaghe e mal formulate», in maniera da lasciare appositamente il tutto nelle mani del compiacente giudice di turno. Stanno allargandosi a macchia d’olio gli istituti di istruzione di ogni ordine e grado siano divenuti il principale terreno di conquista delle “lobby gender”, che in essi vedono il luogo per eccellenza in cui tentare di condizionare fin dalla più tenera età le menti dei futuri cittadini del “mondo nuovo”. È così che progetti culturali (spesso astutamente presentati come battaglie contro il “bullismo omofobico”), nuovi libri di lettura o di testo infarciti di riferimenti all’omosessualità, corsi di “educazione sessuale” in chiave gender e persino programmi ministeriali imposti per legge (decisi spesso nella più totale indifferenza od ostilità verso la sensibilità o le scelte delle famiglie e dei ragazzi) hanno finito per colonizzare in breve tempo le scuole di mezza Europa. È proprio al livello del mondo dell’istruzione, infatti, che quello che da alcuni è stato definito il “totalitarismo gender” sembra avere la più immediata e pesante ricaduta nella vita quotidiana e concreta di milioni di persone. La “manipolazione di massa”, qualunque sia il messaggio che vuole veicolare, avrà sempre e comunque un punto di partenza e di arrivo comune che si chiama scuola. Senza un controllo, diretto o indiretto, su ciò che si insegna sui banchi, infatti, nessun processo manipolativo può dirsi davvero efficace. Naturalmente, come ben sappiamo, esistono “agenzie culturali” che, nell’immediato, hanno un effetto ben più incisivo e coinvolgente sull’immaginario della popolazione, specie quello dei più giovani; eppure, in ultima analisi, la scuola ha qualcosa che neanche il più celebrato cantante rock o la più fascinosa star del cinema possono vantare: il carisma dell’ufficialità. Questo, in concreto, significa che anche nella coscienza del più svogliato fra gli alunni esiste un cantuccio nascosto in cui vige una certezza: quello che si insegna a scuola potrà essere noioso o inutile, ma non vi è alcun dubbio che sia vero. Poi abbiamo i casi di vergognoso e ignobile uso dei bambini da parte dei servizi sociali di Bibbiano come sta succedendo adesso sul rinvio a giudizio di 23 persone con capi di accusa pesantissimi. E allora la proposta di modificare quel testo di legge è sacrosanta e soprattutto gli articoli 1,4, 7, che ob torto collo abbiamo imparato a conoscere e che un Parlamento di persone politicamente scorrette ha approvato spregiudicatamente. E che altrettanto spregiudicatamente ora usano come battaglia politica.

Alessandra Servidori

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