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Home - Approfondimenti - Interviste - Animazione, il lavoro invisibile dietro lo schermo. Di Marco (Slc Cgil): “Serve una rappresentanza più forte per uscire dall’isolamento”

Animazione, il lavoro invisibile dietro lo schermo. Di Marco (Slc Cgil): “Serve una rappresentanza più forte per uscire dall’isolamento”

di Elettra Raffaela Melucci
10 Giugno 2026
in Interviste
Fondazioni lirico-sinfoniche, Di Marco (Slc-Cgil): la riforma del Mic penalizza i territori, ora le parti tornino a dialogare

La vicenda legata alla serie animata Due Spicci di Zerocalcare ha riportato l’attenzione sulle condizioni di lavoro nel settore dell’animazione, mettendo in luce un sistema produttivo frammentato e caratterizzato da diffuse criticità contrattuali. Il problema principale riguarda l’applicazione disomogenea dei contratti collettivi e il ricorso, in diversi casi, a partite IVA inserite in rapporti che presentano di fatto caratteristiche da lavoro subordinato, soprattutto nelle piccole e piccolissime realtà. In un contesto segnato da precarietà, contratti a termine e timore di ritorsioni, diventa difficile per i lavoratori far emergere le irregolarità e organizzarsi collettivamente. Ne parla in questa intervista la segretaria nazionale della Slc Cgil, Sabina Di Marco.

La vera notizia è che esistono condizioni di lavoro problematiche nell’animazione o che, per la prima volta, gli animatori hanno trovato una voce collettiva per raccontarle?

È difficile fare una valutazione precisa del fenomeno, anche perché in questo settore è complicato reperire dati. Sicuramente riscontriamo grandi difficoltà nell’applicazione dei contratti, una criticità abbastanza diffusa. Stiamo comunque provando a mettere in campo tutte le azioni necessarie affinché i contratti sottoscritti siano applicati alla quasi totalità della platea interessata. È tuttavia bene sottolineare che molte realtà, soprattutto le più grandi, applicano correttamente i contratti. Ma esiste una parte di piccole e piccolissime imprese che spesso lavorano per appalti, quindi delegando la produzione ad altri, dando origine a una catena che rischia di produrre inapplicazioni contrattuali e un uso improprio di forme contrattuali. Gli animatori sono figure professionali già previste dal contratto collettivo del cine-audiovisivo, con minimi che arrivano anche a 1.800 euro.

Nelle testimonianze diversi lavoratori descrivono partite Iva che ricevono direttive, orari, controlli e scadenze assimilabili a quelli di un rapporto subordinato. Quanto è esteso il fenomeno?

Il tema esiste. Si tratta di una sorta di meccanismo di chiamata “a bando” in cui è richiesta esplicitamente la partita IVA per l’assunzione, che altrimenti non si concretizza. È un prerequisito per professioni che in realtà presentano una direzione gerarchica e caratteristiche tipiche del lavoro dipendente. Il fenomeno appare abbastanza esteso, ma resta da valutare con attenzione proprio per la mancanza di dati precisi.

Quanto pesa questo clima nel rendere difficile l’emersione delle irregolarità e l’organizzazione collettiva dei lavoratori?

A parte i pochi fortunati che sono a tempo indeterminato — magari in un teatro stabile, in una fondazione lirica o anche dipendenti di aziende cine-audiovisive, che comunque restano una parte residuale — tutto il resto del settore vive di contratti a tempo determinato. Si tratta di lavoratori fragili, a cui si somma la presenza di tantissime lavoratrici e lavoratori con partita IVA e con diverse forme contrattuali. In queste condizioni è naturale che si sviluppi una certa paura nel dichiarare la propria situazione, per il timore di non essere più richiamati perché considerati “problematici”. Tuttavia, non tutte le testimonianze sono anonime: ci sono persone che hanno denunciato apertamente e altre che hanno avviato vertenze con nome e cognome. Ora attendiamo di vedere i primi risultati sul riconoscimento del lavoro subordinato.

Questo atteggiamento di prudenza è dettato anche dal fatto che spesso le attività di animazione vengono esternalizzate all’estero o sostituite dall’intelligenza artificiale?

Sicuramente l’intelligenza artificiale ha un impatto in questo settore. Il rischio principale, però, resta quello di non essere richiamati a fronte di una denuncia: segnalare una condizione di lavoro non corretta diventa quindi molto complesso.

In questo contesto nasce UN!TA. Che lettura dà dell’esperienza dell’Unione Italiana Animatori? È il sintomo di un vuoto di rappresentanza che il settore avvertiva da tempo?

UN!TA nasce per provare a colmare un vuoto in un settore poco coperto in termini di rappresentanza. Per questo, come Slc, riteniamo che queste esperienze vadano supportate, ma soprattutto che debbano poi rientrare nelle logiche sindacali. Dopo la denuncia è necessario avere strumenti per fare un passo oltre: costruire rivendicazioni, piattaforme, richieste, e aprire un’interlocuzione con le controparti. Le associazioni hanno una funzione aggregativa e di denuncia, ma poi serve una strutturazione sindacale per la fase di risoluzione dei problemi. Il rischio, come accaduto, è che la denuncia venga poi strumentalizzata.

UN!TA può diventare un primo tassello per un processo più ampio di sindacalizzazione nell’animazione?

Sicuramente. Abbiamo già un dialogo con l’associazione, che ha dimostrato consapevolezza della necessità di fare un salto di qualità che vada oltre la sola aggregazione. Sono una risorsa che va incanalata e utilizzata nel modo giusto. Tra l’altro si sono rammaricati del fatto che la loro denuncia sia stata strumentalizzata, forse anche per una eccessiva fiducia nell’interlocutore. Nella sua replica sui social, lo stesso Zerocalcare si è detto pronto a sostenere i lavoratori e ci aspettiamo che lo faccia. Ma il tema va oltre Zerocalcare: il suo ruolo incide relativamente sulle modalità contrattuali. È la produzione a decidere.

Quanto delle criticità denunciate dagli animatori dipende dai comportamenti delle singole imprese e quanto, invece, riflette una crisi più ampia della filiera audiovisiva?

Prima della crisi del settore cine-audiovisivo non c’era un approccio diverso al lavoro e già prima di questa vicenda ci eravamo confrontati con queste tematiche. Meno un settore è regolato, meno diritti si riescono a ottenere e più si moltiplicano le forme contrattuali discontinue anche con maggiore possibilità di utilizzo improprio. Sicuramente l’attuale congiuntura non aiuta, ma il tema è strutturale e riguarda il modo in cui si gestiscono i rapporti di lavoro in un settore fisiologicamente discontinuo.

Che fare, quindi, per evitare che il caso resti una polemica estemporanea?

Bisogna dare continuità in modo strutturato a quanto emerso. Di recente abbiamo rinnovato con ANICA il contratto del cine-audiovisivo — che prevede la figura dell’animatore — e attualmente siamo in trattativa anche con CNA e Confartigianato. Serve costruire un sistema virtuoso di controllo sull’applicazione dei contratti firmati. Una delle priorità su cui stiamo lavorando da tempo è rafforzare la rappresentanza sindacale nel settore, perché dove prevalgono contratti a termine e saltuarietà è tutto più difficile. Una presenza sindacale più strutturata permetterebbe di evitare lavoratori isolati e difficili da raggiungere, soprattutto nelle piccole realtà. In questo modo saremmo più forti e più presenti sul territorio.

Elettra Raffaela Melucci

Elettra Raffaela Melucci

Elettra Raffaela Melucci

Giornalista de Il diario del lavoro

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