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Home - Approfondimenti - Analisi - Un seminario internazionale dell’ADI riporta l’istruzione al centro

Un seminario internazionale dell’ADI riporta l’istruzione al centro

di Alessandra Servidori
28 Gennaio 2022
in Analisi
L’appello dei sindacati scuola, governo dia risposte a emergenza stipendi

In questo periodo di drammatica crisi pandemica ADI, Associazione Italiana Dirigenti e Docenti, offre un contributo inedito e coraggioso per costruire una nuova, positiva “narrazione” dell’istruzione, a partire dalle possibilità offerte dal PNRR.

Si è svolto un seminario internazionale, “La scuola nella Next Generation EU”, che ha delineato con il contributo di autorevoli partecipanti internazionali un panorama completo e ispiratore rispetto a tre questioni che appaiono oggi prerequisiti di ogni possibile miglioramento degli apprendimenti per tutti. Si tratta della leadership diffusa e dell’autonomia scolastica entro un nuovo paradigma dell’istruzione e di un forte rilancio dell’istruzione tecnico-professionale. Tutto il seminario parte dall’assunto che, fallito il vecchio paradigma dell’apprendimento, incapsulato nell’illusorio perseguimento del “successo” di ciascun singolo alunno nelle singole scuole, occorra intraprendere una nuova narrazione più espansiva, che si allarghi e si connetta a più livelli – intrapersonale, interpersonale, territoriale, nazionale, globale -.

Il rimedio non può più essere ri-immaginare di dare al singolo una migliore istruzione. E’ il sistema con le sue finalità che va ri-immaginato. Un ecosistema dell’apprendimento che sappia passare dall’io al noi, che sia più solidale, più generoso, più concentrato sulle responsabilità reciproche e sui valori della sostenibilità. Un ecosistema capace di allineare visione, ambiente e capacità umane basate su “scienza ed evidenza”, dentro e fuori la scuola, che dia voce agli studenti, offrendo la possibilità di apprendere in contesti reali, di costruire connessioni e misurarsi con sfide autentiche. Lo spostamento a un apprendimento ecosistemico richiede un passaggio “sismico” nella leadership: una leadership ecosistemica. Occorrono competenze collaborative e imprenditive di ordine più complesso, capaci anche di una nuova integrazione con le risorse digitali, utili a scardinare l’antica “grammatica della scuola”.

Una leadership per guidare, dunque, non solo l’innovazione pedagogica, ma profondi cambiamenti nei curricoli e soprattutto nella cultura verso un nuovo “noi”. ADI ritiene che  da questa leadership,  prima ancora che dalla formazione iniziale degli insegnanti, occorra partire per costruire un capitale professionale, capace di guidare la transizione verso un sistema d’istruzione adeguato alle rivoluzioni scientifiche tecnologiche, economiche e sociali di questo secolo. partendo dalle caratteristiche di  una nuova narrazione dell’istruzione e del panorama internazionale, ha dettagliato, in tutti i suoi aspetti e passaggi, come costruire un nuova leadership nel sistema scolastico italiano, una leadership  che si estende dagli istituti scolastici fino al Ministero.

Durante i lavori si è conosciuto in dettaglio il modello di carriera docente e leadership educativa di Singapore, uno dei più avanzati e strutturati a livello mondiale, da cui trarre importanti indicazioni. Si è insistito sui danni di una carriera piatta degli insegnanti e ha offerto un quadro delle varie possibilità di carriera docente e leadership nella UE, soffermandosi in particolare sul modello olandese illustrato con un possibile modello di formazione per la leadership intermedia nelle scuole. Vi è stata una call to action, per chiedere al Governo di colmare senza più indugi il vuoto istituzionale, disponendo per legge la istituzionalizzazione di due percorsi di carriera docente, a sostegno l’uno dell’insegnamento/ apprendimento e l’altro della gestione del sistema. Si è indagato quale autonomia sia oggi necessaria per un nuovo ecosistema educativo. L’autonomia di per sé non è, infatti, né buona né cattiva. Diventa condizione necessaria e indispensabile del “miglioramento” solo se è finalizzata a quella nuova “narrazione” dell’istruzione prima evidenziata.

Una narrazione che si completa con la scuola che deve coniugare insieme i due obiettivi dell’Agenda 2030, il numero 3 (salute/benessere) e il numero 4 (educazione di qualità), che significa porre alti obiettivi per tutti i ragazzi, mettendoli in uno stato di benessere. Il tipo di autonomia scolastica in grado di perseguire questo ecosistema di apprendimento è quella che si definisce “connected autonomy”, un’autonomia connessa. Due parole solo apparentemente antinomiche, ma che esprimono un solo concetto: le scuole devono essere indipendenti ma in relazione, autonome ma collaborative. E questo è esattamente il contrario delle scuole in competizione tra loro. L’autonomia assume pertanto valore a tre condizioni: i vari livelli di governo del sistema, dall’Istituto autonomo al Ministero, devono avere responsabilità indipendenti, senza invasioni di campo, ma convergenti sugli  obiettivi; gli istituti scolastici autonomi devono condividere le responsabilità di un intero territorio, sostenuti da una leadership ecosistemica, che va dalla dirigenza scolastica alla leadership intermedia. Le scuole devono aprirsi e connettersi a livello locale, nazionale e globale.

La presidente di ADI, Alessandra Cenerini ha delineato le caratteristiche di un’autonomia scolastica connessa  a sostegno di un apprendimento ecosistemico, rispetto al quale, ha sostenuto, sono del tutto inadeguati i principi che regolano oggi l’istruzione   compresi quelli scritti della Carta Costituzionale (v. art.34). Ha poi illustrato la proposta di legge di ADI per la creazione di Istituti Scolastici ad Autonomia Speciale, ISAS, istituti che non sostituiscono, ma integrano e arricchiscono l’attuale sistema, dando la possibilità a chi ha volontà di innovare di poterlo fare, senza arenarsi nelle pastoie burocratiche. Si è illustrato in dettaglio l’interessante modello di autonomia scolastica danese che si coniuga con la decentralizzazione ai Comuni e il mantenimento in capo allo Stato delle sole norme generali.  Una scuola che ha una grande attenzione al benessere, con la possibilità di intervenire anche sui curricoli e sull’architettura scolastica. In Nuova Zelanda, nel 1989 fu avviata la più drastica trasformazione di un sistema statale di istruzione mai avvenuta prima.  Dalla sera alla mattina tutta la gestione delle scuole statali fu trasferita a singoli Consigli scolastici e sono stati illustrati i vantaggi, sperimentali, ma anche alcuni limiti, che il governo sta correggendo. Si è trattato approfonditamente in dettaglio la spinosa, ma dirimente, questione dell’amministrazione del personale scolastico. Gli insegnanti sono delle Scuole o dello Stato? E’ diffusa l’equazione docente = statale. Oggi, tale necessità è superata: l’anima del sistema è l’autonomia degli istituti scolastici. Ad essi, singoli o coordinati, va affidata l’assunzione diretta del personale e delle figure di leadership intermedia e, fermo restando il trattamento economico di base, agli istituti va attribuita una disponibilità consistente di risorse finanziarie, da utilizzare in sede di contratto individuale. Tutto questo non toglie che rimanga in capo al legislatore nazionale lo stato giuridico dei docenti e che permanga l’assoggettamento ai contratti collettivi nazionali.  Ma molte cose cambiano nei contenuti della gestione, che sono stati dettagliati e o motivati. Seguita un altra call to action, con l’indicazione di impegni per sollecitare interventi governativi per il rilancio dell’autonomia scolastica, cogliendo le grandi possibilità offerte dal PNRR. Inoltre l’attenzione si è rivolta su istruzione e formazione tecnica e professionale che rappresenta il necessario coronamento dell’intero seminario, perché è il settore che più di ogni altro richiede quella nuova narrazione della istruzione e che più avrebbe bisogno di riforme e di investimenti nel PNRR.

E’ in questi istituti, infatti, che si consumano la più grande ingiustizia sociale – un numero irriducibile e “incivile” di drop out – e una forsennata perdita economica.  Nulla ci ha insegnato l’evidenza dei dati relativi all’insostenibile numero di NEET in Italia, il più alto in Europa, alla drammatica dispersione negli Istituti Professionali e alla loro lenta morte, all’altissima disoccupazione giovanile insieme al gap tra richieste del mercato del lavoro e formazione. Di fronte a queste evidenze, permane un rifiuto culturale a ri-immaginare la filiera complessiva dell’istruzione e formazione tecnico-professionale e a valorizzare la “cultura della professione”. Poco di questo fondamentale settore si trova nel PNRR, riferito ai soli ITS, Istituti Tecnici Superiori. Il seminario ha avuto il grande merito di analizzare la situazione, ma soprattutto di descrivere i nuovi scenari possibili e i passi da intraprendere. Gli Istituti Tecnici Superiori, un tema fondamentale a cui il PNRR dedica ingenti investimenti riferita alla legge, ora al Senato, che trasforma gli Istituti Tecnici Superiori, rinominati Its Academy, in un canale formativo terziario parallelo all’università. Occorre un vero e proprio “piano industriale”, con capacità manageriali, programmatorie e di rendicontazione e non esiste né incompatibilità, né concorrenzialità fra questa formazione terziaria non accademica e le nuove lauree professionalizzanti, perché considera diverse le finalità e le funzioni.

La conclusione del seminario affidata alla Presidente ADI Alessandra Cenerini, ha fatto un appassionato appello a rivalorizzare la cultura professionale, l’imparare facendo in un clima di “benessere”, ovvero in situazioni in cui i ragazzi percepiscono di  fare qualcosa di utile per gli altri e appagante per sé. Cenerini ha denunciato l’enorme spreco di risorse umane e finanziarie negli Istituti Professionali Statali, ormai agonizzanti. Ha rivendicato l’applicazione della riforma 2001 del Titolo V della Costituzione, chiedendo che, come è avvenuto in Trentino, gli attuali Istituti Professionali Statali siano in parte trasformati in Istruzione e Formazione Professionale Regionale, IeFP, che dovrebbe diventare tutta quadriennale, e in parte in Istituti Tecnici. E ha sottolineato l’enorme responsabilità delle Regioni, la loro incapacità di rivendicare e assolvere il ruolo che loro compete nello sviluppo dell’istruzione e formazione professionale. Ha poi richiesto che  IeFP, Apprendistato, Istituti Tecnici  e ITS Academy costituiscano un solo ecosistema in continuità orizzontale e verticale. Per accedere all’ITS Academy l’esame integrativo sia sostenuto da chi viene da licei generalisti ed è privo di qualsiasi competenza tecnico-professionale, non da chi viene da IeFP e Apprendistato! Infine ha indicato il rischio della convivenza di ITS Academy e lauree professionalizzanti che, per poter assumere il peso e l’importanza che hanno in altri Paesi, come la Germania, dovrebbero fondersi in un unico   sistema terziario professionalizzante.

Alessandra Servidori

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