Nel 2023 le donne vittime di violenza hanno potuto contare su 404 Centri Antiviolenza (CAV), distribuiti per il 36,9% nel Nord (21,5% nel Nord-ovest e 15,3% nel Nord-est), per il 31,4% nel Sud, per il 21% nel Centro e il restante 10,6% nelle Isole. Tra il 2022 e il 2023 vi è stato un aumento del 4,9%, rispetto al 2017 (primo anno dell’indagine), l’aumento nel Paese è stato del 43,8%. Considerando il periodo 2017-2023 e il numero di Centri Antiviolenza attivi per ripartizione, la variazione massima è stata registrata nel Centro (+102,4%). È superiore alla variazione registrata a livello nazionale anche quella delle Isole e del Nord-ovest. Inferiore, invece, quella relativa a Nord-est e Sud.
E’ quanto emerge dal report dell’Istat sui centri antiviolenza e le donne che hanno avviato il percorso di uscita relativo al 2023 diffuso in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. L’analisi è frutto della collaborazione inter-istituzionale con il Dipartimento per le Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero dell’Interno, il Ministero della Salute, le Regioni e le Province Autonome e con le Associazioni attive contro la violenza sulle donne.
Rapportando il numero di CAV alla popolazione femminile emerge un’offerta di protezione per le donne pari a 0,13 CAV ogni 10mila donne a livello nazionale, valore che sale a 0,18 al Sud e a 0,14 nel Centro, mentre è più basso nel Nord-est (0,11) e nel Nord-ovest (0,11). È in linea con il valore nazionale l’offerta dei CAV nelle Isole (0,13 per 10mila donne). Negli anni l’offerta di Centri Antiviolenza è cresciuta su tutto il territorio nazionale, passando da un valore di 0,09 ogni 10mila donne nel 2017 a 0,13 nel 2023.
A livello nazionale quasi la metà (48,8%) dei Centri Antiviolenza è stato aperto nell’ultimo decennio, dinamica condivisa, con valori simili, nel Nord-ovest (47,7%), nel Centro (50,6%) e in misura ancora maggiore nel Sud (61,9%). Nel Nord-est, per esempio, il decennio 1990-1999 ha la quota più cospicua di CAV aperti. Nel Centro, più che altrove, anche il periodo 2000-2009 ha segnato un aumento considerevole di CAV aperti, mentre nelle Isole quasi sette CAV su 10 (68,8%) sono stati aperti a partire dal 2010. Nel Nord-ovest i CAV aperti prima del 1990 sono più numerosi rispetto alle altre ripartizioni.
Diminuiscono gli enti promotori di natura pubblica, soprattutto al Nord-ovest e al Sud. I CAV infatti – segnala l’Istat – sono in misura prevalente (61,4%) soggetti privati qualificati operanti nel sostegno e aiuto alle donne vittime di violenza, mentre nel 36,9% dei casi la promozione del CAV è in capo a un ente locale.
È residuale (1,7%) la titolarità del Centro in capo a un ente locale consorziato o associato con un soggetto qualificato privato.
Nel corso degli anni, tra gli enti promotori si è registrato un leggero calo del peso degli enti locali. Nel 2017 gli enti locali erano infatti promotori dei Centri Antiviolenza nel 38,3% dei casi. Ma nel periodo 2017-2023, a livello di ripartizioni, ci sono stati alcuni cambiamenti: i CAV del Nord-ovest e del Sud più di tutti si sono orientati verso un soggetto promotore di natura privata: dal 69,6% all’80,2% nel Nord-ovest e dal 49,4% al 59% tra i CAV del Sud. Al contrario, tra i CAV del Centro la natura pubblica del promotore è aumentata, passando dal 37,5% al 64,6%. Rimane sostanzialmente stabile la situazione nel Nord-est e nelle Isole con una prevalenza dei CAV con promotore privato.
Il 38,8% dei soggetti promotori si occupa esclusivamente di violenza di genere, valore che tra i soggetti promotori di natura privata sale al 57,8% con il valore massimo tra i CAV del Centro (74,1%). Anche l’ente gestore di natura privata, in oltre la metà dei casi (54,8%), si occupa esclusivamente di violenza di genere, con il valore più alto tra i CAV del Centro (70,8%) e quello più basso tra i CAV del Sud (37,4%) e delle Isole (45,2%).
Quasi tutti i CAV (99,7%) sono collegati al numero di pubblica utilità 1522, valore cresciuto negli anni (era 95,3% nel 2017 a livello nazionale). Negli anni, l’adesione al 1522 è cresciuta ovunque con una variazione particolarmente importante tra i CAV delle Isole (+14,3 punti percentuali). I CAV operano anche in rete, aderendo alle reti territoriali antiviolenza. Questo fenomeno riguarda l’87,1% dei Centri, con valore massimo tra i CAV del Nord-ovest (96,5%) e minimo al Sud (69,5%).
Inoltre, secondo l’Istat l’83,7% dei Centri ha un rapporto con le Case Rifugio, il 79,6% con forme di ospitalità per la protezione di primo livello e il 72,7% con strutture di II livello (semi-autonomia). Quasi la metà dei CAV, inoltre, è in relazione con altre forme di residenzialità. Nel tempo si è assistito a una maggiore gestione in forma diretta di strutture di ospitalità di primo e secondo livello e a una diminuzione della gestione diretta delle Case Rifugio da parte dei Centri Antiviolenza.
Nel 2023 i Centri Antiviolenza hanno raccolto la richiesta di aiuto di 61.514 donne, valore sostanzialmente stabile rispetto al 2022 (+1,4%), ma di gran lunga superiore (+41,5%) a quello registrato nel 2017. Sono 4631 le donne indirizzate ai CAV dal numero di pubblica utilità 1522.
In media, – prosegue l’Istat – ogni CAV è stato contattato da 169 donne, una ogni due giorni, con il valore massimo tra i CAV del Nord-ovest (269) e del Nord-est (230) e quello minimo tra i CAV del Sud (75). Coerentemente con l’aumento dei CAV, il numero medio di donne che ha contattato i centri è diminuito (172 nel 2017) particolarmente tra i CAV del Centro, in media 96 donne in meno, e tra quelli delle Isole, in media 40 donne in meno. In linea con il valore nazionale sono i CAV di Nord-est e Sud, mentre i CAV del Nord-ovest hanno registrato un aumento del numero medio di donne che li contattano (+65).
Dal contatto della donna al CAV all’inizio del percorso personalizzato di uscita dalla violenza, concordato con la donna, la strada può essere molto diversificata e dipende da molteplici fattori. Analizzando, dal lato dei servizi specializzati per la protezione, il rapporto tra donne che contattano i CAV e donne che intraprendono il percorso di uscita con loro, nel 2023, è di due su cinque.
Sono poco più di 31.500 le donne che hanno affrontato nel 2023 il loro percorso di uscita dalla violenza con l’aiuto dei Centri Antiviolenza. La maggior parte (l’81,1%) ha iniziato il percorso nell’anno, mentre il 14,4% delle donne lo ha intrapreso nel 2022, il 3,6% lo ha iniziato da due anni fa e lo 0,9 da tre anni. L’analisi dei dati dei Centri attivi sia nel 2021 sia nel 2022, che hanno risposto a questa rilevazione, mostrano un aumento delle donne che hanno avviato un percorso di uscita dalla violenza del 9% (erano 26mila nel 2022, sono 28.329 nel 2023).
La decisione di intraprendere un percorso per uscire dalla violenza – nota l’Istat – sembra arrivare a distanza di anni dall’inizio della violenza stessa: per il 40,7% delle donne sono passati più di cinque anni dai primi episodi di violenza subita, per il 33,4% da uno a cinque anni, per il 13,8% da sei mesi a un anno e solo per il 7,8% delle donne il tempo intercorso tra violenza subita e inizio del percorso presso il CAV è inferiore ai sei mesi; la quota residuale ha subito un singolo episodio di violenza.
Il 17% delle donne ha iniziato il percorso di uscita dalla violenza in situazioni di emergenza, erano cioè in una situazione di pericolo o a rischio di incolumità.
E.G.



























