È una storia che viene da lontano quella dello stabilimento ex Arcelor-Mittal di Luogosano, piccolo comune nel cuore dell’Irpinia, che oggi conosce un nuovo capitolo della sua vita industriale non scevro da polemiche. A marzo di quest’anno, infatti, la proprietà comunica la vendita dello stabilimento mettendo a rischio i 70 lavoratori impiegati, salvati però – dopo una breve trattativa con i sindacati che si è conclusa il 21 novembre con la firma di un accordo in Regione Campania – dall’acquisizione del sito da parte di Fonderie Pisano, storico gruppo industriale del salernitano. Il nuovo piano prevede la riconversione dello stabilimento dalla pre-verniciatura e laminazione di acciaio a produzioni di “manufatti stradali in ghisa e attività di meccanica pesante” (core business della nuova proprietà), con l’assunzione a tempo indeterminato di 33 lavoratori entro la fine del 2027, i quali nel frattempo beneficeranno di ammortizzatori sociali e integrazioni al reddito erogate dall’azienda durante un percorso di reskilling. Il restante personale ha invece accettato il prepensionamento o l’uscita volontaria anticipata.
Una storia a lieto fine, sembrerebbe – anche perché relativa a un’area interna depressa sia dal punto di vista produttivo che demografico – ma che invece sta portando con sé una scia di polemiche. L’Irpinia, osservano infatti gli enti locali, le associazioni ambientaliste e le due sigle sindacali che non hanno firmato l’accordo, Uilm e Uglm, è un territorio ad alta vocazione vitivinicola e agricola (dal 1985 opera qui anche Zuegg) e l’insediamento di una fonderia di ghisa sarebbe dannosa per l’ecosistema e la popolazione, esposte alle emissioni inquinanti della produzione. A essere contestati sono merito e metodo della trattativa, ma è utile riepilogare la storia dello stabilimento, che è un po’ sineddoche della storia industriale del nostro Paese.
Insediato presso l’area industriale San Mango-Luogosano, una delle venti nuove aree industriale create nella ricostruzione post terremoto del 1980, lo stabilimento era in origine Tubisud Italia, nato per effetto della legge sulla reindustrializzazione delle aree colpite dal sisma. Proprietario è il Gruppo Abate, beneficiario di un finanziamento pubblico di 38 miliardi di lire a fondo perduto. Complessivamente, il costo dell’investimento per l’infrastrutturazione, affidata al consorzio Incomir, ammonta a circa 200 milioni di lire, con specializzazione in attività di pre-verniciato zincato di laminati piani dell’acciaio e lavorazioni in acciaio. La produzione parte nel 1988 e per circa dieci anni, oltre a pre-verniciare e commercializzare il prodotto autonomamente, effettua anche lavorazioni in conto terzi per l’Ilva di Taranto. Nel 2001 lo stabilimento viene acquisito dal gruppo francese Usinor attraverso Magona Italia, per via di crediti nei confronti della famiglia Abate. Nel 2002, dopo la fusione di Usinor e Aceralia, nasce il gruppo Arcelor. Nel 2006 l’indiana Mittal acquista Arcerol e nasce il più grande produttore di acciaio al mondo: Arcelor-Mittal. Che quindi opera a Luogosano per quasi 20 anni, fino all’annuncio della vendita nel marzo 2025.
Arcelor-Mittal ha motivato la decisione principalmente per via della competizione internazionale, dei costi di gestione in aumento e di un mercato dell’acciaio in forte crisi. In particolare, spiega a Il diario del lavoro il segretario generale della Fim-Cisl di Avellino, Luigi Galano, Arcelor-Mittal ha riferito “in maniera capziosa, dopo anni di industria a Luogosano, che non vale più la pena continuare a fronte di un costo di trasporto su gomma di 90€ a tonnellata. Sono arrivati a questa decisione invece di immaginare soluzioni differenti, come quella suggerita dal sindacato di aspettare che partisse il vicino polo logistico di Flumeri con trasporto su ferro, che avrebbe mitigato l’impatto economico del trasporto”. Il termine della dismissione, dunque, è stato fissato al 31 luglio, dopodiché il gruppo avrebbe lasciato definitivamente Luogosano entro il 31 dicembre 2025.
Subito dopo l’annuncio, i sindacati territoriali Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm Uil hanno attivato azioni di protesta per chiedere un piano alternativo al licenziamento e salvare la produzione. La mobilitazione raccoglie l’intervento anche degli enti locali e della stessa Regione Campania, che si è impegnata ad avviare un tavolo per verificare la disponibilità di nuovi soggetti industriali interessati a rilevare lo stabilimento. L’azienda ha assicurato la cassa integrazione ai lavoratori coinvolti soltanto fino al 31 dicembre, anche se, spiega Galano, “avrebbe potuto continuare a erogarla per altri sette mesi”. Ed è solo grazie a un accordo con Confindustria che vengono garantite integrazioni salariali e di welfare rispetto alla cassa in deroga dell’Inps. Nel frattempo, viene coinvolto un advisor col mandato di trovare un altro acquirente. La prima manifestazione di interesse arriva da un’azienda del beneventano, la Idroambiente, che non avrebbe assicurato continuità dal punto di vista produttivo – poiché specializzata nella realizzazione di condutture idriche -, ma sembrava fosse stato trovato un matching tra la proposta e le necessità del venditore. Tuttavia la vendita è saltata per cause non note e “benché siano state chieste ripetutamente le motivazioni, ci è stato riferito che era tutto coperto dal riserbo delle trattative industriali”, spiega Galano.
Ed è qui che entra in gioco la società PI.CO. – Fonderie Pisano, con la convocazione di un incontro nell’autunno di quest’anno presso la Regione, alla presenza di Confindustria e di tutte le sigle sindacali. E benché in fabbrica ci siano 3 delegati, uno della Fim e due della Fiom, al tavolo sono stati ammessi anche i rappresentanti della Uilm, in quanto sigla confederale, e di Uglm. Il nuovo acquirente, racconta ancora Galano, ha presentato un piano di reindustrializzazione e conversione delle attività del sito – con l’installazione di forni elettrici, quindi senza la tradizionale combustione che brucia combustibili fossili – che prevede il mantenimento dei lavoratori Arcelor-Mittal attraverso gli ammortizzatori sociali. Inoltre PI.CO., in accordo con i sindacati, avrebbe predisposto un piano per gli esodi incentivati, per cui chi avesse voluto recedere dal rapporto di lavoro (saranno in tutto 31 lavoratori) avrebbe ricevuto un indennizzo. Altri sarebbero andati in pre-pensionamento. A rimanere, quindi, sono 33 lavoratori, per i quali il 21 novembre è stato sottoscritto un accordo in Regione Campania con Fonderie Pisano, che prevede che al 31 dicembre saranno licenziati e messi in Naspi. All’atto della conciliazione, inoltre, i lavoratori hanno sottoscritto un accordo con PI.CO. che si impegna a elargire, a titolo di sostegno al reddito, 6.000 euro annui pro capite fino al 31 dicembre 2027 – quando poi partirebbero le riassunzioni -, periodo da occupare con attività di formazione e riqualificazione. Infine, come paracadute nel caso in cui PI.CO. recedesse dall’impegno del riassorbimento, sono previsti 24.000 euro pro capite a titolo di risarcimento. “In pratica 36.000 euro a dipendente, che equivarrebbero agli incentivi che erano stati dati ai lavoratori che avevano accettato l’esodo, con la differenza che in questo caso ci giochiamo la scommessa industriale di rilancio del sito produttivo”, sintetizza Galano.
Una scommessa, appunto, perché si gioca tutto anche sull’ottenimento delle autorizzazioni ambientali che dovranno essere rilasciate dalla Regione. Tecnicamente, è l’unico motivo per cui il piano possa fallire e PI.CO. recedere dagli impegni – la società si è comunque già esposta per 1.200.000 euro, cui si somma la parte destinata alla reindustrializzazione, attraverso l’acquisto ex novo dei macchinari -, ma resta “una possibilità particolarmente remota perché l’accordo è stato sottoscritto proprio alla presenza della Regione che è consapevole del tipo di lavorazione cui lo stabilimento verrà destinato”.
Ma proprio nei potenziali impatti ambientali delle nuove produzioni sta la criticità dell’accordo. Il primo a esporsi è il sindaco di Luogosano, Carmine Ferrante, che in un lungo post su Facebook denuncia di non essere stato coinvolto nella sottoscrizione dell’accordo – “al contrario di quanto si evince dal verbale della riunione redatto e sottoscritto dai partecipanti” -, ma soprattutto allarma rispetto alle ricadute delle emissioni sul territorio: “Nessuna forma di re-industrializzazione né la quantità di forza lavoro occupata, possono mai essere poste in contrapposizione al diritto alla salute, alla salubrità dei luoghi e alla tutela dell’ambiente”, afferma. Una posizione suffragata anche dalla recente sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo – per cui lo Stato dovrà versare 8.700 euro a 151 abitanti di Baronissi, Pellezzano e Salerno, vittime dell’inquinamento causato dagli stabilimenti salernitani di Fonderie Pisano, in virtù di un ricorso presentato nel 2018 -, ma anche dalla diffida dell’ARPAC (agenzia ambientale della Campania) che ha ammonito le Fonderie Pisano per il “non pieno rispetto delle migliori tecniche disponibili (BAT)” nello stabilimento di Salerno, evidenziando problemi nella gestione rifiuti e strutturali nei capannoni. Ferrante, dunque, si dice pronto a dare battaglia: “Sarò in prima linea per difendere i lavoratori e il nostro territorio, come la mia modesta storia politica dimostra, vigilando sull’andamento della questione e se necessario attivando qualsiasi percorso politico, amministrativo, istituzionale e di lotta al fine di dare alla nostra terra le giuste opportunità nel rispetto rigoroso del diritto alla salute”, tuona il sindaco.
L’accordo, però, ha portato anche a una frattura sindacale. Per il segretario generale della Uilm Avellino-Benevento, Gaetano Altieri, l’accordo contiene “garanzie solo sulla carta” e “poche certezze” per lavoratori e territorio, contestando le modalità con cui la trattativa è stata condotta. Secondo Altieri, infatti, Arcelor-Mittal “avrebbe potuto prorogare la cassa integrazione per cessazione o una soluzione transitoria, anziché accettare subito la cessione al nuovo soggetto”. Inoltre, la mancanza di garanzie effettive da parte di PI.CO. svincolerebbe anche Arcelor-Mittal “da ogni responsabilità” verso lavoratori e territorio. Garanzie “solo sulla carta”, dunque, un accordo sottoscritto nottetempo nonostante il precedente di Idroambiente e preoccupazione per il territorio con l’insediamento di un’industria di meccanica pesante.
Per Galano invece, nonostante comprenda le critiche per le tempistiche accelerate, l’accordo continua a essere il migliore possibile: “Siamo giunti a questo risultato perché il mandato ce l’hanno dato i lavoratori in Assemblea”. Quanto agli aspetti ambientali, condivide le preoccupazioni di Ferrante e degli altri amministratori dell’hinterland, ma, aggiunge, “riteniamo che nessuno sia così pazzo da rischiare un’esposizione penale concedendo una autorizzazione ambientale a un soggetto industriale che contamina il territorio. Ritengo che la nostra posizione sia assolutamente sostenibile perché si basa su dei ragionamenti fatti in buona fede e buonsenso, nell’interesse dei lavoratori ma anche delle comunità. La quasi totalità di quei lavoratori vive in quelle zone insieme ai propri familiari e nessuno vorrebbe mettere a repentaglio la propria salute e quella dei loro cari semplicemente per mantenere un’occupazione. La produzione sarà svolta nella maniera più salubre e sicura per l’ambiente. Se così non dovesse essere, credo che ci siano gli organismi preposti a decidere e legiferare in questo senso”.
Il problema, insiste Galano, è che “non si vuole scommettere sulla possibilità di poter fare impresa in maniera ecocompatibile, per non dire green. Certo, si tratta di fonderie e non di una fabbrica di cioccolatini; ma bisogna anche guardare a esempi come l’acciaieria di Linz, in Austria, che è un centro densamente abitato. È possibile fare industria in questo modo, facendo i dovuti investimenti per quanto riguarda il contenimento delle emissioni”.
Il rilancio del sito, conclude il segretario della Fim, significa anche rilancio di un territorio storicamente depresso: “Se lasciamo che si spenga l’ultima speranza di avere una progettualità, stiamo condannando quella zona a un ulteriore spopolamento. Con l’accordo, stiamo consentendo a queste persone, alle famiglie che hanno formato e alla prossima generazione, di vivere nel luogo dove sono nati. L’alternativa è quella di condannare all’emigrazione ancora più persone”.
La pensano cosi anche i diretti interessati, cioè i lavoratori ex Arcelor-Mittal, che si sono rivolti alla cittadinanza con una lettera aperta, ricordando “trent’anni di impegno in fabbrica e nel territorio, che considerano casa”. E che dopo il licenziamento e la battaglia per riottenere un futuro, chiedono ora di “poter continuare a lavorare nella propria terra, nel pieno rispetto dell’ambiente e della salute”, sollecitando un incontro in Prefettura “affinché l’azienda presenti pubblicamente il piano industriale e ambientale previsto per Luogosano, chiedendo trasparenza e confronto. L’obiettivo- concludono- è costruire insieme un futuro in cui lavoro e tutela ambientale procedano uniti, per mantenere viva la comunità”.
Elettra Raffaela Melucci


























