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Home - Rubriche - Giochi di potere - Le macerie del trumpismo rischiano di travolgere Giorgia Meloni

Le macerie del trumpismo rischiano di travolgere Giorgia Meloni

di Alberto Gentili
9 Marzo 2026
in Giochi di potere
Una premier nella corrente

Niente. Nelle ore in cui navi, aerei, missili americani e israeliani hanno cominciato sabato primo marzo a devastare l’Iran, Giorgia Meloni ha aspettato, addirittura pregato, che da Donald Trump arrivasse una telefonata, almeno un messaggio, anche solo un whatsapp che l’avvertisse dell’attacco. Un segnale qualsiasi, insomma, che in occasione di una scelta così impattante sull’ordine (disordine) mondiale, le desse la prova di essere a pieno titolo nel cerchio magico trumpiano. Ma, appunto, niente. Il suo amico di Oltreoceano, che tanto amico non deve essere se non ha avuto il garbo di avvertirla che stava innescando una guerra feroce alle porte del Mediterraneo, ha completamente snobbato la premier italiana.

All’inizio Giorgia ha reagito come un pugile suonato. È restata in silenzio, salvo definirsi “preoccupata” un paio di giorni dopo. E, quando non poteva più tenere la testa nascosta nella terra in struzzo style, giovedì 5 marzo ha rilasciato un’intervista radiofonica per dire: “Non siamo in guerra e non vogliamo entrarci”. E, in un miracolo di equilibrismo ipocrita, per prendersela con Teheran: “La sua reazione è scomposta”. Nulla sulla guerra scatenata dall’Usa e Israele. Neppure un bah o una sillaba.  E questo un’ora prima che in Parlamento il suo ministro della Difesa, Guido Crosetto, provasse a salvare (con scarsi risultati) la faccia del centrodestra, riconoscendo: “L’attacco americano è fuori dal diritto internazionale”.

Insomma, una volta di più, e in momento a dir poco cruciale, Giorgia ha lisciato il pelo al tycoon. Salvo poi, venerdì 6 marzo fare una chiacchierata telefonica con l’inglese Keir Starmer, il francese Emmanuel Macron e il tedesco Friedrich Merz in cui ha mostrato un sussulto di autonomia parlando di “diplomazia” e di “coordinamento” con gli altri tre leader europei. In attesa di vedere l’evoluzione di questo patto, rispetto al quadro generale si è però trattato di un dettaglio. Tant’è, che Elly Schlein, Giuseppe Conte, Matteo Renzi e altri esponenti dell’opposizione non hanno difficoltà a descrivere la premier “scodinzolante”, “genuflessa”, “prona”, “asservita” a Trump.

Di certo, il legame con l‘alfiere Maga comincia ad avere un prezzo elevato per Giorgia. Meloni è guardata con sospetto dalle principali cancellerie europee. Tanto più che è evidente a tutti quanto sia difficile, se non impossibile, essere leader di uno dei Paesi fondatori dell’Unione europea e allo stesso tempo coltivare una “forte amicizia” con l’energumeno della Casa Bianca.

Un tipo, forse è il caso di ricordarlo, che ha ferito gravemente il commercio mondiale con i dazi e che con le sue guerre sta innescando una crisi economica che porterà inflazione, migrazioni e povertà. Un bravo (in senso manzoniano) che non sa neppure cosa sia il diritto internazionale (ha detto che dipende dal suo umore) e impone sull’intero “globo terracqueo” (definizione cara a Meloni) la legge della forza tale e quale a quella del Far West e costringe tutti i Paesi della Nato a investire centinaia di miliardi in armi. Salvo, nel frattempo, fa sapere di voler smantellare la Nato e dunque l’Occidente. Inoltre, visto che ci sta, l’amico di Meloni amoreggia con il nemico numero uno dell’Europa Vladimir Putin, scarica Vladimir Zelensky, impone un regime autoritario e sanguinario negli States: i licenziamenti dei dissidenti, le uccisioni di Renée Good e Alex Pretti da parte delle squadracce dell’Ice, la censura capillare, sono lì a testimoniarlo.

Di più, a tempo perso l’alleato di Meloni annuncia di volersi prendere il Canada e la Groenlandia “con le buone o con le cattive”, spinge Cuba alla capitolazione grazie alla fame. E, tanto per gradire, letteralmente si prende il Venezuela facendo rapire nottetempo il presidente Nicolas Maduro. Qualcuno dirà: ma quel Maduro è un brutto criminale. Verissimo. Ma chi è Trump per decidere il destino dei venezuelani e impadronirsi del loro petrolio a mano armata? Di sicuro è una calamità planetaria. Mai nessuno, neppure Adolf Hitler, aveva fatto tanti danni in poco più di un anno. Il Fuhrer alla fine fece peggio (almeno per ora) ma ci mise di più.

L’elenco dei disastri trumpiani potrebbe proseguire. Ma è altrettanto interessante andare a vedere le “prove d’amore” date da Giorgia al suo Donald negli ultimi 14 mesi. Quattordici mesi in cui la presidente del Consiglio ha fatto dell’ambiguità e dell’equilibrismo la cifra della sua politica estera, pur di restare aggrappata al carro dell’Europa, all’Ucraina e a…Trump. E quando è stata criticata per il suo attaccamento al tycoon, l’ha buttata in caciare: “Non sempre sono d’accordo con lui, ma che facciamo, assaltiamo i McDonalds?”.

Vediamo però i fatti. Meloni è stata l’unica leader europea ad andare nel gennaio del 2025 alla cerimonia di insediamento del tycoon a Capitol Hill (la collina di Washington che 4 anni prima il capo Maga aveva cercato di espugnare con un golpe fallito). Poi si è precipitata a Mar-a-lago, anche se per la nobile causa della liberazione di Cecilia Sala (almeno così fu spacciata quella missione improvvisa e improvvisata). Quando Trump ha bullizzato Zelensky alla Casa Bianca, ha cominciato a flirtare con Putin e ha scaricato l’Europa, Meloni ha detto “no” ai Volenterosi di Starmer, Macron, Merz: troppo ardito provare a mostrarsi autonomi, pur se alleati, dal bullo di Washington. E pure nel giorno in cui Trump ha rapito Maduro, l’underdog della Garbatella è stata la sola, tra gli europei, a definirlo un “attacco legittimo”. Raccontano che Sergio Mattarella abbia avuto un travaso di bile, ma non si hanno conferme.

L’elenco delle “prove di amore” è ancora lungo. Certo, Giorgia ha avuto l’ardire di criticare Donald (“è stato un errore”), quando quello a gennaio ha minacciato nuovi dazi contro i Paesi dei leader europei che avevano inviato qualche decina di soldati in Groenlandia per dimostrare sostegno e affetto agli inuit. Ma poi si è superata: l’Italia è stato l’unico Paesi del G20 a mandare un ministro degli esteri in quel comitato d’affari per la ricostruzione di Gaza che Trump ha chiamato “Board of peace”. Una sorta di Onu privata con un gettone di entrata da 1 miliardo di euro dove, per statuto, l’ ”ultima decisione” spetta al tycoon.

Poi, come se non bastasse, la leader di Fratelli d’Italia – sbriciolando il presunto asse italo-tedesco appena saldato – si è spinta perfino a criticare il suo alleato conservatore Merz. La colpa del cancelliere? Avere detto che i rapporti tra Usa e Ue erano “compromessi” e aver criticato la cultura Maga in occasione della Conferenza del 14 febbraio a Monaco. E pensare che Frederich Merz in Europa è tra i pochi a condividere almeno in parte l’infatuazione di Meloni per The Donald, come dimostra la sua visita alla Casa Bianca il 3 marzo in piena guerra con l’Iran.

Il bilancio del feeling di Meloni con Trump è decisamente in rosso, tanto più che agli elettori italiani l’americano non piace. Neppure un po’. Dopo un anno di capriole e in cui ha tentato di fare la pontiera tra Europa e Stati Uniti, la premier non ha portato a casa nulla. Doveva evitare i dazi, ad esempio, ma i dazi sono arrivati e lei (unica al mondo) li ha definiti “un’opportunità”. Doveva salvare Zelensky dalle grinfie di The Donald, ma il povero Volodymyr sta messo sempre peggio. In molti speravano che la premier potesse almeno mitigare la furia anti-europea del suo idolo. Ma, un’altra volta, nisba. Insomma, il potenziale ruolo di pontiera non ha portato a nulla. Giorgia, in fin dei conti, è finita a mollo nell’Atlantico. E ora galleggia nelle acque agitate con un forte deficit di credibilità: equilibrismo e ambiguità non vanno mai a braccetto con la serietà. E con due problemi ulteriori. Il primo: gli italiani potrebbero presentarle il conto della benzina a 2,5 euro e delle bollette di luce e gas alle stelle, frutto della guerra scatenata dal suo amico in Medio Oriente. Il secondo: se, com’è probabile, le elezioni di Midterm di novembre segneranno una gigantesca sconfitta per il tycoon, Giorgia rischia di essere travolta dalle macerie del trumpismo. Il tutto a pochi mesi dalle elezioni e dopo un referendum sulla giustizia da cui potrebbe uscire pesantemente ammaccata.

Alberto Gentili

Alberto Gentili

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Giornalista

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