Il destino di Eurallumina, lo stabilimento di Portovesme, nel Sulcis Iglesiente in Sardegna, è ancora in bilico. Ieri mattina sono arrivate ulteriori rassicurazioni da parte del ministro delle Imprese, Adolfo Urso, durante un question time alla Camera, ma a conti fatti la situazione non è cambiata rispetto a dicembre scorso. Per Urso, il Governo è “pienamente consapevole” della rilevanza strategica del sito e l’obiettivo è raggiungere una soluzione: “ci stiamo lavorando conformi alle regole europee e alla legislazione nazionale e alle sentenze del Consiglio di Stato, che consenta la ripresa dell’attività d’impresa al fine anche di salvaguardare i livelli occupazionali, garantire la produzione per il sistema industriale italiano”.
Ma facciamo qualche passo indietro per comprendere meglio la crisi di questa impresa. Grazie alla protesta degli operai di Eurallumina fatta a novembre dell’anno scorso, si riuscì a scongiurarne la chiusura. Il sito, specializzato nella produzione di allumina, – materiale intermedio nel ciclo dell’alluminio – lavora a basso regime da circa diciassette anni. È tenuto in piedi dalla Rusal, azienda russa leader mondiale nella produzione di alluminio e proprietaria dello stabilimento, che dal 2009 ha investito circa 300 milioni di euro per il suo sostentamento. Finché a settembre 2025 l’azienda ha comunicato alle parti sociali che dal 31 dicembre avrebbe definitivamente chiuso i rubinetti. La decisione ha innescato la protesta accennata prima: quattro lavoratori sono saliti su un silo alto 40 metri all’interno dello stabilimento, chiedendo un intervento immediato della politica per affrontare una crisi industriale ormai imminente.
Incalzato dal sindacato e dall’eco della contestazione, il 10 dicembre il ministero dell’Economia ha annunciato che garantirà, per altri sei mesi, la continuità produttiva dell’Eurallumina attraverso lo stanziamento di circa 10 milioni di euro messi a disposizione attraverso la legge di bilancio 2026. Mettendo così fine alla protesta durata 13 giorni.
Alla decisione di Rusal concorrono innanzitutto le difficoltà scaturite dal congelamento degli asset russi imposto dall’UE in seguito all’aggressione di Mosca all’Ucraina. Inoltre, il blocco finanziario impedisce all’azienda di spendere gli ulteriori 300 milioni di euro destinati alla bonifica ambientale, all’ammodernamento degli impianti e al rilancio del sito, così come previsto dal piano industriale. Dallo scatto delle sanzioni, poi, la gestione dell’azienda è passata in capo all’Agenzia del Demanio.

Per i sindacati territoriali di Cgil, Cisl, Uil, congiuntamente alle sigle di categoria Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil, è solo con lo scongelamento degli asset finanziari dell’azienda che «si potrà determinare la ripresa della produzione e lo sviluppo di Eurallumina, attraverso gli impegni che la stessa Rusal ha avanzato per i nuovi investimenti industriali». Inoltre, ha spiegato il segretario generale della Cgil Sardegna, Fausto Durante, l’Italia è l’unico paese a mantenere il regime sanzionatorio per Rusal. La stessa azienda, precisa il sindacalista, ha le mani libere, anzi scongelate, in Germania, Svezia e Irlanda. Questi Paesi, infatti, riconoscendo la natura strategica dell’impresa e in nome di un superiore interesse nazionale, non hanno bloccato le produzioni nel loro territorio. In questo contesto, dunque, un eventuale cambiamento di rotta da parte dell’Italia sul destino di Rusal passerebbe inosservato agli occhi degli altri attori europei.
Dalla crisi del sito, l’attenzione del Governo si estende anche al contesto industriale circostante. Restano infatti attivi tre tavoli di crisi dedicati al Sulcis: quello su Eurallumina e quelli relativi alle altre due principali realtà industriali in difficoltà, Portovesme S.r.l. ed ex Alcoa. A questi si affianca un tavolo generale sul territorio, che coinvolge anche le imprese dell’indotto — metalmeccaniche, edili e della logistica — a supporto delle principali attività industriali.
In particolare, l’ex Alcoa di Portoscuso, specializzata nella produzione di alluminio primario, aveva in Eurallumina il proprio unico fornitore di allumina. Dopo la chiusura del sito nel 2014, l’impianto è stato acquisito dalla società svizzera SiderAlloys, ma lo stabilimento risulta tuttora fermo, con una gestione definita «fallimentare» dai sindacati metalmeccanici Fim, Fiom e Uilm. Portovesme S.r.l., attiva nella lavorazione e raffinazione di piombo, zinco e metalli preziosi — oro e argento — nonché di rame e acido solforico, sta a sua volta riducendo progressivamente diverse linee produttive a causa dell’aumento dei costi energetici registrato negli ultimi due anni.
Il costo dell’energia rappresenta infatti una criticità strutturale per le imprese altamente energivore, Eurallumina compresa: per estrarre l’allumina dalla bauxite, materia prima proveniente prevalentemente dall’Australia, è necessaria una ingente quantità di energia termica. La bauxite veniva trasportata via mare da navi portarinfuse dedicate, la Sardinia Weipa e la Sardinia Sulcis.

L’energia termica necessaria al funzionamento dell’impianto è il metano, ma la Sardegna è tuttora priva di una rete distributiva. Un passo avanti significativo è stato compiuto di recente con il DPCM sulla metanizzazione del 10 settembre 2025, che consente alla Regione di dotarsi dello strumento normativo propedeutico alla realizzazione dell’infrastruttura per la distribuzione del gas metano.
Si tratta di una condizione essenziale per sbloccare un rilevante potenziale industriale. La risoluzione delle crisi di Eurallumina, ex Alcoa e Portovesme consentirebbe infatti la riattivazione della produzione di alluminio, rame, piombo, zinco e litio, permettendo all’Italia di tornare a produrre materie prime strategiche, destinate a diventare sempre più cruciali nel prossimo futuro. Tali risorse sono infatti indispensabili per numerosi settori chiave, tra cui le energie rinnovabili (fotovoltaico, agrivoltaico ed eolico), l’industria digitale, la robotica, nonché i comparti dello spazio, della difesa e della sanità.
Riavviare queste produzioni è possibile — sottolinea il sindacalista Durante — «a condizione che il Governo faccia ciò che deve per i cittadini e i lavoratori del Sulcis e della Sardegna: una politica industriale degna di questo nome».
Emanuele Ghiani




























