Nel fumo dei botti e dei fuochi d’artificio che hanno accolto, a Roma, la decisione di Bruxelles di consentire una finanza straordinaria, non solo per il riarmo, ma anche per l’energia, vista la tegola di Hormuz, si rischia di prendere lucciole per lanterne: tipo vedere vittorie, dove, invece, ci sono moniti e solleciti. Se, per farla breve, vogliamo dare una classifica a questa storia, la partita con Bruxelles l’ha vinta il premier spagnolo Sanchez, non la Meloni. Anzi, Palazzo Chigi avrà il suo da fare per utilizzare quei soldi in più e, a guardare l’esperienza di questi anni, non è detto affatto che ci riesca: eravamo partiti con le accise, ci ritroviamo con i pannelli solari, con cui noi ce la caviamo maluccio. Se una lezione politica Giorgia Meloni può trarre da questa vicenda, piuttosto, è che, per quanto Ursula von der Leyen possa essere compiacente, con Bruxelles si può ragionare, ma alle sue condizioni. E’ un problema della Meloni spiegarlo alla banda Salvini.
La premessa è che il blocco dello Stretto di Hormuz ha strangolato il traffico di petrolio e metano, facendo schizzare i prezzi e creando le premesse per una recessione. Da qui l’idea di tamponarne gli effetti. Come abbiamo raccontato in un articolo qui, il 18 maggio, non è una idea senza senso. Hormuz è un classico “shock dell’offerta” che viene dall’esterno. Passato lo shock (riaperto Hormuz), la situazione torna normale. Il rischio, però, è che, nel frattempo, lo shock e i prezzi conseguenti sconquassino l’economia, impiantando la recessione. Non vale allora la pena di scongiurarne gli effetti, mettendo al riparo l’economia da quegli aumenti dei prezzi?
La risposta degli economisti (e di Bruxelles) è No. Tagliare i prezzi con sussidi ai consumi (ovvero l’attuale manipolazione delle accise sui carburanti), per quanto popolare, consente solo di inseguire lo shock, con contributi a fondo perduto, in linea di principio, all’infinito, per sostenere la vendita dei carburanti. L’Europa – Germania, Francia, Italia – lo ha fatto davanti all’invasione dell’Ucraina e il risultato è stato una bolletta a carico di ogni Stato per decine di miliardi che, oggi, si ritrovano sui rispettivi debiti pubblici.
La strategia, invece, deve essere il taglio dei consumi. Vanno salvaguardati i consumi delle fasce più povere che, altrimenti, si troverebbero, letteralmente, a terra (è questo il senso degli interventi “mirati”, termine di cui, ora, si è impadronito anche Giorgetti), ma gli altri utenti vanno esposti alla cruda realtà del mercato. A questo punto, consumeranno di meno, equilibrando, con la minore domanda, la minore offerta conseguente allo shock. Anzi, tanto più diminuisce la domanda, tanto più scende il prezzo, rovesciando lo shock.
La medicina funziona ma è – anche elettoralmente – molto dura, come ben sanno i governi che si affannano a cercare soluzioni alternative. Una, in effetti, ce n’è ed è esattamente quella che indica l’ultima decisione di Bruxelles. La domanda, infatti, si può tagliare con il crudo meccanismo dei prezzi (consumo meno, spendo meno), ma anche sostituendo il prodotto (consumo uguale, ma un’altra cosa). Non occorre scervellarsi troppo: un’auto elettrica, invece di un’auto a benzina, ad esempio.
La flessibilità offerta da Bruxelles è, appunto, questa: uno spazio di bilancio non per finanziare indiscriminatamente, con le manovre sulle accise, i consumi, (la richiesta italiana)ma per finanziare le alternative (la proposta spagnola).
Questo vuol dire che la quindicina di miliardi di euro che il via libera di Bruxelles mette a disposizione non può essere speso, qui ed ora, a placare la rabbia degli automobilisti elettori alla pompa. Non subito, quindi, e, invece, in prospettiva, cosa su cui l’Italia riesce a produrre, soprattutto, ritardi, anche quando i soldi ce li mettono gli altri. Ci sono 150 gigawatt di impianti solari fermi, in giro per il paese in attesa di consensi e permessi, ha spiegato oggi ai suoi sodali il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin. Per avere un punto di riferimento, una capacità produttiva di 150 gigawatt corrisponde a 50 centrali nucleari, quelle di grande stazza. Il dibattito sul nuovo nucleare può anche partire da qui.
Insomma, Meloni e Giorgetti sbandierano i soldi che sono riusciti ad avere, ma gli resteranno in cassa fino a dopo le prossime elezioni. Il via libera di Bruxelles ad uno spazio pro energia, all’interno del bilancio pensato per difesa, suggerisce, peraltro, una scarsa consapevolezza anche dei vertici europei dell’urgenza di attrezzare l’Unione alla nuova realtà militare mondiale. E’ un po’ un modo di dire: la torta è quella che è. Solo che non è vero: i soldi disponibili sono moltiplicabili (con le garanzie giuste sul debito) anche di molte volte. Chiedere alle banche per informazioni. Per Roma, portare a casa una vittoria sugli eurobond varrebbe molte accise.


























