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Home - Approfondimenti - Interviste - Caporalato, Castellucci (Fai-Cisl): un fronte comune tra parti sociali, forze dell’ordine e cittadinanza per la legalità e il lavoro dignitoso

Caporalato, Castellucci (Fai-Cisl): un fronte comune tra parti sociali, forze dell’ordine e cittadinanza per la legalità e il lavoro dignitoso

di Tommaso Nutarelli
6 Giugno 2026
in Interviste
Caporalato, Castellucci (Fai-Cisl): un fronte comune tra parti sociali, forze dell’ordine e cittadinanza per la legalità e il lavoro dignitoso

La barbara uccisione dei quattro braccianti arsi vivi è l’ultimo di una serie di episodi che vede, anche se in contesti e con dinamiche diverse, come vittime lavoratori agricoli. Che segnale è?

Un brutto segnale, che però denunciamo da tempo. Sono casi diversi tra loro, ma accomunati dal fatto che per i lavoratori agricoli la vulnerabilità sociale ed economica è alta, e ancora più alta per i lavoratori immigrati. Era immigrato Sako Bakari, bracciante ucciso a Taranto, era immigrato Alagie Singathe, trovato impiccato nel ghetto di Torretta Antonacci, così come erano immigrati i quattro braccianti arsi vivi ad Amendolara, il bracciante morto nel foggiano, un mese fa, nell’incendio della roulotte in cui viveva, erano immigrati i tre operai agricoli finiti in un canale, a Chioggia, con il furgone in cui viaggiavano. Così come il bracciante abbandonato davanti l’ospedale di Salerno, ad aprile, con un’infezione avanzata e le gambe in cancrena: una morte che ha ricordato quella di Satnam Singh nell’Agro Pontino, nel 2024. È una lista di eventi tragici, e siamo solo alle porte della piena stagione di raccolto in tutta Italia. Sono casi diversi ma è il segnale che molti migranti diventano ultimi tra gli ultimi. Nei casi di caporalato diventano spesso vittime di connazionali che a loro volta aderiscono al sistema dello sfruttamento invece di denunciarlo.

In questi episodi, e nello specifico nella strage di Amendolara, che ruolo giocano le organizzazioni criminali?

Da quanto emerge qui c’è la mano del caporalato, così come quella della criminalità, delle mafie, in modo più specifico della Ndrangheta. Ovviamente bisogna rispettare il lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura. Vediamo che sviluppo avranno le indagini. Quello che sappiamo, e che emerge anche sui territori dai nostri operatori, dirigenti, delegati, è che i caporali sono spesso connazionali dei migranti, ma dietro loro si celano quasi sempre alleanze tra sistema produttivo e criminalità organizzata a vari livelli.  Ricordiamo che l’agroalimentare italiano è composto da tante eccellenze produttive e da una miriade di imprese che applicano i contratti e rispettano le leggi. Poi, però, essendo diventato un settore essenziale e un driver di sviluppo, le mafie sanno bene quanto sia importante riuscire a governarlo. Così forniscono manodopera alle aziende garantendo servizi “tutto incluso”: trasporti, alloggi, cibo, il tutto ovviamente trattenendo cifre dagli stipendi dei lavoratori. E un ulteriore gravità, nei casi di caporalato, riguarda il lavoro femminile: quando le vittime sono donne e immigrate, si è doppiamente vulnerabili, spesso ricattate anche sessualmente per poter lavorare, come accade in alcuni ghetti.

Quando inizierà il processo vi costituirete parte civile?

È ancora da valutare. Non lo abbiamo fatto solitamente per altri processi, ma se dovesse essere utile a ottenere giustizia e a costruire un cambiamento non avremo problemi ad assumerci anche questa responsabilità.

Ieri avete incontrato anche il Prefetto di Cosenza, cosa è emerso?

È stato un incontro importante, che ha fatto seguito a un raccoglimento nel luogo della tragedia, con cui abbiamo reso omaggio, come Fai Cisl, ai giovani braccianti uccisi: Waseem, Amin, Ullah, Safi. Poi alla Prefetta abbiamo consegnato un documento con una serie di istanze che riteniamo prioritarie per rafforzare il contrasto al caporalato e promuovere la legalità nell’agroalimentare.

Che cosa serve per evitare queste forme di schiavitù?

È un fenomeno complesso, quindi va affrontato su più livelli, sia sul lato repressivo che preventivo. A livello nazionale va sottolineato che una serie di proposte sono state presentate dal sindacato e recepite al tavolo nazionale sul caporalato. Vedremo che effetti avranno in futuro. Ad esempio è stato introdotto un percorso di protezione, con un permesso di soggiorno speciale e con il riconoscimento dell’assegno di inclusione, per i lavoratori che denunciano i propri sfruttatori. Era un punto fondamentale per la Fai, e il Governo ha saputo dare ascolto a questa istanza, perché è impossibile altrimenti convincere i lavoratori, specialmente se migranti, a intraprendere un percorso di questo tipo. Altro aspetto che abbiamo sollecitato al tavolo, è l’incrocio dei dati: il ministero del Lavoro ci aveva promesso di completare il sistema Silca, sistema informativo per la lotta al caporalato in agricoltura, entro giugno. Per cui rivolgiamo un appello al governo e confidiamo entro fine mese di vedere risultati anche su questo fronte. Sarebbe una conquista ulteriore importante, perché gli organi ispettivi potranno conoscere molto più in dettaglio su tutti i territori e più velocemente l’incrocio tra fabbisogno di manodopera, giornate di lavoro, attivazione dei contratti.

Quest’anno la legge 199 compie dieci anni. Ha portato i risultati sperati? Che cosa manca ancora per una piena attuazione?

La Legge 199 del 2016 ha portato molti risultati utili sul piano repressivo. Aver riconosciuto giuridicamente la gravità che è insita nel saper cogliere il forte bisogno di lavoro delle persone, il loro grado di ricattabilità e vulnerabilità, per poi saperlo gestire con le armi del sopruso, della minaccia, della violenza, è stato determinante. Così come l’aver riconosciuto la responsabilità non solo del caporale, ma anche dell’imprenditore che se ne avvale. Altro motivo, per cui quella legge rimane un riferimento di assoluta importanza, è la Rete del lavoro agricolo di qualità: per noi continua a rappresentare uno strumento fondamentale per promuovere legalità, trasparenza e dignità del lavoro agricolo, valorizzando le imprese che rispettano leggi e contratti. Ora bisogna incentivare le imprese ad iscriversi. A maggio 2026, le aziende che risultano iscritte alla Rete, presso l’Inps, sono 11.895. Sono aumentate, ma restano decisamente poche, se pensiamo che le aziende agricole sono oltre 1 milione.  Poi, sempre sul lato preventivo, resta ancora molto da fare: vanno replicate tutte quelle buone pratiche che hanno realizzato progetti sui territori per i trasporti e gli alloggi dei braccianti, la loro formazione, la tracciabilità del mercato del lavoro. Tutti aspetti che bisogna gestire valorizzando di più il ruolo degli enti bilaterali territoriali.

Nel contrasto al caporalato le associazioni datoriali stanno facendo, secondo lei, la loro parte? C’è una sinergia con gli imprenditori anche nei territori più difficili?

Sul versante contrattuale, anche con il recente rinnovo del contratto nazionale degli operai agricoli e florovivaisti, le parti datoriali hanno dimostrato una volontà comune importante, condividendo diverse proposte con cui valorizzare il lavoro, l’inclusione dei lavoratori stranieri, la conciliazione vita-lavoro, la partecipazione. Anche l’aumento economico ottenuto rappresenta un segnale importante. Poi certo, sui singoli territori non tutte le situazioni sono di piena sinergia. Sicuramente, quanto accaduto dovrebbe indurre tutti a un maggiore senso di responsabilità. Non sono più tollerabili quelle forme di illegalità che danneggiano non solo i lavoratori ma anche le imprese, che subiscono dumping e concorrenza sleale. Si conferma il bisogno di un vero Patto sociale, come sta proponendo la Cisl, per superare un modello antagonista novecentesco e costruire relazioni moderne con cui sindacati, imprese e istituzioni possano davvero affrontare le sfide epocali che abbiamo davanti.

Il sindacato avrebbe potuto fare qualcosa in più che non ha fatto?

Ce lo chiediamo ogni giorno. Il sindacato può denunciare, affiancare le lavoratrici e i lavoratori in tutti gli aspetti, rafforzare la loro partecipazione alla vita delle imprese, offrire servizi e tutele, avanzare proposte alle istituzioni e pretendere le dovute le risposte. Fare di più sarebbe improprio: qui serve davvero un fronte comune, anche con le forze dell’ordine e tutta la cittadinanza, per mettere in moto uno scatto collettivo di orgoglio in nome della legalità, della partecipazione, del lavoro dignitoso. In questo senso possiamo e dobbiamo tutti fare uno sforzo in più per agire con responsabilità.

Dopo questa tragedia vi aspettate iniziative da parte della politica?

Sarebbe opportuno accelerare tutti quei punti discussi al Tavolo nazionale sul caporalato e non ancora realizzati. Qualsiasi scelta farà la politica, una cosa è certa: non è più tempo di passerelle, per nessuno. Siamo di fronte a una tragedia, e non essendo la prima, servono risposte concrete sui territori. Non servono gli annunci di lotta, né uno stato di polizia, né certe campagne elettorali populiste che creano nemici e mai soluzioni. Bisogna intanto applicare le leggi che abbiamo, poi servono più presidi di legalità, più ispezioni, una seria riforma dei meccanismi di ingresso in Italia, e poi investimenti moltiplicatori che facciano leva su progetti ben strutturati di inclusione, di sviluppo, di crescita professionale.

Dei soldi presenti nel Pnrr per porre un rimedio ai ghetti solo il 10% sono stati spesi. Quanto potrà pesare per il futuro questa mancata spesa?

Dei 200 milioni stanziati per 37 comuni per il superamento degli insediamenti abusivi in agricoltura, ne saranno spesi soltanto 24,8, per 11 progetti. Purtroppo è un’occasione persa. In Puglia, però, la regione ha stanziato nuove risorse, speriamo sia la volta buona. L’auspicio è che tramite altri canali di finanziamento si torni ad agire su questo tema, perché rassegnarsi alle baraccopoli sarebbe davvero indegno.

 Sembra che, ormai, certe morti facciano parte di un conteggio quasi naturale. Sta venendo meno la nostra dimensione umana ed empatica?

Di certo il periodo che stiamo vivendo è complesso. Il rischio di assuefazione alle scene di guerre, ai linguaggi violenti, così come al conteggio delle morti sul lavoro, non è mai da sottovalutare. Ma guai a rassegnarsi. Chi opera nel sindacato, per la rappresentanza dei lavoratori e per il bene comune, ha anche il compito di agire con un linguaggio di verità, senza permettere narrazioni catastrofiche e sempre tenendo alta l’asticella della dignità umana, dell’empatia, della solidarietà, del sentire verso il prossimo. Anche la recente ricorrenza degli 80 anni della nostra Repubblica, fondata sul lavoro, ci ha consegnato un messaggio di speranza che non va assolutamente disperso.

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

Giornalista de Il diario del lavoro.

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