C’è una figura mitica che domina il passato prossimo dell’economia italiana. Si materializza alla fine degli anni ’50, mette il turbo al miracolo economico degli anni ’60 e traghetta il paese nella pattuglia di testa delle economie mondiali. È l’esercito dei piccoli e piccolissimi imprenditori che, sulla scia del dopoguerra, prima nell’ovest padano, poi nell’est veneto ed emiliano, trasformano in una distesa di fabbriche e fabbrichette non solo il panorama economico, ma lo stesso paesaggio agricolo del paese, incidendo in profondità nell’ethos, insomma nella cultura e nella psicologia dell’industria italiana. Vispo, sveglio, inarrestabile, spesso un ex operaio, animato da una indomabile vocazione a cavalcare tempi e mode, flessibile, capace di una offerta così snella da poter lavorare quasi su misura. In una parola – che una volta era anche una formula – il Brambilla. Dal 1960 al 1990, sono i Brambilla, mentre la pachidermica impresa pubblica affonda nei debiti, a fare dell’Italia la seconda potenza manifatturiera d’Europa.
Poi, naturalmente, sono arrivati i cinesi, con i loro costi e prezzi stracciati. Per i Brambilla, si sono chiusi i mercati e per l’Italia il brambillismo è diventato una maledizione. Salari bassi, formazione zero, strutture aziendali (ricerca, progettazione, digitalizzazione, automazione, marketing) tanto leggere da essere quasi trasparenti, nell’industria del XXI secolo il posto dei Brambilla è diventato sempre più marginale. Per l’Italia è un punto cruciale: detto con qualche approssimazione, il problema dell’economia italiana è che è ancora la terra dei Brambilla e di una industria nana.
Le ultime previsioni dell’Ocse indicano per il 2026 uno sviluppo non superiore allo 0,5 per cento, ammesso che la geopolitica non crei altri sconquassi. Il problema è che l’Italia sembra pagare gli sconquassi più degli altri. Il Covid, l’Ucraina, Hormuz: ad ogni choc, il reddito degli italiani perde terreno, osserva l’Ocse, rispetto agli altri paesi. Paghiamo anche, quest’anno, l’esaurimento dell’impulso del Pnrr e della sua spinta riformatrice e, purtroppo, non pare che il governo sia in grado di fare tesoro del metodo e del messaggio del Pnrr. Ad esempio per raddrizzare la stortura del brambillismo.
L’effetto più vistoso del nanismo delle imprese italiane è sulla produttività. Secondo i dati Eurostat, la produttività per addetto delle imprese italiane è, in media, carente rispetto ai nostri diretti concorrenti. Ma andiamo a vedere più da vicino. Rispetto a Francia, Germania, Spagna e la media Ue, la produttività per addetto delle imprese italiane medie e grandi (anche solo oltre i 20 dipendenti) è, in assoluto, la più alta. E’ nelle piccole e micro imprese che il confronto ci penalizza. Numericamente, il problema è tutto qui: perché le micro imprese da noi sono tante. Sia in termini di occupati che di valore aggiunto, in Europa solo Portogallo e Grecia hanno un peso delle piccole e piccolissime imprese superiore al nostro.
È una sorta di zavorra, che rallenta il paese. Perché, in realtà, le cronache ci raccontano di una vitalità e di uno spirito di iniziativa dell’industria italiana da prima linea. E’ singolare che, mentre lamentiamo i ritardi dell’industria italiana, dobbiamo anche prendere nota che, a livello europeo, nessun altro sembra mostrare lo stesso livello di intraprendenza e di capacità di superare le frontiere. Nascono in Italia i tentativi più coraggiosi e più visionari di creare grandi concentrazioni europee, come, da Draghi in giù, tanti invocano.
Mediaset che conquista Prosieben, la maggior tv privata tedesca. Unicredit che scala Commerzbank, creando, in prospettiva, se non la più grande banca europea, il più grande istituto plurinazionale. E ora, Italo che prende di petto il monopolio ferroviario di Deutsche Bahn, sbarcando in grande nell’alta velocità tedesca. L’Italia del dopo Brambilla, insomma, c’è, in prima fila e chiede spazio.
Maurizio Ricci




























