Tra il 2023 e il 2026, considerando esclusivamente ogni primo semestre, le pensioni di vecchiaia sono cresciute del 40,8%, passando dai 93.774 trattamenti del primo semestre del 2023 ai 132.039 del 2026, con un incremento di 38.265 unità, mentre le uscite tramite la pensione anticipate sono diminuite del 7,5%, con un calo di 8.089 trattamenti. A dirlo è un’analisi dell’Osservatorio sulla previdenza della Cgil in merito ai flussi di pensionamento.
Per quanto riguarda le pensioni di vecchiaia la crescita è continua in tutti gli anni e interessa uomini e donne, anche se è maggiore nei primi con una percentuale pari al 45,4% rispetto al 35,9% in delle donne. Questo dato riconferma uno scenario ormai noto: le donne hanno carriere più discontinue, periodi di cura non sempre adeguatamente coperti dal punto di vista previdenziale e stipendi più bassi che alla fine incidono negativamente sull’assegno pensionistico.
Sul fronte delle pensioni anticipate degli oltre 8mila trattamenti in meno il 66% riguarda le donne. Per la Cgil i motivi possono essere rintracciati nel drastico restringimento della platea di Opzione donna, nell’innalzamento del requisito anagrafico, nell’applicazione del calcolo contributivo e nella limitazione alle sole lavoratrici con specifiche condizioni soggettive. In generale le carriere più discontinue, i part time e il lavorare in settori con retribuzioni rendono più complesso per la donne accedere in modo anticipato alla quiescenza.
Infine il report prende anche in esame la gestione dei dipendenti pubblici, che presenta caratteristiche diverse rispetto alle altre gestioni previdenziali. Un dato da sottolineare è che le carriere nel pubblico impiego hanno un livello di continuità molto più elevato rispetto al privato. Se guardiamo a quelle di vecchiaia, dal 2023 al 2026 sono crescite dell’83,9%. Ma anche nel pubblico la differenza di genere si fa sentire: un +95% per gli uomini rispetto al 71,5% delle donne. Come nel privato anche nel pubblico decrescono le uscite anticipate, con una flessione del 31,4%.
Per la Cgil, i dati dell’Osservatorio restituiscono un quadro molto diverso rispetto alle promesse che hanno accompagnato il dibattito previdenziale degli ultimi anni. “I numeri dell’Inps ci dicono che la flessibilità in uscita è stata di fatto azzerata – conclude Ezio Cigna –. Sempre più lavoratrici e lavoratori sono costretti ad arrivare alla pensione di vecchiaia perché gli strumenti che consentivano un’uscita anticipata sono stati progressivamente ridotti o resi sempre meno accessibili. E tutto questo è avvenuto senza che il governo abbia mai aperto un vero confronto con le organizzazioni sindacali su un tema che riguarda milioni di persone”. L’ultimo incontro con le parti sociali sulla riforma delle pensioni risale addirittura al 18 settembre 2023. Da allora, nessun tavolo di confronto, nessuna discussione di merito, nessuna proposta strutturale.
Nel frattempo si è continuato ad alimentare aspettative che non hanno trovato alcun riscontro nella realtà. È difficile immaginare che lavoratrici e lavoratori possano credere ancora a promesse come quella della pensione con 41 anni di contributi per tutti, quando i dati e la normativa raccontano una storia completamente diversa. Dal 2028 non basteranno più neppure 43 anni di contributi per accedere alla pensione anticipata – nessun blocco dell’adeguamento dei requisiti pensionistici legato all’attesa di vita. E non basteranno più nemmeno 67 anni di età per la pensione di vecchiaia, visto che il requisito salirà a 67 anni e 3 mesi, per poi continuare ad aumentare, con i successivi adeguamenti biennali.
Per la Cgil è arrivato il momento di archiviare gli slogan e aprire finalmente un confronto vero sulla riforma del sistema previdenziale, partendo dal lavoro. Perché la migliore riforma delle pensioni comincia dall’aumento dell’occupazione stabile, dalla crescita dei salari e dal contrasto alla precarietà. In un sistema sempre più contributivo, la qualità del lavoro determina inevitabilmente anche la qualità delle pensioni future. Se si continua a lavorare in modo discontinuo, con retribuzioni basse e carriere frammentate, soprattutto per giovani e donne, il risultato sarà un progressivo impoverimento delle pensioni.
Per questo sarebbe necessaria una riforma complessiva che introduca una flessibilità strutturale di accesso alla pensione, senza penalizzazioni economiche, che riconosca il valore del lavoro di cura, rafforzi le tutele per chi svolge lavori gravosi e affronti finalmente il tema della pensione contributiva di garanzia. Una misura indispensabile per assicurare alle nuove generazioni, e a chi ha avuto carriere discontinue e basse retribuzioni, un trattamento pensionistico dignitoso e adeguato.



























