E alla fine riforma fu. Non ancora, non del tutto, ma il cinema può cominciare a tirare un sospiro di sollievo con un testo unificato all’esame della Camera che punta a ricalibrare la contestata legge Franceschini (n. 220 del 2016) dopo anni di crisi del settore. La novità è nel metodo: il provvedimento sintetizza cinque proposte di legge di Partito democratico, Fratelli d’Italia, Movimento 5 Stelle, Azione e Lega, elaborate in Commissione Cultura attraverso un confronto tra maggioranza e opposizioni e un ampio ciclo di audizioni con operatori, imprese, associazioni professionali e organizzazioni sindacali.
Tante cose tutte insieme, che lasciano quasi perplessi per l’inconsueto buonsenso dopo anni – tanti, troppi – di inerzia che hanno praticamente sventrato il settore. Dopo la stagione di espansione favorita dalla legge Franceschini, il sistema ha infatti mostrato i propri limiti: rallentamenti nell’erogazione degli incentivi, incertezza sul tax credit, produzioni ferme, difficoltà per le imprese e crisi delle sale. La pandemia ha aggravato una situazione già fragile, esplosa durante la legislatura Meloni – tra gossip di palazzo, blocco del tax credit e taglio dei finanziamenti, polemiche sull’“amichettismo” e inchieste giudiziarie, senza dimenticare lo stallo ultraventennale del contratto collettivo delle troupe cinematografiche. Intanto, sui lavoratori del comparto si è abbattuta una vera e propria paralisi, aprendo una lunga stagione di mobilitazione e di pressione sulle sonnolente rappresentanze politiche.
Nei numeri, il solo perimetro dei lavoratori riconducibili al contratto collettivo nazionale delle troupe e delle maestranze cinematografiche registra un forte ridimensionamento: gli occupati passano da 18.426 nel 2023 a 15.128 nel 2024, mentre le imprese che applicano il contratto scendono da 543 a 271, secondo dati Cnel elaborati su informazioni Inps. Si tratta tuttavia di un segmento specifico di un settore più ampio, caratterizzato anche da lavoro autonomo e dall’applicazione di diversi contratti. Inoltre, l’indagine “Scena e Schermo”, realizzata da Slc Cgil e Fondazione Di Vittorio su circa 2.300 questionari raccolti tra lavoratrici e lavoratori del cinema-audiovisivo, restituisce la fotografia di un comparto segnato da una forte discontinuità occupazionale: il 75% degli intervistati svolge più commesse, il 70% lavora contemporaneamente per diversi committenti e il 73% ha attraversato periodi di inattività negli ultimi dodici mesi; per circa la metà di questi lavoratori i periodi senza occupazione hanno superato i quattro mesi. Soltanto il 15% sa con certezza quale sarà il proprio prossimo lavoro.
Lo spunto per la riforma arriva dal regista Pupi Avati che, facendosi interprete del malessere del settore, nel 2025 ha proposto la creazione di un organismo autonomo capace di gestire in maniera stabile le politiche pubbliche per il cinema, sul modello dell’esperienza francese del Cnc, il Centre national du cinéma. A dirla tutta, l’ipotesi non è del tutto nuova: era già emersa durante la gestazione della legge Cinema del 2016 ed è stata riproposta, a vario titolo, attraverso iniziative parlamentari che non hanno mai trovato approdo. L’appello di Avati, però, è stato raccolto e propugnato dal Partito democratico, che nella proposta di legge presentata dalla segretaria Elly Schlein ha previsto l’istituzione proprio di un’Agenzia per il cinema e l’audiovisivo.
L’Agenzia rappresenta infatti il principale elemento di novità della riforma ed è prevista dall’articolo 3 del provvedimento. Si tratta di un ente pubblico non economico dotato di autonomia organizzativa, patrimoniale, finanziaria e gestionale, al quale verrebbe affidata gran parte delle funzioni oggi esercitate dalla Direzione generale Cinema e audiovisivo del Ministero della Cultura. L’obiettivo è separare con maggiore chiarezza il livello dell’indirizzo politico da quello della gestione amministrativa: il Ministero conserverebbe le funzioni di indirizzo, vigilanza strategica e controllo, mentre all’Agenzia spetterebbe la gestione operativa delle politiche pubbliche.
Secondo i promotori, la nuova struttura dovrebbe garantire maggiore stabilità, continuità amministrativa e tempi più rapidi nella gestione dei procedimenti. Il sistema prevede inoltre la partecipazione delle categorie attraverso il Forum del cinema e dell’audiovisivo e una diversa procedura di selezione degli esperti chiamati a valutare le opere, con incarichi limitati nel tempo e regole più stringenti in materia di incompatibilità e conflitti di interesse.
Accanto all’Agenzia, infatti, il testo introduce un Forum permanente del cinema e dell’audiovisivo, concepito come luogo stabile di confronto tra istituzioni e filiera. Il Forum dovrebbe riunire rappresentanti delle diverse componenti del comparto – produttori, autori, interpreti, esercenti, professionisti e lavoratori – con funzioni consultive e di proposta, favorendo un confronto continuo sulle politiche del settore e sull’attuazione della riforma. L’intenzione è rafforzare il dialogo tra amministrazione pubblica e operatori, superando un modello decisionale spesso giudicato troppo centralizzato.
La riforma interviene anche sul sistema delle commissioni incaricate di valutare i progetti cinematografici e audiovisivi destinatari dei contributi pubblici. Il tema della trasparenza e dell’indipendenza delle valutazioni è stato uno dei punti più discussi negli ultimi anni, soprattutto dopo le polemiche sulla gestione degli incentivi – vedasi alla voce Giulio Regeni -Tutto il male del mondo, il documentario escluso dai finanziamenti, una decisione seguita dalle dimissioni dalla commissione di Paolo Mereghetti e Massimo Galimberti. L’obiettivo del nuovo impianto è costruire un sistema fondato su maggiore competenza tecnica, criteri più chiari e minori rischi di conflitto di interessi, rafforzando la credibilità delle procedure di selezione.
Il testo dedica particolare attenzione alla produzione indipendente, rafforzando gli strumenti destinati alle piccole e medie imprese e prevedendo misure premiali nell’assegnazione dei contributi. Interviene anche sulle sale cinematografiche, riconosciute come presìdi culturali e sociali, attraverso incentivi per il funzionamento, la riapertura e la riqualificazione. La delega affronta infine l’impatto dell’intelligenza artificiale, con l’obiettivo di accompagnare l’innovazione tecnologica senza perdere di vista la tutela della proprietà intellettuale, delle professionalità creative e dei diritti degli autori, degli interpreti e degli altri lavoratori coinvolti nella produzione audiovisiva.
Sul capitolo dei finanziamenti Elisabetta Piccolotti, deputata di Avs e componente della VII Commissione Cultura, ha annunciato un emendamento per l’introduzione di una tassa di scopo del 5 per cento sugli utili delle piattaforme, aggiuntiva rispetto agli obblighi di reinvestimento già previsti e destinata a rafforzare il sostegno ai giovani autori e alla sperimentazione cinematografica. Secondo Avs, il sostegno previsto dal testo per gli esordienti e per le nuove opere rischia infatti di rimanere un principio privo di strumenti concreti senza una copertura strutturale dedicata. L’obiettivo è creare una fonte di finanziamento stabile, indipendente dal tax credit e dalle decisioni annuali di bilancio, anche alla luce della riduzione del Fondo cinema, passato – secondo quanto ricordato dalla deputata – da 750 a 500 milioni di euro strutturali nell’ultima legge di bilancio.
Ma il cuore della riforma è il capitolo dedicato al lavoro nello spettacolo. Il Capo II del provvedimento interviene sulle tutele previdenziali e sugli ammortizzatori sociali, partendo dal riconoscimento della natura strutturalmente discontinua del lavoro artistico e tecnico. L’obiettivo è costruire un sistema di protezione più adeguato a un settore caratterizzato da carriere intermittenti e da lunghi periodi di inattività, evitando che la discontinuità si traduca nell’assenza di diritti.
Tra le principali novità, l’articolo prevede l’iscrizione obbligatoria al Fondo pensioni lavoratori dello spettacolo per tutti gli addetti, subordinati e autonomi, indipendentemente dalla qualificazione del rapporto di lavoro, con l’obiettivo di ampliare la platea delle persone tutelate.
L’articolo 9, invece, delega il Governo a rivedere la disciplina dell’indennità di discontinuità, riconoscendo il carattere strutturalmente intermittente delle prestazioni nel settore. Tra i criteri indicati dal testo figurano l’accesso con almeno 51 giornate contributive nei dodici mesi precedenti e una prestazione parametrata alla retribuzione media, pari all’80 per cento e innalzata all’85 per cento per chi abbia maturato almeno 80 giornate contributive. Non si tratta, dunque, di una disciplina immediatamente operativa, ma dei criteri ai quali dovranno attenersi i successivi decreti legislativi.
L’articolo 10 istituisce infine un Fondo di solidarietà per la fragilità socioeconomica della comunità artistica e delle maestranze dello spettacolo, con una dotazione di 10 milioni di euro annui dal 2027 al 2030. Un fronte, questo, già affrontato dalla legge n. 106 del 2022 che ha affidato al Governo il compito di introdurre un’indennità di discontinuità strutturale e permanente per i lavoratori del comparto, mentre il successivo decreto legislativo avrebbe prodotto una misura più vicina a un sostegno al reddito che a una vera tutela previdenziale universale.
Su questo capitolo è confluito anche il confronto con le organizzazioni sindacali, ascoltate dalla Commissione Cultura durante l’iter parlamentare. Il loro coinvolgimento ha contribuito a portare dentro una riforma prevalentemente culturale e industriale le condizioni materiali di tecnici, maestranze, operatori, lavoratori della produzione e della post-produzione, figure professionali spesso segnate da precarietà, discontinuità reddituale e difficoltà nell’accesso alle tutele.
La convergenza raggiunta in Commissione Cultura è stata rivendicata dai diversi schieramenti come un risultato positivo, ma non cancella le differenze nella visione complessiva del settore. Dopo il voto della Camera il provvedimento dovrà affrontare il passaggio al Senato. Solo dopo l’approvazione definitiva da parte di entrambi i rami del Parlamento potrà aprirsi la fase attuativa, che rappresenta il vero banco di prova della riforma. Il testo, infatti, affida al Governo una delega per procedere al riordino complessivo della disciplina. Attraverso uno o più decreti legislativi dovranno essere rivisti il sistema degli incentivi, il funzionamento del tax credit, i criteri di assegnazione dei contributi, gli strumenti di sostegno alla produzione e alla distribuzione, le misure per il rilancio delle sale cinematografiche, il coordinamento con le Film Commission, la promozione internazionale del cinema italiano e la formazione delle nuove professionalità. È in quella fase che si misurerà la capacità della riforma di tradurre il compromesso parlamentare in una politica industriale e culturale stabile per il settore.
Elettra Raffaela Melucci























