Basta con la storia che il precariato è uno stadio intermedio, uno scivolo verso l’assunzione a tempo indeterminato: succede davvero ad un precario su cinque. O, anche, la storia che i contratti a termine servono soprattutto a far fronte a lavorazioni stagionali: vale una volta su dieci. La realtà è che i contratti a scadenza vengono utilizzati, nella stragrande maggioranza dei casi, per abbattere i costi e lasciare alle aziende mano libera sull’organico. Ma basta, allora, anche con un governo Meloni che si pavoneggia per un aumento dell’occupazione che è, soprattutto, una illusione ottica: nel 2024, a stare all’Inps, il 60 per cento delle assunzioni è stato a tempo determinato e solo il 15 per cento per contratti fissi (il resto è apprendistato, agenzie ecc.).
Le cronache da Precariland che ci arrivano dalla Banca d’Italia hanno certamente toni più garbati e neutri, ma servono comunque a mettere i puntini sulle i di una polemica che si trascina dagli anni ‘90, ovvero dal primo boom del lavoro precario in Italia. Uno studio di Via Nazionale spiega, infatti, che solo una parte trascurabile dei contratti a tempo determinato rientra nella categoria dei lavori stagionali: il 10 per cento. Di fatto, neanche tutte le aziende che teoricamente avrebbero diritto ad offrire una occupazione solo stagionale si serve effettivamente di questa opzione. Il grosso dei contratti, cioè il 70 per cento, rientra, invece, nella strategia aziendale che Bankitalia chiama “buffer stock”, ovvero la riserva-cuscinetto che serve ad assorbire (al minor costo possibile) le oscillazioni dell’attività aziendale: è l’esercito degli occupati spendibili.
E lo scivolo per l’assunzione? I contratti a scadenza perché, in realtà, di prova, uno “screening” utile a valutare il candidato o la candidata ad un posto fisso? Il precariato, per così dire, temporaneo? Questa sorta di vita sospesa vale, secondo i numeri della Banca d’Italia, circa nel 20 per cento dei casi. E, qui, Via Nazionale dà una dritta a tutti i precari. C’è una chiave per capire se il proprio contratto ricade nella categoria “screening” o in quella sfigata del “buffer stock”. E’ la durata. I contratti che hanno probabilità di trasformarsi in posti fissi sono soprattutto quelli che vengono firmati per almeno sei mesi. Visto, però, che la durata viene stabilita all’inizio, la storia della prova, dello “screening” è, in larga misura, fasulla. Quando l’azienda ti fa un contratto di sei mesi, ha già deciso di assumerti. Vuole solo risparmiare qualche euro.
All’altro capo di Precariland, quello della riserva-cuscinetto, lo studio di Via Nazionale documenta, invece, il ritmo infernale della vita di quel segmento della forza lavoro costretta al lavoro precario. In termini assoluti, infatti, la quota di occupati con contratti a tempo determinato sul totale degli occupati, in Italia, è l’11 per cento, una percentuale non diversa da quella che si registra negli altri paesi europei. Ma se poi i precari sono il 60 per cento delle assunzioni vuol dire che questi precari vanno incontro, ogni anno, ad una frenetica giostra di contratti a tempo, uno dopo l’altro, per uno, due, tre mesi, anche meno, per volta.
I costi umani di questo tritacarne sono pesanti in termini di reddito, ma, nota Bankitalia, anche in termini di carriera e potenzialità, visto che il precario a catena non ha mai la possibilità di imparare a fondo un lavoro. Questo, tuttavia, non riguarda solo lui, ma incide anche sulle aziende e, da qui, sul paese. Il tourbillon di personale vuol dire, infatti, l’impossibilità di fare davvero formazione e, dunque, di poter far conto su lavoratori qualificati, il sale della moderna economia ad alta tecnologia. Dalla rivoluzione informatica a quella dell’intelligenza artificiale, l’Italia resta, insomma, immutata, l’Italia dei Brambilla, i padroncini per cui la competitività è solo sui costi, intendendo per essi quasi esclusivamente il costo del lavoro.
Questo deficit deliberato di capitale umano è, anche secondo Bankitalia, una delle principali ragioni della zavorra che, almeno dagli anni ‘90, impiomba lo sviluppo del paese: la paralisi della produttività, rimasta ferma, mentre nel resto d’Europa correva. E’ un passaggio cruciale della storia dell’Italia di oggi: il precariato sistematico si traduce in un deficit di capitale umano che rallenta la produttività, chiudendo la strada ad un adeguamento agli standard europei dei salari e deprimendo i consumi. Dal contratto di un mese allo sviluppo zero.


























