Alzi la mano chi viene assalito dal dubbio, quando Giuseppe Conte afferma, solennemente: “Resto nel campo progressista anche se perdo le primarie”. Le mani in alto sarebbero tante, probabilmente. Il leader dei 5Stelle, infatti, appare a molti come un infiltrato, una sorta di corpo estraneo al centrosinistra, anche se sabato scorso è stato acclamato alla festa dell’Unità di Reggio Emilia, dove ha giurato eterna “lealtà”. E questo perché, essendo populista e dunque post-ideologico, ha una grande capacità manovriera. E non conosce confini. È stato premier con Matteo Salvini, quello che sequestrava per giorni e giorni i migranti stremati sulle navi delle Ong. Ha fatto lo stesso lavoro da palazzo Chigi con il Pd. E non ha mai nascosto le sue simpatie per Donald Trump, che lo chiamava affettuosamente Giuseppi, e per Vladimir Putin. Tant’è che il capo pentastellato ha trascorso l’estate a negare che lo Zar rappresenti una minaccia per l’Europa.
A ben guardare, insomma, Conte è una bomba ad orologeria nel Campo largo. Perché – e qui si torna al dubbio iniziale – se dovesse perdere la gara nei gazebo contro Elly Schlein o un altro candidato (la segretaria dem domenica si è detta “sicura” di vincerla “perché noi siamo il Pd”), o se non diventasse il “prescelto” per palazzo Chigi in assenza di primarie, non è affatto da escludere che si alzi, saluti tutti, sbatta la porta e consegni il Paese al bis di Giorgia Meloni: senza i 5Stelle il centrodestra vincerebbe a mani basse. Esattamente ciò che accadde nel 2022. Ma questa volta è in gioco anche il Quirinale, la scelta del successore di Sergio Mattarella che “scade” nel gennaio 2029.
Conte, che sabato ha giudicato “offensivi” i sospetti su di lui, ha l’inaffidabilità e l’incoerenza politica nel suo Dna. Appena un anno fa, alla kermesse dei 5Stelle “Nova”, l’ex premier invitò come ospite d’onore Sahra Wagenknecht, la leader dei rossobruni tedeschi. Quella pronta adesso a sostenere (probabilmente dall’esterno) il governo di post-nazisti di Alternative für Deutschland in Sassonia-Anhalt. E che già un anno fa, davanti alla platea pentastellata aveva avuto parole assai concilianti per Adf, criticando la conventio ad excludendum, il “cordone sanitario” alzato da Cdu, Spd, Linke e Verdi intorno ai nostalgici del nazismo. E ora perfino Conte si mostra prudente. Non a caso Chiara Appendino, un esponente di spicco del Movimento, la mette così: “Il voto ad Afd non va demonizzato, non va disprezzato. Va capito, intercettando la rabbia sociale, dando voce agli esclusi”. Giusto e sacrosanto, ma in una fase così critica, nel quartier generale del Pd, al Nazareno, hanno letto queste parole con un “forte allarme”.
Elly Schlein di ragioni per essere allarmata ne anche altre. L’intera storia politica di Conte è fatta di capriole, conversioni repentine, cambi di linea. Senza alcun turbamento o pudore. E non solo restando, come si diceva, a palazzo Chigi sia con la Lega razzista, xenofoba, destrorsa, sia con il Pd che fa dell’inclusione e dell’antifascismo i cardini delle sue politiche. Nel 2023 Giuseppi mise solennemente a verbale, negando la possibilità di un’”alleanza strutturale” con il Pd, che “il Campo largo non esiste”. Adesso invece ci sta per scrivere il programma e ha trascorso gli ultimi tre anni a stringere alleanze con i dem in tutte le Regioni dove si è votato, per poter mettere le mani sulla Sardegna e la Campania con Alessandra Todde e Roberto Fico.
Copione simile sull’Ucraina e sul riarmo. Conte ricorda ancora oggi che il M5S fu favorevole al primo invio di armi per consentire all’Ucraina di difendersi dall’invasione. Ma già pochi mesi dopo, nel 2022, iniziò a chiedere di fermare nuovi invii e oggi sostiene apertamente il “no alle armi”. Stesso spartito per le spese militari: adesso il leader pentastellato è fortemente contrario al riarmo, ma durante i suoi governi aumentò i fondi per la Difesa del 17%.
E che dire della Tav? Il Movimento si era sempre battuto contro l’Alta velocità tra Torino e Lione. Invece, dovendo fare i conti con la realtà, da palazzo Chigi Conte dette il via libera al completamento dell’opera. La spiegazione: sarebbe costato di più sospendere lo scavo dei tunnel, piuttosto che completarli. Identico schema per il Tap, il gasdotto che porta il metano in Puglia dall’Azerbaigian: il “no” dei pentastellati venne trasformato da Conte in un “sì” per i costi eccessivi di un eventuale stop.
Poi, in questa serie di giravolte, c’è il via libera al primo decreto sicurezza di Salvini nel 2018 (quello con l’abolizione della protezione umanitaria, la stretta sui richiedenti asilo, il daspo urbano etc), rinnegato negli anni successivi. C’è il sostegno al governo di Mario Draghi, che Conte contribuì a far cadere nel luglio del 2022, spalancando le porte di palazzo Chigi a Meloni. C’è il “no”, si diceva, all’alleanza con il Pd ora diventato un “sì”. E pensare che proprio Conte definisce Matteo Renzi “inaffidabile”.
La domanda con la D maiuscola, quella che tormenta Schlein e tutto il popolo progressista che non vuole morire…meloniano: fino a quando questo sì, resterà sì? E a quali condizioni? Nessuno si stupirebbe, tornando al punto di partenza, che Giuseppi in caso di sconfitta alle primarie (se si svolgeranno) non faccia come i bambini che prendono il pallone e se ne vanno dal campo di gioco. Per evitarlo Schlein dovrà promettere a Conte il Quirinale o qualche altra poltrona davvero preziosa.
Alberto Gentili



























